Pubblicato in: Riflessioni personali

Padroni o domestici?

Non possiamo nascondere la sorpresa che la parabola che il Signore Gesù racconta «ai discepoli» (Lc 16,1) genera nel nostro cuore, creando una certa confusione nella nostra mentre davanti alle lodi che vengono fatte a questo «amministratore» chiaramente ed esplicitamente «disonesto» (16,8). Ma ogni volta che ascoltiamo una parabola dalla bocca del Signore, siamo prima di tutto invitati a sgombrare il nostro cuore da logiche troppo stringenti e razionali per aprirci – attraverso il paradosso – a un “più” di intelligenza. La sfida è quella di dilatare gli orizzonti del nostro sguardo sulla vita – nostra e degli altri – e approfondire con una rinnovata dinamicità la nostra capacità di goderne la bellezza e di gustarne il senso. Lo stesso apostolo Paolo, pur esortando e correggendo, non lesina le sue lodi: «sono anch’io convinto…che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro» (Rm 15,14). A questa duplice capacità di apprezzare per poter correggere rimanda la parabola evangelica che la liturgia ci offre quest’oggi. Il Signore enuncia una sorta di principio fondamentale della vita spirituale, che si potrebbe definire come “la regola del poco”. Infatti, mentre da parte nostra, ogni volta che pensiamo a una vita secondo Dio, siamo inclini a immaginare grandi fatiche per altrettanto grandi risultati, il Signore invece da parte sua attira la nostra attenzione su un altro modo di vedere le cose e di far funzionare la nostra vita: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10). Si tratta di essere decisi senza essere angosciati dalle decisioni prese. Per vivere in questa logica e di questa logica è necessario arrivare ad avere una coscienza di se stessi il più possibile giusta, anche quando la vita e le situazioni ci mettessero di fronte a situazioni ai limiti dell’ingiustizia. Come questo «amministratore», siamo invitati a rimanere amministratori e semplici domestici, riconoscendo e facendo riconoscere agli altri l’unico riferimento all’unico «mio padrone» (16,6). La vera grande scelta che bisogna operare continuamente nella vita è il passaggio tra l’illusione di essere padroni e la gioia di rimanere domestici, per quanto elevati in grado e in responsabilità: oltre un certo punto non dipende più da noi! Il soliloquio di questo amministratore ci permette di trovarci davanti a un uomo onesto con se stesso, nonostante si trovi a essere letteralmente «amministratore di ingiustizia». Egli, infatti, davanti al rendiconto a cui è costretto dal suo padrone, non si mette a cercare gli innominati che lo avevano «accusato di sperperare» (16,1), ma si lancia alla ricerca di coloro che può aiutare, creando o rafforzando legami di solidarietà che assicurino la speranza per il futuro. Questo amministratore si mostra dunque capace di trafficare la propria vita senza lasciarsi stagnare dalle inevitabili disavventure della vita e sa guardare al futuro e non al passato, sa concentrarsi sugli «amici», lasciando perdere i suoi detrattori. La presa di posizione di questo “furbacchione” doveva piacere molto al Signore Gesù, che riporta con un certo umorismo le sue parole disperate, ma vere: «Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno» (Lc 16,3). Non resta che investire in potenziali amici perché ci sia qualcuno «che mi accolga in casa sua» (16,4).