Pubblicato in: Riflessioni personali

So che il mio Redentore è vivo

La liturgia di oggi ci ricorda che almeno per un giorno, la morte entra in scena come porzione sacra della nostra avventura di uomini e donne creati a immagine del Dio vivente, eppure segnati dalla tragica ferita del peccato. In questa coraggiosa e necessaria commemorazione liturgica, il ricordo dei defunti, dei parenti e degli amici, dei fratelli e delle sorelle nella fede che hanno segnato con la loro vita la carne della nostra vita, non è soltanto espressione di quel sentimento di affetto che, in ogni tempo e in ogni cultura religiosa, produce il culto dei morti. All’ombra dei santi — festeggiati ieri come una beata schiera — la comunità cristiana commemora tutti i fedeli defunti, chiedendo al Padre di confermare la speranza che il mistero pasquale ha acceso nei nostri cuori: «… che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova» (colletta). Il giorno dei morti, mentre risveglia nella terra dei nostri affetti il tempo condiviso nell’amore con le persone più care e importanti per la nostra vita, è rilanciato dalla liturgia come occasione di nutrire quella speranza che «non delude», non perché sia rimossa o trasformata l’esperienza dell’inevitabile dolore, ma semplicemente perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5) e nel cuore dei nostri amati defunti. L’intima e incrollabile certezza, che palpita nel cuore del sapiente Giobbe, diventa il sommesso grido di preghiera che la comunità cristiana rivolge con fiducia al suo Signore: «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio» (Gb 19,25-26). Il ricordo dei nostri cari scomparsi ci conduce inevitabilmente «incontro alla morte» (1Cor 15,31) e al suo potente valore simbolico, capace di intercettare le più nascoste paure radicate in noi. Nessun discorso riesce ad attenuare il volto temibile di questo destino che tutti ci attende e che ai nostri occhi non può che presentarsi come un invincibile avversario. Nonostante la fiducia in Dio e nelle sue promesse, l’ascolto della Parola e le preghiere, la morte rimane anche per i credenti un evento oscuro e tragico, di fronte al quale non possiamo che riconoscerci «soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15). Eppure non è tanto la morte ad atterrirci, quanto la sofferenza che la prepara e l’accompagna; soprattutto la coscienza che le cose vissute e toccate insieme a coloro che abbiamo amato possano e debbano svanire all’improvviso in modo irreversibile. Infatti la morte non è soltanto un verbo che si declina al futuro, quando anche noi dovremo lasciare questo mondo, ma anche al presente. In infiniti modi e in molteplici occasioni ci accade di morire a noi stessi, a quello che speravamo, ai progetti che avevamo faticosamente imbastito. Il vangelo però — cioè la memoria di quanto Gesù ha detto e fatto per noi e per la nostra salvezza — è capace di consegnare al nostro cuore una grande parola di speranza: «Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40). Il Signore Gesù non ha eliminato né la morte né la sofferenza dall’esperienza umana. Ha invece aggiunto un’altra formidabile possibilità, quella della risurrezione, evento impensabile e impossibile ai nostri cuori «ancora deboli» (Rm 5,6) e fragili. Perché in Dio c’è un unico, indubitabile desiderio: che nessun uomo si «perda» (Gv 6,39) nella disperazione e nella solitudine. E se già le promesse sanno infondere una certa consolazione, Dio ha voluto dimostrare «il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Questo è l’evento che accende una grandiosa luce nelle tenebre del nostro scoraggiamento, che sostiene il ricordo talvolta ancora afflitto per la perdita dei nostri cari defunti. Mossi da questa speranza, noi oggi facciamo memoria del fatto che, in Cristo, niente e nessuno può essere perduto. E trasformiamo ricordi, nostalgie e sentimenti in una viva speranza; nella dolce e fiduciosa attesa della «pasqua eterna», in una «dimora di luce e di pace» (preghiera dopo la comunione) per tutti.