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Quanta luce fai entrare?

Le parole dell’evangelista Giovanni sembrano quasi riassumere il cammino di questi giorni di letizia nella contemplazione del Verbo fatto bambino: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Non è un caso che, nella tradizione della nostra Chiesa e nelle consuetudini delle nostre terre, la notte di Natale sia sentita, in alcuni casi, ancora di più che la notte di Pasqua. Persino la natura sembra desiderare un po’ più di luce nelle lunghe notti d’inverno che rendono la luce del giorno così fugace. La luce però che ci viene donata è come quella del sole: ha bisogno di essere accolta. Così il Verbo di Dio, che si offre come nostro fratello, ha bisogno di essere «riconosciuto» (1,10). È come se in una splendida giornata di sole chiudessimo tutte le imposte e ci lamentassimo del buio. Un monaco benedettino del Medioevo così commenta: «”Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente è venuta dal cielo, dal tuo trono regale” (Sap 18, 14-15). Questo testo della Scrittura designa il tempo santissimo in cui la Parola onnipotente di Dio è venuta fino a noi a parlare della salvezza. Dal più intimo segreto del Padre è discesa nel seno di una madre. “A metà della notte”: tutto era immerso nel silenzio “intermedio” – tra i profeti che non parlavano più e gli apostoli che stavano per farlo. Che splendido evento, in questo silenzio intermedio, per un “mediatore fra Dio e gli uomini” (1Tim 2,5), che si fa mortale per salvare i mortali, e salverà i morti con la sua morte ! Nel ruolo di mediatore, “ha operato la salvezza nella nostra terra” (Sal 74,12): è morto su una croce, “elevato da terra” (Gv 12,32), tra cielo e terra, simbolo della riconciliazione tra il cielo e la terra…  “La notte era a metà del suo corso”. Di quale notte si tratta? Forse designa quel periodo in cui, dall’origine del mondo fino alla fine dei tempi, i figli di Adamo vivono in quell’Egitto ottenebrato, nelle dense tenebre dell’ignoranza e totalmente incapaci di vedersi gli uni gli altri (Es 10,21ss). Infatti, come si possono vedere gli altri se non si vede il proprio cuore? Approfittando delle tenebre che coprono i cuori, la menzogna e l’errore si insediano. È in questa notte, fra “coloro che abitano nelle tenebre” (Lc 1,79; Is 42,7), che è venuta “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” . È lei che scaccerà veramente tutte le tenebre quando “metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori” (1Cor 4,5)» (GIULIANO DI VEZELAY, prima omelia per il Natale). Dal canto suo l’apostolo Giovanni, proprio in questo ultimo giorno dell’anno civile, ci ricorda che «è giunta l’ultima ora» (1Gv 2,18) e ci mette in guardia dall’«anticristo». Con queste parole dell’apostolo siamo esortati a non perdere il contatto con il nostro cuore e a saper nominare quelle tenebre che non ci permettono di riconoscere e di accogliere: noi stessi e gli altri in cui si nasconde la presenza di Dio stesso che chiede di essere accolto e amato per poter dare luce e gioia alla nostra vita. Mentre ci auguriamo reciprocamente che l’anno nuovo sia buono, possiamo prendere un piccolo momento per verificare quanta luce siamo stati capaci di far entrare nella nostra vita durante l’anno che portiamo a compimento con gratitudine.

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Diventare come Anna

Mentre scorrono i giorni della gioia del Natale, la Liturgia ci fa incontrare una figura che sembra mettere nel nostro presepio, accanto alla gioia, anche il dolore e la prova. Mentre il bambino Gesù viene presentato al Tempio, ecco che «una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser» (Lc 2,36) si unisce a Simeone per accogliere questo bambino come tutti, che pure è diverso da tutti. Di Anna il Vangelo ci dice due cose. La prima è che «era molto avanzata in età… era poi rimasta vedova» (2,36-37). In una parola, che è una donna che ha molto sofferto ed è stata provata dalla vita. Eppure, questa prova e questa sofferenza invece di ripiegarla su se stessa l’hanno resa ancora più sensibile alla vita nel suo duplice rimanere aperta interamente a Dio nella preghiera e completamente attenta a ciò che avviene attorno a lei nella vita. L’evangelista Luca ci dice che: «Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere» (Lc 2,37). La devozione di Anna la rende capace di riconoscere – quasi intercettare acutamente – i passaggi della vita fino a sentire la promessa che questo bambino rappresenta per tutti, quasi preoccupandosi che tutti se ne possano rendere conto: «si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). A questa donna si può ben applicare quanto dice l’apostolo: «Ho scritto a voi padri, perché avete conosciuto colui che è da principio» (1Gv 2,14). E questo vale chiaramente anche per le “madri”. Anna, forgiata dalle prove della vita e illuminata dalla preghiera assidua, è capace di avere occhi di «profetessa» tanto da vedere più lontano, tanto da vedere più in profondità. Anche noi siamo chiamati a diventare come lei, per cogliere e far cogliere la presenza di Dio nelle pieghe della nostra storia e su ogni volto di umanità. Karl Barth scrive in proposito: «Poiché Dio è umano, l’uomo si trova rivestito di una distinzione tutta speciale; ogni essere che si rivela in un volto umano, ogni persona dunque, con le sue opere e i suoi cammini, riceve così una dignità particolare. Tutto ciò non ha niente a che vedere con una visione ottimistica dell’uomo. È qualcosa di più! Dal momento che Dio è diventato umano, questa distinzione è accordata ad ogni persona e non le può essere sottratta per nessuna ragione e in nessun modo» (K. BARTH, L’humanité de Dieu, Sierre 1999, p. 32). Il segno di questa nostra umanità divinizzata è la passione di servire Dio e di mettersi al servizio di tutti, in particolare dei più piccoli, per aprire davanti a loro le vie della vita, che cominciano sempre con il riconoscimento e l’ammirazione. La profetessa Anna ci permette di fare un passo in più in quel cammino assolutamente necessario per essere capaci di servire – Dio e i fratelli – in tutte le età della vita, in tutte le stagioni delle emozioni, in tutte le situazioni della storia… con un’agilità che dovrebbe crescere con la vecchiaia, in modo direttamente proporzionale alla crescita della libertà interiore.

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L’accoglienza come vera obbedienza

Mentre, con profonda e sensibile gioia, celebriamo e ci rallegriamo per il Natale del Signore, oggi la liturgia ci mette di fronte a un tratto della nostra relazione con Gesù come un bambino che ha continuamente bisogno di essere accolto… perennemente bisognoso di essere stretto al cuore di un’umanità sensibile alla sua venuta e felice della sua presenza. Forse sta proprio in questo atteggiamento di continua accoglienza il segreto della vera obbedienza alla Legge del Signore e a tutte le sue più grandi o minute prescrizioni. Per tre volte, nel testo che leggiamo quest’oggi, si menziona l’obbedienza alla «legge del Signore». Essa riguarda primariamente il bambino e i suoi giovani genitori ma, indirettamente, riguarda proprio Simeone e Anna così avanti negli anni. Senza che le prescrizioni e i rituali lo richiedano, Maria e Giuseppe portano con sé il bambino, quasi per renderlo personalmente partecipe di questo gesto che viene compiuto non per legalismo ma con profondo amore e quasi per lasciarsi permeare dal mistero di questo bambino che stringono tra le braccia e continua a creare stupore e meraviglia sempre più grandi (Lc 2,33). Con Simeone e Anna è come se i genitori di Gesù condividessero uno slancio, una sorta di sottile inquietudine che li spinge a presentarsi al Tempio per «offrire» le proprie ombre e trovare così la «luce per rivelare» (Lc 2,32), per vivere l’esperienza di una «salvezza» (2,30) che, se passa attraverso la devozione, in certo modo la supera di molto. L’apostolo Giovanni esplicita in modo forte in che cosa possa consistere questa esperienza di salvezza che si effonde come luce per e nella nostra vita: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo» (1Gv 2,10). C’è una comunicazione di doni tra Simeone e Anna e i genitori del Signore Gesù, e il dono più grande è quella che potremmo chiamare – nella logica del vangelo secondo Luca – la seconda annunciazione a Maria che completa – per bocca di «un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele» (Lc 2,25) quanto era stato detto dall’angelo Gabriele: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Non è mai chiara la sequenza con cui la grazia opera nella nostra vita: se è la luce a creare la pace o la pace a inondare di luce. In ogni modo, non ci resta che cercare di stringere tra le braccia della nostra anima il Verbo fatto carne per lasciare inondare ogni nostra vecchiezza dell’energia della sua forza di umanità che ci rende parenti di Dio. Come fare a comprendere a che punto siamo su questo cammino? La risposta ce la dà l’apostolo Giovanni: «Chi dice di rimanere in Cristo, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2,6). Proprio ieri pomeriggio e in serata la Provvidenza divina ha voluto che diventassi accogliente e in maniera inaspettata mi ha “regalato” un’occasione grandiosa di accoglienza e ascolto. Sì, il Signore attende questo da me anche oggi: saper accogliere senza “se” e “ma”, proprio come ha fatto Lui.

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La paura…uccide

Può sembrare davvero strano come la luce del Natale possa essere più volte turbata da fatti di sangue: prima la memoria del martirio di Stefano e oggi la strage degli innocenti. “Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi”. Ciò che colpisce di Erode è la reazione che ha davanti alla paura. Infatti è proprio la paura la radice della sua violenza. Sappiamo per certo che aveva fatto ammazzare nella sua vita diverse mogli e figli per paura di essere detronizzato, e oggi lo troviamo a sporcarsi nuovamente le mani di sangue per paura di un bambino nato in un villaggio periferico vicino Gerusalemme. La paura è una caratteristica del nostro essere umani ma può tirare fuori il peggio di noi. Sarebbe interessante poter guardare tutto ciò che di male facciamo e domandarci a quale paura corrisponde. Non esiste solo la violenza delle armi, ma quella delle parole, degli atteggiamenti, degli abusi di potere, dei silenzi, delle omissioni. Anche Maria ha paura, anche Giuseppe, anche tanti altri personaggi citati nel Vangelo, ma la grande diversità è nel modo con cui essi reagiscono. Maria vince la paura fidandosi, Giuseppe affrontando. Il vero problema non è cancellare la paura ma domandarci quanto essa ci deforma e quanto è capace di corromperci. Persino Gesù nel Getsemani ebbe paura ma la affrontò tenendo insieme l’opzione di Maria e quella di Giuseppe: si abbandonò al Padre e andò incontro ai suoi uccisori. Fidarsi e affrontare, ecco il binomio del Vangelo di oggi. La celebrazione del Natale prosegue — senza apparente linearità — con il ricordo dei santi Innocenti, tutti quei «bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù» (Mt 2,16) nel tempo in cui il Figlio di Dio è venuto al mondo. Sebbene il numero di queste vittime innocenti vada immaginato certamente esiguo rispetto a molti altri massacri che la storia ha fatto sfilare davanti ai nostri occhi, ciò nondimeno solleva in noi un grave turbamento pensare che tale eccidio rappresenti una delle prime conseguenze del Natale del Signore. Addirittura inquietante è il fatto che la chiesa lo celebri come una festa, affermando che «nei santi Innocenti» Dio è «stato glorificato non a parole, ma con il sangue» (cf. colletta). Il fatto, poi, che solo alla santa famiglia di Nazareth sia stato recapitato un avvertimento angelico può apparire ai nostri occhi come la più solenne delle ingiustizie: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Certo, nella vita spezzata di questi bambini, che non sanno di morire a causa di Cristo, possiamo vedere rappresentato, e in certo modo riscattato, il sangue di tutti i giusti da Abele a Zaccaria (cf. Lc 11,51), dal più noto fino al più sconosciuto innocente di ogni sterminio perpetrato lungo i secoli. Possiamo persino cogliervi la più limpida prefigurazione del sacrificio di Cristo, il Figlio innocente che è morto per la salvezza di tutti gli uomini: «È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2). Ma la chiave di accesso più adeguata alla festa di oggi è offerta proprio dalla riflessione dell’apostolo Giovanni, che trasforma il «grido» (Mt 2,18) del nostro disappunto in uno sguardo sincero in fondo al mistero del nostro cuore e della debolezza che lo abita: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1Gv 8,8-10). Nell’atmosfera drammatica di questi bambini, morti innocenti a causa dell’Incarnazione del Verbo, siamo invitati a percorrere quella distanza — mai breve e sempre nascosta — che separa ciò che noi diciamo di essere da ciò che in realtà siamo, fino a scorgere e ad accettare la presenza di una forte ambiguità in noi, manifesta soprattutto nei momenti in cui veniamo spodestati dalla poltrona delle nostre sicurezze e dei nostri poteri. Il furore di Erode, che non tollera che ci si prenda «gioco di lui» (Mt 2,16) e avverte come un incubo la venuta di un messia, non ha alcuna giustificazione. È intolleranza assurda e spietata. Tuttavia nemmeno le «tenebre» (1Gv 1,5) che abitano in noi e nelle quali camminiamo — talvolta con così tanta superficialità — possono essere facilmente giustificate o comprese. Sappiamo soltanto che «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1,5) e che «abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (1Gv 2,1). Questa duplice coscienza attenua l’orrore suscitato dal ricordo del sangue innocente, e diventa una singolare speranza «per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (2,2). Anche così, di fronte al dolore sempre innocente dei piccoli, si prolunga la gioia del Natale e si dilata lo spazio di testimonianza al Verbo di Dio fatto carne.

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Giovanni…discepolo

Sono tanti i modi per indicare ed evocare il dono particolare e la personalità unica di Giovanni. Egli è apostolo con gli apostoli, ma è pure il più vicino al Signore; è evangelista come gli altri evangelisti, eppure il suo Vangelo è unico per la profondità della contemplazione che ci permette di cogliere le viscere del Signore e il suo rapporto unico con il Padre; è martire come tanti che dovettero accogliere la morte per rimanere fedeli al Signore, ma la sua vita fu – a quanto dice la Tradizione – lunga e feconda; è profeta e veggente, tanto che il libro dell’Apocalisse è posto sotto il suo patrocinio e Patmos conserva la memoria della contemplazione dell’anziano apostolo, che viene anche riconosciuto come una delle «colonne» (Gal 2,9) della Chiesa nascente. Ma vi è un titolo che caratterizza Giovanni in modo unico, che ci viene tramandato dalla tradizione bizantina che lo indica come l’apostolo epistèthios: colui che pose il capo sul petto di Gesù durante la cena pasquale, lui che identifichiamo con il discepolo «che Gesù amava» (Gv 20,2). Nell’ottava di Natale, la festa di san Giovanni è un monito ad accogliere il Verbo nella mangiatoia del nostro cuore e di porci – come e con Maria – ad auscultare i battiti del suo cuore quasi per cercare di armonizzarli con il nostro cuore. Nella prima lettura possiamo cogliere i sentimenti più profondi e intimi di questa conoscenza: «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1). Con queste parole ci viene ricordato come e quanto l’incarnazione del Verbo ha cambiato radicalmente il nostro modo di immaginare e di sperimentare la nostra esperienza di Dio. Per questo siamo chiamati a essere capaci di toccare tutti i sensi della nostra struttura percettiva della vita. La pace e la gioia che gli angeli annunciarono ai pastori nella notte luminosa di Betlemme diventano per l’evangelista Giovanni questa possibilità di vivere in «comunione» (1,3) con la stessa vita divina.
La comunione sembra generare l’intuizione di Giovanni, che si esprime nella sua giovinezza interiore che non è solo una questione di anni, ma una disponibilità e curiosità nei confronti della vita che lo rende sempre «più veloce» (20,3) nell’andare oltre le apparenze e fidarsi delle intuizioni del cuore. Per Giovanni l’immagine di Dio è legata alla realtà del «Verbo» (Gv 1,1) che vive in relazione con il Padre e, con la sua incarnazione, ci fa entrare in questo dialogo divino che fonda la nostra gioia. Fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’imperatore del Giappone non parlava mai, ma trasmetteva il suo pensiero attraverso un portavoce. Nel Verbo fatto carne, Dio parla e ascolta, e la parola è il modo per rendere accessibile l’intimità. Possiamo e, per molti aspetti, dobbiamo accogliere ogni giorno il realismo dell’incarnazione, che si concretizza attraverso una cascata di verbi da cui la Liturgia della Parola di oggi sembra inondarci: udire, vedere, contemplare, toccare, testimoniare, annunciare, essere in comunione, correre, uscire insieme, credere: «perché la nostra gioia sia piena» (1Gv 1,4).

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Famiglia luogo non stanziale

Bisogna riconoscere che la Santa Famiglia di Nazaret, il cui mistero di relazione e di amore oggi celebriamo, rischia talora di trasformare il modello in una sorta di schermo su cui proiettiamo le nostre illusioni sull’amore e sulla relazione. Leggendo con attenzione i testi che la Liturgia ci offre, non possiamo sottovalutare l’elemento drammatico che accompagna la vita di Maria, Giuseppe e Gesù, chiamati a relazionarsi e imparare a conoscersi non senza qualche incomprensione… non certo piccola: «Ma essi non compresero…» (Lc 2,50). Forse questi giovani e inesperti genitori non avrebbero superarato un esame di idoneità all’adozione cui siamo abituati ai nostri giorni! Infatti, smarriscono il tesoro più prezioso che è stato così benevolmente affidato alla loro cura. In realtà, uno degli aspetti fondanti della relazione nella famiglia di Nazaret è il dramma della libertà, che si fa rispetto della decisione altrui e ambito della crescita in autonomia che mette in conto anche il fallimento e il malinteso. Possiamo ben immaginare quanto Maria e Giuseppe abbiano intuito la grandezza del mistero che era stato affidato alle loro cure. Nondimeno, non trattano Gesù – loro figlio – come una “promessa” da non perdere d’occhio perché non gli succeda nulla di male, come si farebbe con il “pulcino” di una squadra di calcio o un “beniamino” di una grande università. Maria e Giuseppe non perdono, anzi coltivano e trasmettono a Gesù la naturalezza di una vita ordinaria da vivere insieme agli altri, tanto da crederlo e pensarlo serenamente «nella comitiva» (2,44). L’ essere «angosciati» (2,48) di cui parla Maria a Gesù quando lo si ritrova nel Tempio è l’emozione forte e reale di chi si trova davanti a un imprevisto concreto – non si trova più il ragazzo – e non l’essere ansiogeni per pericoli e minacce fantasmagoriche. L’intimità della famiglia di Nazaret, in cui cresce e matura la coscienza e l’identità del Signore Gesù, non è “claustrale” nel senso di un recinto chiuso per evitare contaminazione, ma è – al contrario – il frutto di una grande e profondissima apertura. Il simbolo del Tempio fa da sfondo alla liturgia odierna come simbolo del magnifico incontro tra la storia di Dio e quella dell’umanità. Il piccolo Samuele viene riportato a Silo dove è stato «richiesto» (1Sam 1,27) al Signore, il Signore Gesù invece resta nel Tempio mentre la carovana riprende la via di casa. Quel tempio, verso cui si orienterà tutto il cammino di Gesù nel vangelo di Luca, sta al cuore della ricerca del Signore come ambito in cui, attraverso l’esercizio della ricerca intellettuale e spirituale – ascoltava e interrogava – si attua la crescita della persona come coscienza della propria origine, della propria identità e della propria vocazione unica e irripetibile. La famiglia è così un luogo che prepara un altro luogo e per questo è un luogo di passaggio e non di stanzialità. La prima parola del Creatore sul mistero dell’uomo e della donna suona così: «lascerà…» (Gn 2,24). Una famiglia secondo Dio – sana e santa – è un luogo ove si apprende l’esodo che è sempre esodo da se stessi, nel senso di apprendere l’autonomia senza cedere all’indipendenza: «stava loro sottomesso» (Lc 2,51). L’apostolo Giovanni ci ricorda che la nostra unica grande vocazione non è quella di essere padri e madri, ma di essere soltanto – si fa per dire – dei «figli di Dio» e di esserlo «realmente» (1Gv 3,1).

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È nata la gioia

La celebrazione del Natale è posta dal vangelo sotto il segno della gioia. “Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,10). Una grande gioia apre il vangelo di Luca, alla nascita di Gesù, e una grande gioia lo chiude, alla resurrezione di Gesù, quando i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,52). Evangelizo vobis gaudium magnum: l’evangelo è vangelo della gioia, è l’evangelii gaudium. La gioia è intrinseca al vangelo, è connaturata ad esso, non è solo conseguenza dell’annuncio, ma è anche contenuto stesso dell’annuncio. Contenuto, perché evangelizzare è trasmettere e trasfondere la gioia che viene dal Signore e nasce dalla stessa buona notizia evangelica. Ma anche modalità: evangelizza chi già vive la gioia del vangelo. Segno della presenza e dell’azione dello Spirito, che ha presieduto al concepimento di Gesù nel grembo materno, è la gioia che sempre è suo frutto: “frutto dello Spirito – dice Paolo – è carità, gioia, pace” (Gal 5,22). Annunciata ai pastori, la gioia si diffonderà e, come il vangelo, correrà, per diventare di tutto il popolo. Attraverso il contagio provocato da chi già la vive, la gioia del vangelo si estenderà, mostrerà la sua capacità diffusiva, il suo intrinseco dinamismo. La gioia è progressiva e in divenire, ma pure minacciata e contrastata, anche nell’intimo della stessa persona. La nostra storia è anche la storia della nostra gioia e delle nostre tristezze. È la storia della nostra fede che ci porta a far vincere la gioia sui motivi di tristezza e di amarezza che ci assalgono. Ma da cosa è concretamente costituita questa gioia? Che cosa caratterizza questa gioia? Il vangelo contiene una notazione originale e inconsueta. Se spesso il Nuovo Testamento afferma che Cristo è morto per noi, è morto e risorto per noi uomini, se spesso si dice che egli ha vissuto per gli altri, ha amato, ha incontrato, ha curato, ha guarito, ha perdonato, qui si dice che egli è nato per noi: “Oggi è nato per voi”. Perfino la nascita di colui che Bonhoeffer chiamava “l’uomo per gli altri” è posta dai vangeli sotto il segno della dedizione, del donarsi, dello spendersi, dell’essere non per sé, ma per altri. La nascita, evento che sfugge a ogni determinazione e volontà di colui che nasce, è colta come evento per, come evento che ha dei destinatari. È come se fin dalla nascita Gesù fosse strappato all’egocentrismo, al per sé, e destinato alla vita di altri, a dare pienezza di vita ad altri. E forse, nella nascita di Gesù vi è il segreto di ogni nascita e di ogni vita: ovvero che la gioia, e ancor prima il senso, nasce dallo spendersi per altri gratuitamente, senza attendere contraccambi e riconoscimenti, ma contenti del proprio essere per altri senza visibilità, come è senza visibilità esteriore la vita nascosta con Cristo in Dio. Chi nasce per altri è libero da sé. E questo è anche il senso del concepimento ad opera dello Spirito santo: perché lo Spirito nulla fa da sé e per sé, ma ciò che compie lo fa solo nello spazio dell’obbedienza e della fiducia. Chi è libero da sé è anche libero dalle tentazioni della rivendicazione come della vendetta, perché non ha nulla da difendere, nulla da pretendere, nulla da nascondere. La gioia ha dunque questa prima fondamentale caratteristica: vivere non per sé, ma per gli altri. Un’altra dimensione della gioia noi la possiamo cogliere contemplando l’agire di Maria. Di fronte al neonato, Maria compie i gesti materni di cura della vita che seguono il parto e tra questi, quell’“adagiare” che in realtà esprime l’atto di alzare in alto e suggerisce che Maria, dopo aver fasciato il piccolo, lo abbia sollevato davanti a sé per guardarlo faccia a faccia, in una comunicazione personalissima e intensa, in uno sguardo occhio contro occhio, prima di coricarlo nella mangiatoia. Possiamo senza fatica immaginare la gioia della madre e la gioia insita nel farsi carico e prendersi cura di chi è debole, di chi è totalmente affidato, per la sua stessa sopravvivenza, alle cure di un altro. Il testo evangelico fa emergere il netto contrasto tra il modello della cura, presente in Maria, e il modello del controllo e del dominio rappresentato dal censimento attuato dall’imperatore romano. Modello di gioia e di vita l’uno, modello di morte e di tristezza l’altro. Nella cura per il debole c’è l’incontro con Dio, nel dominio sull’uomo operato da chi si crede Dio, non solo non ci può essere incontro con Dio, ma c’è anche l’ingiustizia e la prevaricazione sull’uomo. L’imperatore Cesare Augusto, che godeva di titoli divini, dispiega il suo potere di controllo su tutti e ciascuno nel mondo ordinando un censimento della terra abitata, e il censimento già nell’Antico Testamento è condannato da Dio (cf. 2Sam 24; 1Cr 21) come pretesa umana di conoscere e controllare chi appartiene solo a Dio. La gioia ha dunque anche questa connotazione: essa nasce dalla cura e dalla responsabilità verso il debole e si oppone al controllo e al dominio sull’altro. A fronte infatti della presentazione del maestoso, impressionante e imponente potere dell’imperatore romano con cui si apre la pagina evangelica (Lc 2,1-2), Luca afferma che Dio manifesta la sua signoria sulla storia attraverso l’evento “invisibile” della nascita di un bambino che è il Salvatore, il Cristo Signore. Dalla grande storia si passa all’ordinarietà del quotidiano, da ciò che si impone a ciò che non si nota. Luca ci dice che sono la fragilità e non la potenza, l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano, che rivelano la presenza di Dio. Un Dio che è anzitutto Dio nelle piccole cose, nei piccoli eventi che formano la trama del vivere giornaliero. Forse per questo solo dei semplici e dei poveri, come i pastori di Betlemme, sono i primi destinatari di tale rivelazione. Per i poveri, ciò che è avvenuto è lieto evento, è vangelo, è gioia, non motivo di scandalo. La loro gioia è beatitudine, la beatitudine di chi non trova scandalo in un Dio rivelato da un neonato, è la gioia piena di stupore di chi scopre di essere prezioso agli occhi di altri, di chi, non contando nulla, si scopre visto e scelto nella propria emarginazione e solitudine. La gioia nasce dall’esperienza della gratuità. La gioia, come l’evangelo, è grazia. E l’esperienza dei pastori, primi destinatari del vangelo della gioia, può essere estesa a ogni destinatario dell’evangelo perché sia vero che la loro gioia, la gioia dei pastori, diventi di tutto il popolo, di ogni uomo. Forse basta ripetere e aderire alle parole di Pier Crisologo: “O uomo, perché hai di te un concetto così basso, quando sei tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Tutto il mondo e ciò che è in esso, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? Riconosci dunque la tua dignità e sii all’altezza della tua vocazione. Rispondi dunque a colui che tutto ha fatto per te e a Colui che è nato per te, con il rendimento di grazie e la gioia del cuore”. La gioia di questa pagina evangelica è espressa anche dalla menzione della luce, una luce che splende nella notte (Lc 2,8-9). A dire che la gioia evangelica può abitare anche le situazioni di dolore e tristezza. Di che notte ci parla il vangelo del Natale? È una notte che grava sull’intero mondo abitato, una notte globale. Una notte che ha una valenza storica e politica perché un decreto imperiale impone un censimento a cui tutti devono sottomettersi. Una notte che è sottomissione impotente a ciò che è decretato dall’alto. E che tocca la vita di tanta povera gente come Maria e Giuseppe costretti a viaggiare per andare a farsi registrare. Ma non sono le tenebre storiche che possono impedire l’azione di Dio. È poi la notte del disagio e dell’estrema precarietà in cui si vennero a trovare Maria e Giuseppe che dovettero cercare ospitalità in una sorta di riparo di fortuna ove Maria poté partorire in condizioni di relativa tranquillità. Ma non sono le condizioni ostili esteriori che impediscono l’evento della nascita del bambino. È la notte fisica e simbolica in cui sono immersi i pastori che, nell’asprezza del loro faticoso lavoro, fanno la guardia alle loro greggi pernottando all’aperto. Ma non è la loro condizione dura e marginale nella società del tempo, che impedisce loro di ricevere l’annuncio e di lasciarsi rivestire dalla parola luminosa. Le tenebre non sopraffanno la luce, direbbe il IV evangelista. Ed è infine e soprattutto, la notte del potere e della prepotenza. Cesare Augusto con i suoi titoli che lo divinizzano, vuole estendere il controllo su tutti e su ciascuno ordinando un censimento della terra abitata. Il censimento è usurpazione del posto di Dio, è pretesa dell’uomo che si erge a signore di altri uomini, è espressione della volontà di controllo e di dominio che si esercita su dei sudditi, non su persone libere, e la Bibbia lo dichiara blasfemo perché solo Dio conosce i suoi e perché Dio non vuole essere adorato da sudditi, ma da uomini liberi. E ogni atteggiamento che ferisca la libertà personale, che crei la dipendenza di un uomo su un altro uomo, che avanzi pretese sulle vite di altri, che usi le persone per fini di potere, anzi che le usi e basta, è blasfemo. Questo infatti significa considerare le persone come finalizzate a sé, come mezzo per la propria soddisfazione o il proprio potere, e questo ha il detestabile nome di abuso.

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Benedire la santità di Dio

Alla fine di questi giorni di Avvento, nei quali ancora una volta ci siamo preparati alla venuta del Signore, veniamo sollecitati dalla liturgia a concludere i preparativi per disporci a gustare la gioia del Natale. L’esperienza di Zaccaria, che resta ammutolito di fronte alla novità di Dio e al fragore delle sue promesse, è, in fondo, quanto doveva accadere anche a noi in questi giorni. L’abitudine della fede ha bisogno sempre di ritrovare lo stupore e l’esultanza per le impossibili opere di Dio, che nell’incarnazione del Verbo rivelano la loro — folle — misura d’amore per noi. In quel tempo, Zaccarìa, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele […]» (Lc 1,67-68). Il compito dell’Avvento non era altro che questo: svuotare il nostro spirito da tutti gli accumuli di paura, tristezza e accidia e ricolmarlo della santità di Dio, della sua forza e della sua speranza. Ammutolire il nostro parlare stanco e rassegnato, per farci diventare profeti capaci di annunciare la tenerezza e la misericordia del nostro Dio, secondo la grazia ricevuta in dono nel battesimo. «[…] e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo […] salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano» (Lc 1,69.71). Nella disadorna mangiatoia di Betlemme, questa notte, saremo chiamati a contemplare di nuovo il mistero di questa salvezza potente, con cui Dio ha saputo liberarci dai nemici e dalle mani che avversano il nostro vivere quotidiano. Lo scambio di battute tra il re Davide e il profeta Natan ci offre una prospettiva singolare da cui inquadrare questo dono di salvezza. Così dice il Signore: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? […] Il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (2Sam 7,5.11). La smentita di Natan al progetto del re, che voleva costruire una casa al Signore, è l’ultima tessera del puzzle di Avvento. Sebbene la festa del Natale diventi, settimana dopo settimana, una serie di crescenti e frenetici preparativi, per far diventate le nostre case, le nostre mani e i nostri cuori capaci di dono, alla fine bisogna solo fermarsi e contemplare l’iniziativa di un Dio che è venuto a prepararci una casa. L’umanità del Verbo incarnato è la casa dove finalmente noi possiamo imparare a vivere. Ma è anche figura della nostra umanità, la casa da cui possiamo smettere di fuggire. Dalla culla alla croce, i panni della nostra vita non vanno più smessi. Ma indossati con umile e incrollabile fierezza. Come un «trono stabile per sempre» (2Sam 7,16).

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Un’anima che canta

Ciascuno di noi è un po’ come Samuele: cresciamo per essere infine «richiesti» per una missione che coincide con la totalità e la verità della nostra vita! Ciascuno di noi è come Maria, la madre del Signore, interamente donata per vivere l’accoglienza del Verbo nella sua carne per donarlo come compagno di cammino a tutti gli uomini. Nella Colletta della Messa un desiderio si fa preghiera: «concedi a noi, che professiamo la fede nella sua incarnazione, di partecipare alla sua vita immortale». Di questa partecipazione è icona la visita di Maria ad Elisabetta, in cui tutto il desiderio di queste due donne – visitate e ormai abitate in modo così sensibile dalla grazia – è proprio quello di partecipare l’una all’altra la propria esperienza di donne graziate e, per questo, piene di servizievole tenerezza. Alla luce di questo mistero della Visitazione, l’inno del Magnificat è una partecipazione – mediante una sua rilettura orante – a tutta la storia della grazia in modo così profondo da far percepire la grazia della storia. Sotto ogni versetto del Magnificat possiamo indovinare un fiume segreto di gioie e speranze, dolori e angosce che hanno attraversato e continuano ad attraversare il cuore e le viscere dell’umanità. Sembra che Maria non possa resistere a questo bisogno di raccontarsi e di raccontare, come pure di ascoltare ciò che Dio ha compiuto nel seno sterile di Elisabetta con la stessa forza con cui si è fatto dolcemente presente nel suo seno ignaro di nozze: «si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1,39). Ciò che Maria va a raccontare non è se stessa, ma la graziosa misericordia di Dio che avvolge tutta la storia dell’umanità e si fa garante della vita e della gioia dei poveri e dei piccoli: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (1,54). Davanti al dono di Dio che cambia la sua vita facendo del suo corpo la sua dimora, Maria ha lo stesso sentimento di restituzione attraverso il ringraziamento di Anna, la madre del piccolo Samuele: «Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto: … per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore» (1Sam 1,27-28). A questa parola di Anna fa eco la conclusione del canto di Maria: «come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1,55). Come esorta Ambrogio di Milano: «Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio. C’è una sola madre di Cristo secondo la carne; secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio… Cristo è “l’immagine di Dio” (2Cor 4,4) perciò l’anima magnifica l’immagine di Dio a somiglianza della quale è stata creata» (AMBROGIO DI MILANO, Omelie su Luca, 2, 26-27).

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Un desiderio di lasciarsi sorprendere

Le parole del Cantico riescono a esprimere, attraverso la ricchezza del linguaggio poetico, il mistero di emozione e di consapevolezza che l’annuncio dell’Incarnazione del Verbo deve aver acceso nel cuore della Vergine: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). Gli elementi più drammatici e complessi dell’Annunciazione si dissolvono nella dolce melodia del Cantico, per lasciare lo spazio ai colori e ai sapori di quella gioia che Dio si è preparato lungo i secoli, scegliendo di diventare – per sempre e per tutti – il Dio-con-noi: «Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate» (2,9). Nel mistero di una parola «impossibile» da credere eppure desiderabile da accogliere, Maria ha saputo riconoscere il movimento discreto di un Dio incapace di rimanere presso di sé, perché colmo del desiderio di condividere quanto ha di più prezioso con le sue creature. Per questo, dopo aver pronunciato il suo «eccomi!» alla parola dell’angelo, la Vergine (ormai) Madre «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» (Lc 1,39). L’urgenza con cui Maria si precipita a «visitare» la cugina «Elisabetta» scaturisce senza dubbio da una gioia profonda, quella che solo Dio è in grado di generare dentro la storia con la ricchezza e la fedeltà dei suoi doni. Ma, al contempo, può essere compresa anche come la rivelazione di un amore grande da cui Maria si è sentita raggiunta dentro le viscere più intime e profonde della sua esistenza umana. Sono ancora le parole del Cantico a indicarci con quale intensità Dio è stato capace di visitare l’umiltà della sua serva, per poterla innalzare al grande onore di diventare il luogo e il paradigma stesso della sua volontà di incarnazione: «Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! […] O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole» (2,10.14). Le parole infuocate del Cantico sono per noi l’occasione di contemplare l’anima profonda di quel mistero di amorosa presenza che è la venuta del Signore nella tenda della storia umana. Mentre siamo soliti fermare la nostra attenzione sulla grandezza della chiamata di Dio o, viceversa, sulla prontezza di risposta da parte di Maria, il dialogo tra l’amato e l’amata, presente nelle Scritture poetiche di Israele, ci aiuta a comprendere quale sia la ragione profonda per cui non solo il Verbo si è fatto, ma soprattutto ha voluto farsi carne. Quando la Vergine ha concesso pieno ascolto e disponibilità alla voce di Dio, il suo cuore ha saputo riconoscere – prima e a nome di tutti noi – che a Dio non è sufficiente avvicinarsi a noi. Egli vuole addirittura avere bisogno del nostro «viso» e della nostra «voce» per poter consumare il grande desiderio di abitare la nostra terra. I tratti più rappresentativi e simbolici del nostro corpo spirituale – il volto e la voce – sono cercati da Dio come l’indispensabile grembo per poter essere finalmente con noi e come noi. Così viene il Signore: quando cominciamo a credere che senza il nostro viso e senza la nostra voce non potrà giungere la primavera, con i suoi inconfondibili profumi e i suoi vivaci colori. Senza la libertà del nostro desiderio di lasciarci sorprendere e incontrare, il mistero del Natale non può essere celebrato nella verità. Proprio per noi — incantevoli e soavi ai suoi occhi — Dio si è fatto uomo: «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna» (Ct 2,11-12). L’elogio con cui Elisabetta si rivolge a Maria è una parola «colmata di Spirito Santo» (Lc 1,41) perché svela il segreto di quell’accoglienza che, in realtà, ciascuno di noi è capace di offrire al Dio che – sempre – ci parla: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Credere che non resterà priva di una sicura realizzazione la promessa che Dio, anche a noi, rivolge è la più bella delle beatitudini riservate alla nostra esperienza in questo mondo. Perché ci «costringe» a credere non solo in Dio, ma anche in noi stessi: nel nostro volto, nella nostra voce.