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Predicare con i fratelli

La festa dell’apostolo Andrea è sempre di più, anche a motivo del progressivo fraterno ravvicinarsi tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, un motivo per riaccogliere il mistero della Chiesa, fondato sulla chiamata a una fraternità sempre rinnovata e mai scontata. I fratelli diventati apostoli ci ricordano che, come discepoli, siamo chiamati a diventare sempre più autenticamente fratelli. Il vangelo di questa festa, per due volte, ci mostra e ci rivela il punto di partenza della chiamata del Signore: «vide due fratelli» (Mt 4,18) e, per evitare che non se ne colga tutta l’importanza e il peso, aggiunge «andando oltre, vide altri due fratelli» (Mt 4,21). Non solo la trasmissione della vita è legata alla coppia, ma anche la trasmissione della fede sembra essere condizionata da questa capacità e consenso a essere e a camminare attraverso il tempo «a due a due» (Lc 10,1). Di questa condizione apostolica che è la fraternità come autentica dell’annuncio evangelico, Andrea rappresenta, nella tradizione della Chiesa, una sorta di simbolo maggiore. Il primo chiamato secondo il Vangelo di Giovanni e la tradizione della Chiesa d’Oriente continua a farsi provocazione per il cammino dei credenti, segnato storicamente da tante ferite alla comunione e da tanti peccati contro la fraternità. Il fatto di essere chiamati come fratelli all’inizio del ministero pubblico di Gesù è rilevante se ricordiamo che all’inizio della storia di tutti c’è il triste dramma di un fratello che uccide il fratello (Gn 4). Così, mentre il Signore Gesù comincia a camminare «lungo il mare» (Mt 4,18) dei nostri cuori, il fatto che due fratelli si fidano insieme di Gesù rappresenta una grande rottura instauratrice che sta alla base della Chiesa e che rimane sempre una sfida per la Chiesa. Secondo i sinottici, il Signore Gesù chiama per primi Simone con suo fratello Andrea, mentre nell’interpretazione di Giovanni, se questi ancora è «uno dei due» (Gv 1,40), diventa primo nei confronti dello stesso Simon Pietro. Andrea risulta essere addirittura il Protokletos/primo chiamato e che, con la sua parola, invita Simone a venire al Signore. Mentre Simon Pietro è ancora preso dalla sua vita e dalle sue cose, Andrea è già discepolo del Battista assieme «all’altro discepolo» (Gv 20,3). Possiamo così immaginare Andrea come un uomo da tempo in ricerca e che, quando trova, subito ha bisogno e desiderio di partecipare la sua scoperta a suo fratello. Sempre Andrea, davanti alla soluzione di Filippo di rimandare la folla, reagisce suggerendo a Gesù di partire da quel «ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci» (Gv 6,9). Si potrebbe dire che Andrea, come dice il suo stesso nome greco – andréia – è un uomo che ha il coraggio della ricerca e la creatività di nuove soluzioni per alimentare sempre nuove speranze.
Andrea è, all’interno della comunità apostolica, una sorta di crocicchio come la croce su cui la tradizione dice abbia subito la sua passione. Ma vi è una passione che arde da sempre nel cuore di questo apostolo: quella per la condivisione e la comunione che non si fissa nei ruoli del potere, ma che tutto può nella creatività dell’amore che è anche comunicazione: «Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?» (Rm 10,14-15). Detto in altre parole, se è vero che «la fede viene dall’ascolto» (10,17), la predicazione esige la fraternità. Anche quando la fraternità è a caro prezzo!

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Credere ad una Parola

La Liturgia ci introduce nella grande avventura di una rinnovata attesa chiedendoci di metterci alla scuola dell’Avvento. Il primo esercizio in cui siamo chiamati a cimentarci è la ginnastica del cuore attraverso il respiro. L’Avvento in cui muoviamo i nostri primi passi ci invita, come primo e ineludibile passo per metterci in cammino verso il mistero del Natale, a essere capaci di un respiro universale. Ad esso ciascuno è chiamato ad accordare il proprio respiro personale per creare una sinfonia di umanità: «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). La prima rettifica, che attraverso i testi della Liturgia siamo chiamati a fare, riguarda proprio l’orizzonte della nostra attesa: nessuna attesa degna di questo nome può essere “privata” o comunque vissuta in orizzonti stretti, particolaristici e settari. Il profeta Isaia, che sarà nostro particolare compagno lungo tutto questo tempo, delinea in modo netto e chiaro l’orizzonte del nostro cammino: «Verranno molti popoli» (Is 2,3). L’attesa dunque – ogni attesa che sia degna di questo nome – non può che essere posta in un contesto universale e aperta al grande mistero della ricapitolazione di ogni singolo cammino umano nel respiro e nel gusto di una universale fraternità. Solo la nostra fraternità desiderata e coltivata potrà evitare di fallire ancora una volta la sfida del Natale come apertura amorosa al mistero dell’incarnazione, in cui il Figlio di Dio, facendosi nostro fratello in umanità, ci chiede di decidere di essere fratelli e sorelle: tutti! Le parole del profeta Isaia ci spalancano il cuore, ma esigono che la nostra mente si faccia capace di atteggiamenti sempre più adeguati: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). Potremmo concludere: si eserciteranno nell’arte della fraternità! Ma vi è un’altra rettifica che, posta così chiaramente all’inizio dell’Avvento, ha tutto il sapore di una sorta di principio fondamentale dell’attesa: la distanza. Il «centurione» (Mt 8,5) di cui ci parla Matteo «venne incontro» al Signore Gesù ma mantiene rigorosamente la distanza dal Signore Gesù: «io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8). Nella stessa linea, il profeta Isaia chiarisce il luogo dell’appuntamento tra Dio e l’umanità: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli» (Is 2,2). Se è vero che il Signore viene incontro ai nostri bisogni e ai nostri desideri, se è vero che l’Onnipotente si prende cura delle nostre attese, è altresì vero che egli è «arbitro fra molti popoli» (2,4). È necessario prendere coscienza del diverso livello in cui si situa la parola, la presenza e l’intervento del Signore che pure si prende cura di noi, senza mai accettare di farsi trascinare dalla nostra tendenza a perdere di vista la totalità e l’insieme a favore del particolare e dell’immediato assolutizzati. Il centurione si presenta davanti al Signore Gesù con tutta la sua trepidazione, ma non tenta di trascinarlo sotto il suo «tetto» (Mt 8,8). Quest’uomo accetta, invece, di fidarsi così pienamente da diventare per noi icona del credente e modello del discepolo che desideriamo essere. Proprio questa distanza riconosciuta, amata e custodita è uno dei segni di quella «fede così grande» (Mt 8,10) di cui Gesù resta ammirato, tanto da essere il fondamento di una fraternità non solo universale, ma anche capace di durare nel tempo. Ricominciamo dunque a frequentare la scuola dell’Avvento per imparare non solo a respirare a pieni polmoni la fraternità ma anche a tenere il respiro a lungo.

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Le nostre bestie

Anche noi vogliamo «sapere la verità intorno alla quarta bestia» (Dn 7,19). Si tratta di una verità molto più dura di quanto possiamo immaginare, poiché la sua descrizione ci obbliga a guardare dentro al nostro cuore. Se all’inizio della prima lettura si evocano «quattro bestie che rappresentano quattro re» (7,17), la quarta è particolarmente inquietante: «molto spaventosa, che aveva denti di ferro e artigli di bronzo, che divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava». Come se non bastasse, già spuntano pure le «dieci corna» (7,19-20). Con un linguaggio simbolico che potrebbe ispirare qualche scenografia di un film dei nostri giorni, il profeta Daniele ci aiuta a diventare consapevoli di ciò che può agitarsi dentro i nostri cuori. Ogni volta che ci lasciamo dominare dallo spirito di dominazione saremo costretti a misurarci con sentimenti ed emozioni che rischiano di essere mostruosamente pericolosi per noi e per gli altri. Non solo storicamente, ma prima di tutto esistenzialmente siamo chiamati a combattere la tentazione della dominazione per fare sempre più spazio allo spirito della dedizione e del servizio: «Allora il regno, il potere e la grandezza dei regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e gli obbediranno» (Dn 7,27). In realtà, se vogliamo «sapere la verità introno alla quarta bestia», dobbiamo scendere nel profondo del nostro cuore e aprire gli occhi sulle tante «bestie selvatiche» (Mc 1,13). La parola del Vangelo ci raggiunge al cuore di questo nostro combattimento che, prima di essere risolutivo, deve essere capace di fare il censimento di quelle tendenze selvatiche e selvagge che ci abitano e di cui spesso siamo inconsapevoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (Lc 21,34). A partire da questa intensa esortazione del Signore Gesù, possiamo veramente tentare di dare un nome, un colore e persino stimare la stazza e la pericolosità dei pensieri e dei sentimenti che si annidano e si rincorrono nel nostro cuore. Come non ricordare il mito di Orfeo che ammansisce le bestie feroci con la musica della sua lira incantata?
Per noi la lira da suonare dolcemente e con timbro preciso è la preghiera come ambito di nominazione e di addomesticamento dei pensieri feroci che rischiano di sfuggire alle catene e alle sbarre della nostra buona volontà. Il Signore Gesù ce lo ricorda fino ad ammonirci: «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36). Attraverso la preghiera e la sua capacità di fare «verità» su tutto ciò che rende il nostro cuore «agitato» (Dn 7,15) possiamo osare di sperare. Con il nostro combattimento interiore faremo sì che le nostre storie e la storia dell’umanità intera divengano aurora di quel «regno» che sarà «eterno» (7,27) se sarà amato e accolto nel qui e ora delle nostre vite umanizzate. Questa umanizzazione comincia con la crescente capacità di non avere bisogno di stritolare nessuno.

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Leggere con sapienza la giornata

La lunghezza della prima lettura ci prepara ad accogliere con particolare profondità e intelligenza il breve testo del Vangelo di quest’oggi. L’esortazione del Signore è semplice e quasi stringata: «Osservate la pianta del fico e tutti gli alberi» (Lc 21,29). Non si tratta certo di un invito a fare i “figli dei fiori”, ma a ritrovare il nostro giusto posto nella storia, assumendo quella postura creaturale che per quanto unica ci accomuna a tutti gli esseri viventi. La prima e fondamentale attitudine vivente è quella di non presumere di noi stessi nella consapevolezza che, per quanto vivace e trafficata col nostro impegno e il nostro ingegno, la vita rimane comunque un dono ricevuto chiamato a diventare un dono condiviso. Non è certo questa l’atmosfera che si respira nella prima lettura, in cui il profeta Daniele usa le immagini di una natura così aumentata da risultare tanto gigantesca quanto mostruosa: «Continuai a guardare a causa delle parole arroganti che quel corno proferiva» (Dn 7,11). Lo sguardo che il Signore Gesù ci chiede di porre sulla realtà è tutt’altro che arrogante: «quando già germoglia, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina» (Lc 21,30). L’avvicinarsi dell’estate fa sognare i raccolti e il rinnovato, previdente pensiero che dalla gioia delle messi subito si sposta verso la previdenza per l’inverno che verrà. Il Signore conclude con una certa dolcezza: «Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino» (Lc 21,31) come si avvicina l’estate dopo un lungo inverno e una dolce primavera: con estrema naturalezza. Non dobbiamo mai dimenticare la semplice naturalezza cui il Signore ci invita, perché altrimenti rischiamo di non più attendere il Regno di Dio che viene, ma, senza neanche troppo renderci conto, ci troveremo a costruire il nostro piccolo regno. Il regno non accolto, ma trasognato e costruito, rischia di essere mostruoso come quelle bestie così esagerate e innaturali che turbano la «visione notturna» (Dn 7,2) di Daniele. La conclusione della prima lettura ci riporta alla semplicità e alla naturalezza come luogo di salvezza: «ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo» (Dn 7,13). Tra tutte le immagini messianiche in voga all’epoca del suo ministero, il Signore Gesù ha preferito proprio questa immagine di Daniele, identificandosi proprio durante il processo che lo avrebbe condannato al supplizio della croce: «E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,62). Potremmo spingere l’interpretazione del testo glossando così «e venire come le nubi del cielo». Lontano da noi le «parole arroganti» che creano tutta una serie di inutili malintesi. Lungi da noi la ricerca di «una forza straordinaria» (Dn 7,7) che rischia di creare continuamente il bisogno di mostrare i denti e di incutere timore, alterando così il sereno volgere dei tempi e delle stagioni. Possiamo con gratitudine accogliere il posto che la vita ci ha assegnato senza presumere… proprio «come tutti gli alberi» (Lc 21,29).

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Alzate il capo

Possiamo ben sdegnarci davanti alla delazione compiaciuta e soddisfatta di quanti non perdono neppure un momento per far pendere la bilancia dalla parte dei propri interessi, indossando la sontuosa maschera della devozione: «Ebbene, Daniele, quel deportato dalla Giudea, non ha alcun rispetto né di te, o re, né del tuo decreto: tre volte al giorno fa le sue preghiere» (Dn 6,14). La meschinità di quanti vanno ad accusare Daniele davanti al re è ben architettata fino a mettere, in realtà, il re contro se stesso: «ne fu molto addolorato e si mise in animo di salvare Daniele e fino al tramonto del sole fece ogni sforzo per liberarlo» (6,16). Ma quando la macchina della delazione comincia a funzionare, il suo meccanismo sembra inarrestabile, tanto da stritolare non solo la pietà, ma perfino la ragionevolezza. L’esperienza vissuta da Daniele è una prefigurazione del mistero pasquale del Signore Gesù, contro cui si scatenerà la stessa cieca delazione che non si arrenderà nemmeno dopo la sua sepoltura, tanto da chiedere di sigillare e custodire la sua tomba. L’esperienza pasquale di Daniele prefigura il dono pasquale del Signore Gesù che, ancora una volta, porterà a pieno compimento la profezia nella linea squisitamente evangelica del perdono assoluto. Infatti, il racconto ci fa sentire l’eco dei racconti della risurrezione. Al posto delle donne che corrono al sepolcro sbarrato da una «pietra» (6,18), vi troviamo nientemeno che il re in persona. Sembra che il re sia stato in pena tutta la notte come Maria di Magdala, che scruta l’orizzonte in modo da recarsi al sepolcro non appena il riposo del sabato è concluso, al primissimo canto degli uccelli: «La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni…» (Dn 6,20). Il re, per così dire, può assistere alla risurrezione di Daniele, mentre nessuno ha assistito a quella del Signore Gesù! In Daniele, reduce da una notte in compagnia dei leoni, «non si riscontrò lesione alcuna» (6,24), mentre il corpo del Risorto rimane segnato a fuoco dalle piaghe della sua crocifissione. Soprattutto avviene, al mattino della insurrezione dell’innocenza di Daniele, ciò che non avviene in conseguenza della risurrezione del Signore Gesù: la vendetta. Quanti avevano accusato Daniele vengono dati in pasto ai leoni con le loro famiglie e «si avventarono contro di loro e ne stritolarono tutte le ossa» (6,25). Al mattino di Pasqua, nessuno viene punito, ma tutti sono perdonati nell’abbraccio di pace del Risorto. Per tutti è l’annuncio con cui si conclude il Vangelo di quest’oggi: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). La liberazione dalla delazione sperimentata da Daniele diventa un dono per tutti. Un dono che sperimentiamo nel quotidiano della nostra serena fedeltà discepolare e il cui compimento attendiamo fiduciosi e sereni quando vedremo «il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (21,27).

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Gettare tutta la vita in Lui

“Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”(Lc 6,20). Credo che possiamo comprendere (prendere con noi) la Parola che oggi ci è rivolta, attraverso la beatitudine enunciata da Gesù, che è chiave di lettura possibile del nostro testo odierno. Il nostro brano si situa dopo una critica acerba e acuta di Gesù alle persone (qui gli scribi) che utilizzano la religione per crearsi un’identità, anche a scapito dell’insegnamento della Torah sui diritti umani e della stessa relazione con Dio nella preghiera (“pregano a lungo per farsi vedere”, Lc 20,47). Il nostro brano precede la predizione della distruzione del tempio, come per significare che davanti a Dio le sicurezze “religiose” che siamo capaci di costruirci non raggiungono lo scopo cercato: mascherare la nostra povertà umana dietro a false identità o/e a costruzioni e istituzioni rassicuranti nella loro imponenza. Gesù, dal basso, dall’ultimo posto alza gli occhi e vede, riconosce una sua sorella, una figlia del Padre. È una persona senza più nessuna sicurezza, né affettiva ⎼ ha perso il marito ⎼, né sociale ⎼ costretta dall’ingiustizia della vita a vivere una povertà totale dovuta alla disgrazia, alla morte, alla solitudine, all’abbandono, alla non riconoscenza, all’invisibilità sociale e alla mancanza del sostentamento vitale ⎼. “Divorano le case delle vedove” (Lc 20,47) dice Gesù nel versetto precedente il nostro brano parlando degli scribi. Situazione questa che potrebbe suscitare un’amarezza, del risentimento, una rivolta contro Dio ritenuto responsabile ultimo delle sue disgrazie. Certo, non conosciamo il percorso interiore di questa donna, il vangelo ci pone soltanto davanti a un suo gesto. Un gesto eloquente agli occhi di Gesù. Il gesto del dono assoluto: “Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere” (v. 4), in una traduzione più vicina al greco: “tutta la sua vita”. Il vangelo è sobrio, ci mostra attraverso gli occhi di Gesù soltanto un gesto, un moto interiore, che narra una profondità di fede, un cammino umano di purificazione interiore e di umiltà non finta (niente lunghe preghiere davanti a tutti), che toccano Gesù nel profondo. Sembra che questa donna abbia assunto la propria miseria, il suo abbandono, fino al punto di poterli trasformare in povertà libera e in abbandono nelle mani di Dio, nel quale adesso confida interamente persino per il semplice pane quotidiano. È questa povertà che Gesù chiama beata, non il semplice fatto di mancare del necessario. Questo è miseria sociale da combattere. La vedova vive nella miseria ma da questa miseria ha saputo trarre la beatitudine della povertà secondo il regno di Dio, facendo del suo abbandono un dono, quello della fiducia incondizionata a Dio. Gesù riconosce in lei una sua sorella, una sua maestra di vita, una donna profetica perché conferma il cammino da lui intrapreso. È una figlia di Israele obbediente al cuore della Torah, non è una discepola di Gesù ma nel segreto del Padre partecipa alla beatitudine dei poveri a cui appartiene il regno di Dio. 

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Regnare nella verità

L’anno liturgico si conclude con una celebrazione del Cristo risorto e asceso al cielo che dal Padre ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra e stende la sua signoria sull’intero universo. La pagina evangelica (che in quest’ultima domenica dell’annata B è tratta dal IV vangelo), presentando il confronto tra Gesù e Pilato (Gv 18,33b-37), aiuta a comprendere evangelicamente la qualità del “regno” di cui Gesù è portatore. E aiuta a far uscire dall’ambiguità una festa che celebra un “titolo” di Cristo (le liturgie antiche non celebravano titoli di Cristo, ma li confessavano a partire dal loro manifestarsi storico nella vita di Cristo) e che è segnata dal clima culturale e politico dell’epoca in cui è stata istituita (Pio XI, enciclica Quas primas del 1925) e a cui cercava di reagire presentando una concezione della regalità di Cristo anche come rerum civilium imperium. Il confronto tra Gesù e Pilato prelude alla consegna di Gesù alla crocifissione e proprio la croce sarà il luogo di manifestazione della paradossale regalità di Gesù. Cristo rivela la sua regalità sulla croce e il credente è chiamato a dispiegare nella sua vita la regalità di Cristo nel pentimento (cf. Lc 23,48) e nella testimonianza di fede fino al martirio (cf. At 7,59). L’episodio del confronto tra Gesù e Pilato, così centrato sulla regalità di Gesù, è interpretato da 1Tm 6,13 come evento in cui Gesù “ha testimoniato la sua bella confessione di fede”: la categoria della regalità, riferita a Gesù, deve essere completata da quella della testimonianza (martyría) e della confessione di fede (homologhía). La valenza pubblica della fede cristiana passa attraverso un vivere che è rinvio al mistero divino, ciò che avviene mediante la martyría e la homologhía. La scena evangelica si svolge nel Pretorio. I Giudei hanno appena affermato che Gesù è un malfattore (Gv 18,30: “Se costui non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato”). Se il confronto tra Pilato e Gesù verte sulla qualità regale di Gesù, come sempre in Giovanni, il discorso avviene su un doppio registro: per Pilato la regalità è affare terreno, è problema politico e di potere; per Gesù la regalità è afferente a un’altra sfera, la sfera della verità, della rivelazione, la sfera dell’alto, non di quaggiù. E la logica del regnare di Gesù si differenzia da quella mondana, da quella di Pilato proprio perché non è violenta, non è assolutista, cioè perché non fa il male, si rifiuta di fare violenza: “Se la mia regalità provenisse da questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai capi dei Giudei” (Gv 18,36). La regalità di Gesù è non violenta. È una regalità sul male, non nel senso che si fonda e si appoggia anche sul compiere il male, ma perché vince il male e lo rifiuta. È dunque una regalità sulla tendenza che è in noi a compiere il male, a essere affascinati dal male, a usare violenza, a prevaricare. La logica di “quaggiù” imporrebbe di sottrarsi in ogni modo e con ogni mezzo a una consegna che da tutti i punti di vista è ingiusta, non retta, non secondo il diritto, perfino assurda. Ecco di nuovo lo scandalo e il paradosso del vangelo. La regalità di Gesù è dell’ordine delle beatitudini e passa attraverso il subire una condanna e una morte ingiuste, passa anche attraverso il non far valere i propri diritti, attraverso il sottomettersi a eventi decisi da volontà umane di prepotenza e prevaricazione. Questa regalità rifiuta di imporsi sugli altri, rifiuta di fare violenza. Questa è davvero una logica non di questo mondo. La vittoria (e dunque anche la regalità) che Gesù chiede ai suoi seguaci di far propria, è anzitutto la vittoria su di sé e sulla propria tendenza al male, alla violenza e alla prevaricazione. La lotta è per lasciar spazio a Cristo in noi, è la lotta che ci disarma, che ci rende inermi, senza più la volontà di spuntarla, di imporci, di primeggiare. Non a caso la dimensione attraverso cui la verità di cui Cristo dà testimonianza e che lui stesso vive ed è (cf. Gv 14,6), raggiunge l’uomo, è l’ascolto, il più mite dei sensi, quello che liberamente si apre all’accoglienza della parola e della volontà di Cristo, fino a divenire accoglienza dei suoi modi e conformità alle sue vie relazionali improntate a mitezza. Non l’imposizione né la coercizione, non la seduzione né la manipolazione della libertà dell’altro sono i mezzi con cui il Signore regna sui credenti, ma l’ascolto della sua parola che richiede la libertà, la soggettività e la responsabilità dell’uomo. Di fronte all’affermazione di Gesù di essere venuto nel mondo “per dare testimonianza alla verità” (Gv 18,37), la risposta di Pilato – perché di risposta si tratta ben più che di vera domanda – è: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38). È talmente vero che quella non è una domanda che Pilato nemmeno aspetta una risposta, ma subito esce verso i Giudei (v. 38). Quel “che cos’è la verità?” è dichiarazione di disinteresse, di cinismo: la verità non è di sua competenza ed è assolutamente irrilevante per lui. E così Pilato, che pure per tre volte ripeterà che “non trova in Gesù alcuna colpa” (Gv 18,38; 19,4.6), arriverà anche lui a fare il male condannando una persona innocente: paura di perdere il potere, paura di mettersi contro Cesare, paura di inimicarsi i Giudei, lo condurranno a fare ciò che è contrario a ciò che pensa e sente. E così Pilato attuerà il più grande, grave e vero tradimento che un uomo possa fare: tradire se stesso. Tradire la propria verità. La propria coscienza. Colpisce che al cuore della fede cristiana, dell’evangelo, della buona notizia della salvezza, vi sia una storia di violenza, una storia intrisa di violenza, di violenza debordante e traboccante. Violenza che i vangeli non tacciono ma anzi narrano e pongono in evidenza perché questo è l’unico modo per smascherarla. Si tratta di violenza molteplice e articolata, rozza e brutale, fisica e verbale, morale e psicologica, sul corpo e sull’anima, individuale e di gruppo. Seguendo il filo della narrazione del IV vangelo troviamo la violenza di un discepolo di Gesù, Pietro, che sfodera e usa la spada, la violenza del cinismo di Caifa (“Conviene che muoia un solo uomo per il popolo”: Gv 18,14), la violenza fisica di una guardia che percuote con schiaffi Gesù, la violenza della massa, del branco, della folla urlante che sceglie la libertà di un brigante e invoca la crocifissione di Gesù, la violenza dei sacerdoti che sobillano e manipolano le folle, la violenza brutale dei soldati che scherniscono e deridono Gesù infierendo sul suo corpo inerme e torturandolo, la violenza della codardia e della pusillanimità di Pilato che, pur convinto dell’innocenza di Gesù, lo fa flagellare e lo consegna alla morte, ovvero la violenza del potere, dell’interesse personale da difendere a ogni costo, anche a costo della verità e della coerenza personali, anche a costo di passare sopra la vita degli altri, e poi la violenza della menzogna, del carattere menzognero delle accuse contro Gesù che Pilato stesso constata ripetendo per tre volte che non trova in Gesù nessun motivo di condanna, e infine la violenza del denudamento del condannato a morte, la violenza dell’esecuzione capitale con la morte infamante e dolorosa della crocifissione. Nel IV vangelo poi, noi vediamo che Gesù appare sottomesso a violenza e a processo non solo nel momento dell’arresto, ma durante tutto il suo ministero pubblico: sempre Gesù è sottoposto a interrogatorio, sempre gli avversari cercano motivi per metterlo a morte (Gv 5,18; 7,1.19.20.25; 8,37.40; 11,53). La vita di Gesù nel IV vangelo è costantemente minacciata di morte dai suoi nemici e di fronte a questo si leva la domanda di Gesù che non trova risposta: “Perché volete uccidermi?” (Gv 7,19). Anche al cuore del racconto della passione emerge una domanda che rischia di passare inosservata e di perdersi nel flusso del racconto, ma che invece deve essere posta in rilievo. La domanda è ancora un “Perché?”. La troviamo poco prima del testo odierno in Gv 18,23: “Perché mi percuoti?”. Lì è rivolta a una guardia che l’ha preso a schiaffi, ma la possiamo e dobbiamo applicare a tutti gli attori della violenza e a tutte le manifestazioni di violenza: perché? perché mi fai violenza? Di più. La dobbiamo estendere al di là della vicenda di Gesù e riferirla a ogni vittima di violenza, a ogni persona oggetto di violenza nella storia e nel mondo. E dobbiamo porla in bocca, anzi ascoltarla, anche quando è solo un grido inespresso e muto del cuore, a ogni vittima di violenza: perché mi viene fatto del male? Non ci è lecito non ascoltare e non farci eco di questa domanda di fronte a ogni corpo e a ogni volto umano che subisce violenza. Eppure, l’evangelo ci mostra che l’ambiente del giusto è l’ingiustizia. Il giusto forgia la sua giustizia in mezzo all’ingiustizia e alla violenza, circondato da nemici che altro non possono essere che i fratelli e gli amici, coloro presso i quali vive, accanto ai quali passa i suoi giorni, essendo presenza quotidiana che lo accerchia, lo minaccia, lo perseguita, gode nel farlo cadere. E quando Pietro sfodera la spada per difendere Gesù al momento dell’arresto e ferisce il servo del sommo sacerdote (cf. Gv 18,10), anche lui mostra l’incomprensione della regalità di Gesù: tragico errore destinato a riproporsi in forme diverse nella storia della chiesa. Errore antico, e sempre nuovo. Il regnare di Dio si manifesta nel fare non-violenza.

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Tentati dalla tristezza

Compare oggi nella traduzione italiana di un testo biblico un termine che è molto familiare alla nostra esperienza e alle nostre vicissitudini: «depressione» (1Mac 6,9). E il testo biblico, parlandoci dell’epilogo della vita di Antioco, persecutore di coloro che volevano servire il Signore, così annota crudamente: «Il re… si mise a letto e cadde ammalato per la tristezza, perché non era avvenuto secondo quanto aveva desiderato. Rimase così molti giorni, perché si rinnovava in lui una forte depressione e credeva di morire» (1Mac 6,8-9). Non solo la Scrittura ci parla della depressione facendoci così sentire meno soli e, per certi aspetti, meno originali rispetto a questo male oscuro che attanaglia l’anima riuscendo a devastare il corpo, ma ci svela pure la possibile origine di questo grave disagio: l’attaccamento a se stessi. La tristezza, infatti, per i santi Padri, è sempre il segno di un attaccamento a se stessi, al proprio punto di vista che diventa assoluto: l’idolatria dei propri «desideri» senza la disponibilità a purificarli e ad accettare che, talora, si realizzino pure i desideri degli altri. In questo senso, da qualche parte, talora veramente nascosta e invisibile, si può nascondere – normalmente senza nostra colpa – un’idolatria di se stessi che, piuttosto di accettare di cambiare punto di vista e comportamento, invece di accettare gli inevitabili fallimenti della vita, opta per una morte – in tutti i sensi – che avviene nella «più profonda tristezza» (6,13). Sì, in ciascuno di noi si nasconde un piccolo tiranno come Antioco che cerca, magari in modo assai inconsapevole ma non per questo meno pericoloso, di «impadronirsi» (6,3) della vita invece di porsi a suo servizio. Assolutamente diverso è l’atteggiamento di quella «donna» (Lc 20,32) il cui caso i «sadducei» (20,27), con grande disinteresse verso la persona di cui parlano, presentano a Gesù. Per i sadducei si tratta di capire – perché è attorno a questa logica che si organizza la loro vita – «di chi sarà moglie» (20,33). Il Signore invece ribadisce che la differenza tra questo mondo e il nostro modo di pensare la vita, e il mondo e il modo di Dio, sta proprio nel superamento del bisogno di “prendere” per sé. Di fatto, il Signore non risponde alla domanda dei sadducei circa il mondo a venire, ma esorta ciascuno di noi a entrare nella logica che presiede alla vita degli «angeli» e che ci fa «figli della risurrezione» (20,36) già in questa vita: essa coinsiste nel non voler più «impadronirsi» (1Mac 6,3) della vita altrui, quanto piuttosto nel mettere la propria vita a servizio di un incremento della vita di tutti. Questa donna si lascia prendere da «sette fratelli» (Lc 20,29) senza opporre resistenza e, per certi aspetti, senza neanche entrare in depressione per questa sua attitudine a fare della propria vita un dono e non un profitto. Quando sentiamo serpeggiare nel nostro animo il sottile male della depressione, oltre a tutti i motivi per essere benevoli e pazienti verso noi stessi, chiediamoci pure da quali attaccamenti morbosi forse siamo chiamati a prendere le distanze per credere un po’ di più che «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38). Un modo – tra molti – per superare la depressione è quello di vivere per… come il Signore Gesù! Si potrebbe dire che il “povero” «Antioco» non ha compreso di essere figlio della risurrezione e si è talmente illuso di poter dirigere la sua vita fino a immaginare di dominare il mondo, da essere poi vittima di se stesso perché isolato in se stesso: «Rimase così molti giorni, perché si rinnovava in lui una forte depressione e credeva di morire» (1Mac 6,9). In realtà era già morto!

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Il nostro tempio

L’evangelista Luca ci ricorda che il Signore Gesù «ogni giorno insegnava nel tempio» (Lc 19,47). Questa parola possiamo custodirla come una rassicurazione che vale più di ogni assicurazione sulla vita: il Signore Gesù ogni giorno ci parla nel tempio del nostro cuore. Secondo l’insegnamento del Signore, è il cuore a essere il luogo delle nostre decisioni ed è dal suo intimo che viene fuori la verità di noi stessi, la quale si esprime attraverso le nostre decisioni, che rivelano la verità dei desideri cui accettiamo di fare spazio nella nostra vita. La citazione delle Scritture è per il Signore Gesù la via per comunicarci quello che è il suo desiderio per noi: «La mia casa sarà casa di preghiera» (Lc 19,45). Il suo commento ci fa intuire che cosa sia veramente in gioco: «Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». La preghiera è il modo in cui ogni giorno rimettiamo ordine nella nostra vita, ristabilendo continuamente il giusto posto per ogni relazione e per ogni emozione. Tra le realtà che fanno il senso e la bellezza del nostro vivere, certamente si rende necessario di rimettere sempre al centro della nostra attenzione la relazione con l’Altissimo, che ogni giorno ci richiama a convertire la nostra vita rimettendola in cammino verso l’essenziale. La reazione dei notabili del popolo è amarissima, ma devono comunque arrendersi alla realtà: «tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo» (Lc 19,48). Ogni giorno può diventare per noi il primo dei giorni di quella ricreazione interiore che comincia sempre con la decisione di rimetterci ad ascoltare il Signore, per far sì che la sua parola ricrei le condizioni di una vita segnata dalla grazia e disponibile a condividere i doni ricevuti. La decisione di Giuda e i suoi fratelli potrebbe diventare la nostra scelta quotidiana: «andiamo a purificare il santuario e a riconsacrarlo» (1Mac 4,36). I «nemici» evocati nella prima lettura sono tutti quei pensieri, emozioni e decisioni che turbano fino a snaturare il nostro cuore. Una nota che troviamo nella prima lettura può trovare un’applicazione spirituale assai utile. Tra i riti celebrati per la riconsacrazione del Tempio è scritto che «Poi ornarono la facciata del tempio con corone d’oro e piccoli scudi. Rifecero i portoni e le celle sacre, munendole di porte» (1Mac 4,57). Se il tempio è il nostro cuore, allora dobbiamo non solo ornarlo per abbellirlo ma pure per difenderlo. I «piccoli scudi» dell’attenzione e della vigilanza terranno lontane le frecce e i dardi dei pensieri cattivi e di tutte quelle distrazioni che ci rendono vulnerabili. Inoltre non bisogna dimenticare che è necessario munire il cuore di «porte», per saper decidere con libertà e con discernimento ciò che permettiamo di far entrare nell’intimo della nostra vita e ciò che invece va tenuto accuratamente alla porta. In un mondo in cui sembra che tutto sia in vendita – il tempo, la possibilità di essere ascoltati e persino quella di essere amati, accuditi, iniziati alla vita e persino accompagnati nella morte – il Signore ci riapre il tempio della gratuità.

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Non distrarti!

Le parole del Signore Gesù ci commuovono e ci interrogano profondamente: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!» (Lc 19,42). Raramente il Signore Gesù usa il «se», ma in questo caso lo usa in tutta la sua carica emotiva, che tocca e un po’ anche sconvolge il cuore. In realtà non si tratta di interpretare questa parola del Signore riducendone il significato al rifiuto dei suoi contemporanei di accogliere il suo messaggio, così esigente fino a essere percepito troppo scomodo. Si tratta di sentire come e quanto ogni giorno il cammino del Signore è «vicino» alla «Gerusalemme» (19,41) del nostro cuore e si fa pressante invito alla necessità e alla bellezza di accogliere la sua presenza per la nostra vita, che si rivela pacificante e, al contempo, dinamizzante. Eppure, sappiamo bene come spesso il nostro cuore è distratto. Come annota in un verso rovente Christian Bobin: «perdiamo il paradiso per distrazione». Potremmo reagire alle parole irrorate di lacrime del Signore Gesù con un piccolo proposito: essere meno distratti, essere meno distratti da noi stessi. Solo così potremo sottrarci a quella terribile esperienza che fa della nostra cittadella interiore una città devastata dall’incuria interiore: <«distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». Non così «Mattatia e i suoi figli» (1Mac 2,16) i quali sono capaci di cogliere la visita di Dio attraverso le esigenze ben dure delle situazioni della vita, dando prova di saper vivere col fatto di non avere timore a decidere. Il primo passo di questa capacità è di non cedere alle lusinghe: «Tu sei uomo autorevole, stimato e grande» (2,17). Mattatia non dimentica che la sua grandezza è direttamente proporzionale alla sua capacità di farsi piccolodavanti alle esigenze di un’alleanza che accompagna nella misura in cui si accetta che sempre ci preceda. Dante, nella Divina Commedia, parla anche di coloro che hanno passato la loro vita senza fare né il bene né il male, i quali «vissero per se stessi», tanto che il paradiso chiude loro la porta e l’inferno non li vuole fare entrare. La loro punizione è quella di correre nudi inseguiti da migliaia di api. Per l’eternità dovranno rammentarsi del fatto che non si può vivere senza prendere posizione, cedendo alla distrazione che rimanda continuamente senza mai assumere il peso di una decisione. La vita ci mette di fronte a delle scelte e si tratta della pace da scegliere, la pace da coltivare, la pace da condividere: la pace di oggi che radica nell’attenzione di ieri e nel desiderio rinnovato che prepara l’avvenire. Non dobbiamo sbagliare campo di battaglia: è il nostro cuore. Non dobbiamo rimandare all’infinito: è per oggi!