
Possiamo ben sdegnarci davanti alla delazione compiaciuta e soddisfatta di quanti non perdono neppure un momento per far pendere la bilancia dalla parte dei propri interessi, indossando la sontuosa maschera della devozione: «Ebbene, Daniele, quel deportato dalla Giudea, non ha alcun rispetto né di te, o re, né del tuo decreto: tre volte al giorno fa le sue preghiere» (Dn 6,14). La meschinità di quanti vanno ad accusare Daniele davanti al re è ben architettata fino a mettere, in realtà, il re contro se stesso: «ne fu molto addolorato e si mise in animo di salvare Daniele e fino al tramonto del sole fece ogni sforzo per liberarlo» (6,16). Ma quando la macchina della delazione comincia a funzionare, il suo meccanismo sembra inarrestabile, tanto da stritolare non solo la pietà, ma perfino la ragionevolezza. L’esperienza vissuta da Daniele è una prefigurazione del mistero pasquale del Signore Gesù, contro cui si scatenerà la stessa cieca delazione che non si arrenderà nemmeno dopo la sua sepoltura, tanto da chiedere di sigillare e custodire la sua tomba. L’esperienza pasquale di Daniele prefigura il dono pasquale del Signore Gesù che, ancora una volta, porterà a pieno compimento la profezia nella linea squisitamente evangelica del perdono assoluto. Infatti, il racconto ci fa sentire l’eco dei racconti della risurrezione. Al posto delle donne che corrono al sepolcro sbarrato da una «pietra» (6,18), vi troviamo nientemeno che il re in persona. Sembra che il re sia stato in pena tutta la notte come Maria di Magdala, che scruta l’orizzonte in modo da recarsi al sepolcro non appena il riposo del sabato è concluso, al primissimo canto degli uccelli: «La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni…» (Dn 6,20). Il re, per così dire, può assistere alla risurrezione di Daniele, mentre nessuno ha assistito a quella del Signore Gesù! In Daniele, reduce da una notte in compagnia dei leoni, «non si riscontrò lesione alcuna» (6,24), mentre il corpo del Risorto rimane segnato a fuoco dalle piaghe della sua crocifissione. Soprattutto avviene, al mattino della insurrezione dell’innocenza di Daniele, ciò che non avviene in conseguenza della risurrezione del Signore Gesù: la vendetta. Quanti avevano accusato Daniele vengono dati in pasto ai leoni con le loro famiglie e «si avventarono contro di loro e ne stritolarono tutte le ossa» (6,25). Al mattino di Pasqua, nessuno viene punito, ma tutti sono perdonati nell’abbraccio di pace del Risorto. Per tutti è l’annuncio con cui si conclude il Vangelo di quest’oggi: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). La liberazione dalla delazione sperimentata da Daniele diventa un dono per tutti. Un dono che sperimentiamo nel quotidiano della nostra serena fedeltà discepolare e il cui compimento attendiamo fiduciosi e sereni quando vedremo «il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (21,27).