La grande speranza che le letture di oggi consegnano, come parola di Dio, può essere ricondotta alla rivelazione di come ogni percorso di vita, chiamato a confrontarsi con il mistero della persecuzione e con il dramma della sofferenza, non debba mai rassegnarsi all’ineluttabilità del male e alle sue conseguenze, ma possa sempre imparare a confidare in quella «misericordia» (Mc 5,19) capace di riaprire gli orizzonti di qualsiasi sentiero interrotto. È questa, in estrema sintesi, l’esperienza di Davide e di «tutta la gente che era con lui» (2Sam 15,30), quando «continuarono il cammino» (16,13), dopo aver udito di una minaccia mortale nei loro confronti da parte di Assalonne. Ma questo è anche ciò di cui fa esperienza quell’uomo «posseduto da uno spirito impuro» (Mc 5,2), dopo essere stato raggiunto e toccato dalla «misericordia» (5,19) di Cristo, quando scopre di poter tornare finalmente nella sua casa, in assoluta libertà e con una vita redenta dalla solitudine: «se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui» (Mc 5,20). Le due situazioni, a prima vista molto diverse tra loro, sono accomunate non solo da una possibile via d’uscita, ma anche da una certa modalità con cui Dio si mostra capace di entrare nella realtà per spalancare, nel cuore di ogni tenebra, la possibilità di un «bene in cambio della maledizione di oggi» (2Sam 16,12). La grande sorpresa, custodita e rivelata da questi racconti, è che la trasformazione delle tenebre in luce non deve necessariamente avvenire attraverso un comando perentorio – verso il quale tutti nutriamo un certo fascino – ma anche attraverso una parola mite, disposta ad accordare tempo e fiducia alla realtà perché evolva verso il meglio: «Lasciatelo maledire» (16,11) esclama Davide nei confronti di colui che lo sta insultando pubblicamente; «(Gesù) glielo permise» (Mc 5,13), osserva l’evangelista a proposito della possibilità accordata alla «Legione» (5,9) impura di entrare nei «duemila porci» presenti vicino alla «rupe» (5,13). In entrambi i casi, è un atteggiamento di sobria e santa indifferenza, nei confronti di tutto ciò che sembra negare la vita e generare sofferenza, a riaprire le porte della speranza. Davide sa bene che colui che deve tacere non è Simei – le cui accuse non sono poi così peregrine – ma proprio Abisai, il suo fidato collaboratore, incapace di ascoltare la voce di un rimprovero: «Perché questo cane morto dovrà maledire il re, mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!» (2Sam 16,9). Davide dimostra la grandezza del suo animo – come già in occasione del suo peccato contro Uria – proprio in questa disponibilità a lasciarsi umiliare, accettando di farsi descrivere dalle parole rabbiose di un altro, anzi riconoscendo nell’altro una possibile profezia di Dio sulla propria vita: «Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi» (2Sam 16,12). Anche noi ci troviamo spesso in momenti di grande sconforto, ora sprofondando in infinite tristezze che ci rubano la speranza, ora scivolando in dolorosi combattimenti interiori, dilaniati tra il desiderio di essere in comunione con gli altri e la paura di ciò che ogni relazione autentica comporta. Fino al punto da sentire come nostre le parole di supplica del salmista: «Signore, quanti sono i miei avversari! Molti contro di me insorgono» (Sal 3,2). In questi momenti, nei quali ci sembra irrimediabilmente perduto il nostro modo di stare al mondo e in relazione agli altri, dovremmo solo – si fa per dire – imparare a non restare troppo concentrati su quello che abbiamo capito di noi stessi e su quanto potevamo aspettarci dagli altri. Rimetterci in cammino confidando nella presenza di Dio, in noi e negli altri, significa saper sempre andare oltre, per ricominciare a vivere «meravigliati» (5,20) di come le cose possano sempre tornare a fiorire nella pace. Senza inderogabili interruzioni.
Il brano evangelico di questa domenica comprende l’omelia che Gesù tiene nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,21) e la reazione degli ascoltatori (Lc 4,22-30). L’“omelia”, in realtà, si condensa qui in una frase con cui Gesù commenta il testo di Isaia proclamato liturgicamente (cf. Lc 4,18-19; Is 61,1-2), frase che esprime bene lo schema elementare e perenne di ogni omelia: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” (Lc 4,21, traduzione letterale). La Scrittura, oggi, per voi: questi i tre elementi di ogni omelia. L’omelia verte su una pericope della Scrittura presentata dalla liturgia, preferibilmente il testo evangelico (non dunque su altre tematiche che, per quanto significative dal punto di vista pastorale – la “giornata” missionaria, vocazionale, ecc. –, risultano essere peregrine, indeboliscono l’efficacia dell’omelia e vengono meno al compito centrale di testimoniare la fede trasmettendo la conoscenza del Signore Gesù), traduce il suo messaggio nell’oggi e si rivolge a un uditorio preciso, alla comunità radunata. L’omelia è sempre una parola rivolta a, una parola indirizzata a un destinatario. Un’omelia poi, che è compito profetico che traduce nell’oggi storico la Parola eterna di Dio contenuta nella Scrittura, cerca sempre di porre la comunità di fronte alla presenza di Cristo: infatti, “Cristo è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura” (Sacrosantum concilium 7). Guidare la comunità a compiere il passaggio dalla pagina biblica alla presenza di Cristo è l’opera di ogni buona omelia. Occorre qui ricordare che l’aspetto parenetico dell’omelia discende da quello rivelativo e kerygmatico: l’omileta deve “predicare Cristo, non se stesso” (2Cor 4,5), affinché l’omelia sia realmente una manifestatio veritatis, ovvero, epifania di Cristo che è via, verità e vita. Nell’omelia a Nazaret Gesù, dopo aver proclamato la Scrittura, fa di sé un testimone della Scrittura stessa (e ogni omileta è chiamato a divenire testimone della Parola): dopo aver letto nel rotolo la vocazione del profeta veterotestamentario, presenta se stesso come profeta, ben sapendo che un profeta non trova accoglienza tra i suoi e nella propria patria. Ma se questo è vero del profeta, è vero anche di ogni cristiano: chi non conosce opposizioni e contraddizioni a causa della propria fede, in verità non è ancora entrato nella vita cristiana in profondità. Colui la cui parola è lodata e accettata da tutti e non incontra opposizioni o contestazioni, probabilmente è ancora lontano dalla parresia evangelica. Servire la Parola di Dio rende stranieri in rapporto alla patria e crea un’appartenenza altra. Il profeta parla la parola altra che è la Parola del Dio a cui egli appartiene e il destino della Parola diviene il suo stesso destino: “La Parola venne tra i suoi e i suoi non la accolsero” (Gv 1,11). La sottolineatura dell’oggi, presente nell’omelia di Gesù, fa emergere il fatto che per Luca, con Gesù il tempo e la storia ricevono il loro senso definitivo. Gesù inaugura un oggi (categoria più teologica che cronologica) che è il tempo della salvezza, il centro del tempo. Tempo che si situa ormai fra l’evento-Cristo e la venuta nella gloria del Figlio dell’uomo. L’oggi è il tempo dell’offerta della salvezza da parte di Dio, in Gesù, a ogni uomo. Si può pensare all’evento di grazia che investe il cosiddetto “buon ladrone” (in realtà, per Luca, si tratta dell’“altro” malfattore: Lc 23,40) quando Gesù gli dice: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43), ma è anche il tempo della scelta, il tempo che richiede una responsabilità e un’opzione da rinnovarsi ogni giorno. La redazione lucana delle parole di Gesù in Lc 9,23 sottolinea (rispetto ai paralleli di Mc 8,34 e Mt 16,24) la dimensione della quotidianità, del ricominciamento quotidiano della sequela, della scelta che, fatta una volta, va rinnovata ogni giorno: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Quanto poi all’annotazione circa il compimento della Scrittura negli orecchi degli ascoltatori (“in auribus vestris”: Lc 4,21), abbiamo qui il preannuncio di uno dei temi spirituali salienti del terzo vangelo: l’ascolto della parola di Dio udita dalla voce di Gesù e contenuta nelle Scritture. Un ascolto che impegna ed è estremamente esigente mettendo in crisi gli ascoltatori e portandoli a lasciarsi attraversare dalla lama della parola. In effetti, il prosieguo del testo lucano mostra che la parola di Gesù è portatrice di un giudizio e chiede agli ascoltatori di prendere posizione. La parola che Gesù pronuncia è parola non accomodata, non adattata, non ha come fine di compiacere gli uditori, ma è parola che scomoda gli ascoltatori e mette in pericolo chi la pronuncia. La parola profetica può essere pronunciata solamente a caro prezzo. Essa ha la forza della verità che fa emergere ciò che abita nel cuore dei destinatari: meraviglia e ammirazione finché viene percepita come innocua e addomesticabile (cf. Lc 4,22a), odio e rigetto non appena mette in discussione le sicurezze acquisite e i privilegi di cui si gode (cf. Lc 4,22b-30). Essa è intollerabile perché costringe l’ascoltatore a fare i conti con le tenebre del proprio cuore: pur di evitare questa dolorosa presa di coscienza si rigetta l’intollerabilità su colui che tale parola ha pronunciato. Dietro la Parola che giudica vi è la presenza stessa di Gesù che suscita una presa di posizione: “Gesù è segno che sarà contraddetto affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Sempre, di fronte a Gesù, si verifica una divisione tra chi lo accoglie e chi lo rifiuta, chi lo ascolta e chi lo bestemmia, perfino sulla croce (cf. Lc 23,39-43). Gesù obbliga a un’opzione, a una scelta. Incontrare Gesù significa essere condotti a fare verità nella propria vita accettando di riconoscere realisticamente il male che attraversa o che occupa il nostro cuore: gelosia, invidia, odio. Il riconoscimento delle tenebre è la condizione per accedere alla luce. L’odierno brano liturgico fa parte di quel passo di Lc 4,16-30 che nell’intenzione di Luca ha valore programmatico. Si tratta di un testo solamente lucano anche se si può considerare che Mc 6,1-6a costituisca un suo parallelo. Tuttavia non solo Luca ha molto sviluppato la narrazione fino a farne una sorta di sintesi dell’intero vangelo, ma ha anche anticipato la scena ponendola intenzionalmente all’inizio del ministero pubblico di Gesù. L’“anticipazione” del nostro testo (che secondo la sequenza di Marco dovrebbe trovarsi dopo Lc 8,56) è visibile dalla strana menzione di Cafarnao in 4,23: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico cura te stesso Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. In realtà, è solo a partire da Lc 4,31 che nel terzo vangelo si narra di insegnamenti e guarigioni operati da Gesù a Cafarnao: “Poi scese a Cafarnao …” (Lc 4,31), e il racconto di ciò che Gesù disse e fece a Cafarnao si estende fino a Lc 4,41. Dopo dunque la sua breve e densa “omelia”, Luca registra la contraddittoria reazione degli astanti: prima lo stupore ammirato, quindi il rigetto e il furore omicida nei confronti di Gesù. Ma Gesù legge la reazione di rigetto come conferma del suo ministero profetico e si colloca nella scia dei profeti Elia e Eliseo. Il rigetto dei suoi concittadini diviene l’occasione grazie a cui Gesù apre il suo ministero e l’annuncio della salvezza di Dio ai pagani, alle genti: si adombra così l’universalismo della missione e dell’annuncio della salvezza così caro al terzo evangelista (cf. Lc 3,6; 7,9; At 28,28). Comprendiamo allora che le ultime scene del nostro testo (la cacciata di Gesù dalla sinagoga, il tentativo di ucciderlo e il tranquillo andarsene di Gesù di mezzo alla folla inferocita contro di lui) non sono un resoconto cronachistico di quanto successo, ma profezia di ciò che accadrà in seguito: il testo è prolettico e allude alla morte e alla resurrezione di Gesù, all’evento pasquale. In effetti, la città costruita sul monte è Gerusalemme piuttosto che Nazaret, e l’andarsene (in greco poreúomai) di Gesù fa riferimento al cammino di Gesù verso Gerusalemme, che traversa tutto l’evangelo, e anche all’ascensione di Gesù al cielo (At 1,10-11). Così il nostro brano lucano presenta già l’enigma del rifiuto che Israele ha opposto a colui che Dio inviato quale Messia, il mistero della morte e resurrezione di Gesù e la buona novella dell’estensione alle genti dell’annuncio della salvezza. E proprio questa è la nota su cui si conclude l’intera opera lucana: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle genti ed esse ascolteranno” (At 28,28). L’ultima parola del testo: “si mise in cammino” (eporeúeto: lett. “se ne andava”, “camminava”) in realtà è un’apertura non solo sulla successiva vicenda terrena di Gesù, ma anche sull’evento pasquale e sulla vicenda della chiesa. La salvezza annunciata e costituita da Gesù in persona che l’ha resa presente con il suo camminare tra gli uomini e le donne del suo tempo sulle contrade della Galilea, diventa il cammino che, suscitato dallo Spirito sceso a Pentecoste, spingerà gli apostoli, gli evangelizzatori e i missionari fino ai confini della terra.
Il Vangelo ci ricorda che «c’erano anche altre barche con lui» (Mc 4,36) e così tutto il racconto riguarda anche ciascuno di noi, chiamato ad affrontare i passaggi della vita come dei veri esodi che – similmente a quello vissuto dal popolo attraverso il Mare Rosso – se sono sempre sicuri, non sono mai confortevoli. Un testo autobiografico di Teresa di Lisieux ci aiuta a non temere di prendere il largo con e come il Signore: «Gesù dormiva come sempre nella mia navicella; ah, vedo bene che di rado le anime lo lasciano dormire tranquillamente in loro stesse. Gesù è così stanco di sollecitare sempre con favori e di prendere le iniziative, che si affretta ad approfittare del riposo che gli offro». Come Teresa, siamo chiamati a imparare a non essere come dei bambini che subito svegliano il papà o la mamma davanti alla prima difficoltà, ma a procedere come coloro che sanno anche lasciare a Dio il tempo di riposare e dare così a se stessi il tempo e la possibilità di crescere. Il «cuscino» (Mc 4,38) che viene sottilmente evocato da Marco, a cui è conferito un rilievo di particolare importanza, diventa un simbolo della fede intesa come capacità e volontà di non sperare, ingenuamente e comodamente, in ciò che, comunemente, indichiamo come la “quiete dopo la tempesta”, così da imparare a vivere la quiete e la calma attraverso e… nella tempesta. La forza e la verità della fede non stanno nelle sue manifestazioni, quelle che seguono alla calma e alla serenità di una vita apparentemente ancorata in Dio, ma nel rimanere sereni sul proprio cuscino ed essere capaci di non perdere la pace, così da continuare a riposare – interiormente – nel bel mezzo delle tempeste. A ben pensarci, senza la capacità di attraversare le inevitabili turbolenze che possono abbattersi sulla nostra vita, rischiamo di annegare nelle tempeste delle nostre illusioni, decisamente più pericolose. La verità della fede e la sua capacità di illuminare e informare la vita si rivelano nella calma non trasognata, ma conquistata e difesa, come pure attraverso la perseveranza di un ancoraggio alla pace abissale delle profondità del cuore. La fede non è una forza come quella delle tempeste e dei venti contrari, ma è la forza della presenza, dell’esserci, dell’identità piena e forte di sé che sa riconoscere in Gesù – placidamente addormentato – il segno più sicuro che c’è sempre un’ancora la quale – sebbene non vista – è così efficace da dare solidità e serenità alla nostra vita. Una tempesta si abbatte sul re Davide attraverso la parola del profeta Natan: «Tu sei quell’uomo!» (2Sam 12,7). Questa parola, che sembra spezzare la vita e la carriera folgorante del re di Israele, in realtà ne rettifica la rotta, riportando Davide alla realtà di se stesso: «si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra» (12,16). Questo testo prepara il momento in cui il Signore Crocifisso, adagiato nella nuda roccia di un sepolcro nuovo, come su un cuscino su cui finalmente riposare, si presenterà ai discepoli quale Risorto e vivente.
Per spiegare la paradossale logica del regno di Dio, che si propone ma non si impone, che cambia tutto permettendo a ogni cosa di rimanere se stessa, il Signore Gesù guarda in basso, fino a terra. Il lungo discorso in parabole del vangelo di Marco continua e le immagini più efficaci per dire il mistero del Regno restano quelle attinte dalla natura che, silenziosamente, manifesta una tenace e spontanea capacità di crescere, modificarsi, giungere a pienezza. Davanti a questo spettacolo potremmo persino provare un pizzico di invidia, noi così affaticati nel portare avanti il primo e fondamentale comandamento ricevuto da Dio di far crescere la nostra — e altrui — umanità: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Mc 4,26-28). Indugiando in una meticolosa descrizione dei diversi passaggi con cui un seme evolve fino a trasformarsi in una pianta fiorita e fruttuosa, Gesù focalizza l’attenzione su un avverbio («spontaneamente») che vuole porre la scure alla radice di ogni moralismo e di ogni volontarismo. Il termine, peraltro, risuona ancora più interessante e misterioso nella lingua greca: «automaticamente». Del resto, nessuno è capace di osservare e registrare i movimenti della natura, impercettibili alla macchina da presa dei nostri occhi. Eppure essa si muove, si gonfia e si affloscia, vive incessantemente ritmi circolari di morte e rinascita. Automaticamente, appunto, la natura trova in se stessa la forza di rigenerarsi e mutare. Così — sembra dire Gesù — è anche la vita eterna in noi: un piccolo seme “destinato” a una grandiosa fioritura, una potenza di amore “destinata” a non arrestarsi di fronte a nessuna tenebra. La sua maturazione sfugge al controllo delle nostre mani e all’ansia delle nostre misurazioni: «È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra» (Mc 4,31-32). Eppure l’attesa fiduciosa — e non ansiosa — a cui siamo invitati non implica una passività oziosa o, peggio ancora, indolente. Attendere con incrollabile fiducia non significa astrarsi o distrarsi dalla realtà in gestazione, della quale anzi non dobbiamo mai smettere di essere vigili e premurosi custodi. Il seminatore della parabola, per quanto confidente nella capacità del seme e nell’ospitalità del terreno, rimane in attesa di compiere prontamente la sua parte. Assolutamente feconda è la sua attesa: «E quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4,29). Sterile, anzi adultera, è invece l’attesa del re Davide, che se ne sta di pomeriggio a dormire proprio nel tempo in cui i re erano «soliti andare in guerra» (2Sam 11,1). Pigramente disteso sul proprio letto, smette di attendere ai frutti della propria terra, e cade nella tentazione di cercarli altrove, disonorando la regalità di Dio di cui la sua vita doveva essere simbolo: «Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d’aspetto […] Allora Davide mandò messaggeri a prenderla» (2Sam 11,2.4).
Il Signore Gesù riprende l’immagine della «lampada» (Mc 4,21) che le Scritture ebraiche usano per parlare della relazione di cura e di amore tra Dio e il suo servo Davide (2Re 8,19; Sal 131,17). Ogni lampada, in realtà, ha una storia sempre legata al dramma di una luce, frutto di qualcosa che si trasforma perché accetta di donarsi fino a scomparire… può essere la cera per una candela o l’olio per una lampada o la corrente elettrica per le nostre lampadine moderne. Nella storia di ogni lampada è sottesa quella più segreta di qualcosa che si dona fino ad accettare di morire per far vivere. Il ruolo di una lampada è quello di rendere possibile di muoversi e agire quando la luce del giorno è scomparsa o è troppo debole. Sotto questo simbolo possiamo leggere la necessità continua, nella vita, di vederci chiaro per poter scegliere il meglio. Così è più facile capire la continuazione della parabola del Signore: «Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce» (Mc 4,22). Nella prima lettura vediamo il re Davide che si presenta al Signore per esporsi interamente alla luce della sua presenza, al fine di fare assoluta chiarezza su se stesso e sulla propria vita: «Chi sono io, Signore Dio, e che cos’è la mia casa, perché tu mi abbia condotto fin qui?» (2Sam 7,18). Davide, la cui vita non ha conosciuto solo momenti luminosi, ma pure momenti terribilmente tenebrosi, trova nella luce della verità una serenità non passeggera, ma stabile, la quale viene radicalizzata dalla parola esortativa del Signore Gesù: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi vi sarà dato di più» (Mc 4,24). Ogni discepolo non solo è illuminato, ma deve anche sentire l’esigenza e il dovere di illuminare a sua volta, con coraggio, audacia e senza timore, confidando in quella luce di cui è testimone e, nel senso proprio della staffetta… portatore. Immaginare la testimonianza come la fiaccola olimpica che passa di mano in mano in una corsa serena, che poi accende un fuoco che tutti rischiara e tutti rallegra, potrebbe essere un bel modo di immaginare la vita di fede come una vita di speranza non solo per se stessi. Così esortava Massimo il Confessore: «Non riduciamo colpevolmente la indescrivibile vitalità della sapienza a causa della lettera; ma poniamo la luce sopra il lucerniere, cioè sulla santa Chiesa, di modo che dall’alta cima di una interpretazione autentica ed esatta, mostri a tutti lo splendore della verità divina». Il dono di Dio aumenta nella misura in cui lo sappiamo ricevere e condividere, proprio come quello che viviamo liturgicamente nella notte di Pasqua, attingendo la luce dal cero pasquale e facendola passare tra le nostre mani, perché arrivi a tutti. Il Signore ci chiede di non sottovalutare il dono che possiamo essere gli uni per gli altri: «Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (Mc 4,25).
La liturgia, dopo la celebrazione della festa della Conversione di San Paolo, estende, per così dire, la nostra contemplazione al ministero dei suoi discepoli. Se l’esperienza forte dell’amore invitto e della grazia penetrante sta al cuore e alla base dell’esperienza interiore che ha trasformato Saulo in Paolo, è più che naturale che l’eredità trasmessa dall’apostolo sia della stessa qualità: «ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» e aggiunge con impagabile chiarezza: «Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di prudenza» (2Tm 1,6-7). Pertanto, non c’è nulla di violento o di virulento nella forza apostolica che Paolo ritiene di avere trasmesso ai suoi discepoli che, a loro volta, sono divenuti pastori. Il contesto di queste parole di Paolo rivolte a Timoteo è pieno di tenerezza e di squisita umanità che rendono, in tutta verità, questa forza in tutto evangelica e cristologica: «ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia» (1Tm 1,3-4). È stupendo poter cogliere in Paolo – ormai alla fine della sua vita e del suo ministero – gli stessi tratti del Signore Gesù alla vigilia della sua passione. Come non sentire tutto il dolore del Signore Gesù che, proprio mentre celebra la sua ultima e tanto desiderata Pasqua (Lc 22,15), vede sorgere «una discussione tra i discepoli: chi di loro poteva essere considerato il più grande» (Lc 22,24). Perenne e mai scongiurato pericolo che attenta alla vita di ogni comunità di discepoli e in particolare a ogni assemblea di pastori è la tentazione della preminenza! E per tutti – fedeli e pastori – è la parola del Signore Gesù, che sgorga dal profondo del suo più grande desiderio di dare la sua vita per noi perché sia fonte di speranza per tutti. Per questo i discepoli sono rimessi continuamente “sulla strada” per vivere della stessa logica del loro Maestro: «li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1). Paolo e il Signore Gesù sono testimoni di un distacco interiore da ogni forma di potere, che comincia sempre con la ricerca di un certo comodo da cui, continuamente, il Vangelo ci disarciona: «Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali» (10,3-4). Segno di questo distacco e di questa libertà di Paolo è la memoria piena di ammirazione che si trasforma in fiducia verso il suo discepolo: «Mi ricordo, infatti, della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Loide, poi tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, è anche in te» (1Tm 1,5). L’apostolo e la tradizione apostolica si fondano su questa fiducia reciproca e su questa gratitudine verso coloro che ci hanno trasmesso la fede come un dono da godere e da trasmettere. Per questo il segno che garantisce di essere apostoli di Cristo e del suo vangelo, e non semplicemente di essere tra coloro che approfittano di Cristo e del suo vangelo, è questa sensibilità crescente all’onore dell’altro, che si manifesta nella capacità di accogliere la fede come dono, senza privatizzarla e senza identificarla con noi stessi. Se viviamo in questo respiro apostolico, la nostra sarà una vita «insieme… per il vangelo» (1Tm 1,8) e una testimonianza efficace di quanto «È vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9).
Verso la fine della sua vita e della sua esperienza di credente, l’apostolo Paolo diventa capace di dire: «Io sono un Giudeo… educato… formato… pieno di zelo… sentii una voce» (At 22,3ss). Paolo ci indica il compito che riguarda ciascuno di noi, un compito che può realmente cambiare la nostra vita rendendola sempre più toccata dalla grazia fino a renderla capace di mediare il dono della grazia e della salvezza: passare dalla visione all’ascolto. Ciò che segna, fino a cambiare radicalmente la vita di Saulo-Paolo, tanto da toccare e incidere sullo stesso cammino della Chiesa, è questo passaggio fondamentale della sua vita sulla strada di Damasco ove: «verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”» (At 22,7). Per la prima volta l’apostolo sente pronunciare il suo nome come un appello e – sulle labbra di Cristo Signore – il suo nome rivela tutto l’abisso della sua verità: la promessa di una santità che esige un passo di superamento di se stessi. Il testo insiste su un aspetto importante che differenzia Paolo da coloro che condividono il suo viaggio e che, molto probabilmente, partecipano alla sua missione contro i discepoli di Gesù: «Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava…» (At 22,9). Ciò che dà consistenza alla nostra vita discepolare non è, in realtà, quello che vediamo che corrisponde a quello che sappiamo, ma ciò che siamo in grado di ascoltare fino a lasciarcene cambiare. La parola che il Signore affida alla sua Chiesa è una traccia di discernimento non solo per l’annuncio, ma prima di tutto per l’esperienza di Dio: «se berranno qualche veleno, non recherà loro danno» (Mc 16,18). Il veleno più antico e il più pericoloso è quello che fece cadere i nostri progenitori, che furono ammaliati da ciò che vedevano e si nascosero invece alla «voce» (Gn 3,10). Come Paolo, anche noi siamo in viaggio, come l’apostolo anche noi siamo in cammino per le nostre strade e, forse senza che neppure ce ne avvediamo, si apre davanti a noi una «Via» (At 22,4) che ancora non abbiamo intravisto e che pure è davanti a noi come una possibilità e un appello. Se ci lasciamo destabilizzare e ci rimettiamo per strada, allora sarà possibile scoprire chi siamo veramente, a partire da ciò che avremo accettato di diventare – per dire in verità – partecipando allo stesso mistero dell’Altissimo: «Io sono!». Certamente ricordiamo il giorno della nostra nascita, ricordiamo forse anche quello del nostro battesimo e di altri momenti fondamentali della nostra vita… ma ci sarebbe anche da festeggiare – nel segreto del cuore – il momento o i momenti in cui il passaggio della grazia ha segnato e cambiato la nostra vita dal profondo. È da festeggiare intimamente il momento in cui la nostra vita, pur sembrando uguale a se stessa, è diventata così nuova da esigere un passo indietro da ciò cui eravamo abituati con noi stessi… e questa sarebbe la conversione senza la quale rischiamo di rimanere ignoranti del meglio di noi stessi.
Nella prima lettura ci viene narrato il modo in cui Davide viene costituito re su tutto Israele a Ebron. Nella memoria di Israele, questo “atto di costituzione” non è altro che “un atto di unione” espresso con gli stessi termini con cui Adamo si meraviglia, nel momento della creazione della donna, uscendo così dal dramma della sua solitudine: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne» (2Sam 5,1). Ciò che rende possibile e stabile il regno di Davide è la sua capacità – quella che i suoi successori presto smarriranno – di creare attorno a sé un’unità che nasce dal cuore e dal sentimento di appartenenza reciproca che fonda e conserva i legami di fiducia pur nelle inevitabili difficoltà. Nella linea davidica, la reazione del Signore Gesù all’accusa degli scribi e farisei va nella stessa linea: «Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi» (Mc 3,25). Nonostante, o forse proprio a motivo, di tutte le ambiguità di Davide nel suo modo di essere uomo credente e re del suo popolo c’è una costante che rimane per noi un esempio e un monito: «il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele» (2Sam 5,3). Ciò che manca agli interlocutori del Signore Gesù è questa disponibilità di fondo a fare «alleanza», inclini come sono a evidenziare e a radicalizzare piuttosto quello che divide e tutto ciò che, contrapponendo, indebolisce. Non è raro anche per noi che l’accusa che muoviamo ad altri tradisce la nostra segreta speranza che gli altri siano meno capaci di metterci in crisi: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni» (Mc 3,22). Somiglia tanto a quanto pensano, dicono e si augurano i Gebusei riguardo a Davide: «Tu qui non entrerai: i ciechi e gli zoppi ti respingeranno» (2Sam 5,6). Eppure le cose non vanno proprio così: «Ma Davide espugnò la rocca di Sion, cioè la città di Davide» e ancora «Davide andava sempre più crescendo in potenza e il Signore, Dio degli eserciti, era con lui» (5,7.10). Nella stessa linea, il Signore Gesù spiega ai suoi detrattori che hanno torto: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi. Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella con se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito» (Mc 3,24-26). Quello che si dicevano tra loro i Gebusei: «Davide non potrà entrare qui» (2Sam 5,6) è detto sub contrario dal Signore Gesù: «Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega» (Mc 3,27). La forza non può che venire da Dio, il quale non permette che i suoi figli cadano in balìa del nemico, ma ci assiste con la forza e la luce dello «Spirito Santo» (3,29) nella cui pace troveremo sempre la via dell’unità interiore e della concordia fraterna, per vincere ogni assalto del male e trovare… e donare pace. Del resto «Gerusalemme» (2Sam 5,6) significa “visione di pace”.
Il brano evangelico odierno è costituito di due parti, di cui la prima è il prologo del terzo vangelo (Lc 1,1-4). Questo prologo sottolinea il fatto che l’opera che Luca si accinge a scrivere è un racconto (diéghesis: Lc 1,1). È bene ricordare che il vangelo è un racconto, una narrazione. Non un trattato teologico, ma una storia. Il proprio del racconto è di prenderci per mano e di introdurci al suo interno rendendoci in certo modo contemporanei dei fatti raccontati. Il modo biblico di esprimere la fede è la narrazione e se l’evangelista è un narratore, egli non fa che proseguire ciò che ha fatto Gesù, anch’egli grande narratore che ha “detto” Dio raccontando parabole, forgiando immagini capaci di parlare a tutto l’uomo: corpo, anima e spirito. Il genere letterario “vangelo” è dunque uno scritto che postula un rapporto particolare con il lettore chiedendone il coinvolgimento, sollecitandone la decisione di fede, conducendolo a conformare il proprio cammino esistenziale a quello di Gesù. Leggere il vangelo è immettersi all’interno di una storia, la storia di Gesù, per proseguirne la narrazione con la propria vita. Ora, noi siamo abituati a leggere il vangelo. Ma il testo odierno ci parla di un uomo che ha deciso di scriverlo. O, meglio, di scrivere ciò che solo più tardi (nel II secolo) sarà chiamato “vangelo”. Noi, per impregnarci maggiormente della parola evangelica che con la sua potenza arriva a muovere il nostro braccio e a guidare la nostra mano, possiamo tutt’al più ri-scriverlo, copiarlo, ma qui siamo di fronte a un uomo che ha deciso di scrivere un vangelo ex novo. Come procede? Anzitutto, impegna se stesso (“anch’io ho deciso”: Lc 1,3), ma resta nell’anonimato, lascia che emerga la storia narrata mentre lui sparisce dietro la propria opera. Quindi riconosce di non essere né l’unico né il primo che si è deciso a tale impresa e si accoda a quanti lo hanno preceduto nell’opera di scrivere un racconto degli eventi “che si sono compiuti in mezzo a noi” (Lc 1,1). Dichiara poi di aver condotto il suo lavoro con rigore informandosi accuratamente dei fatti, consultando le fonti disponibili, insomma mettendosi a servizio della verità con una vera e propria fatica ascetica (Lc 1,3). Infine, esprime la finalità del suo lavoro: è un lavoro non fine a se stesso o a dar gloria all’autore, ma relazionale, che ha un destinatario, quel Teofilo dietro cui si intravede ogni cristiano “amante di Dio” (Lc 1,3), e che ha il fine di conferire saldezza all’annuncio già ricevuto (Lc 1,4). La parola scritta manifesta così la sua duplice ancillarità: nei confronti degli eventi storici e nei confronti dell’annuncio che di essi viene fatto dagli evangelizzatori. I vangeli scritti sono a servizio della parola orale uscita dalla bocca di Gesù di cui sono divenuti testimonianza, e sono a servizio dell’annuncio orale fatto dagli evangelizzatori di cui costituiscono l’imprescindibile fondamento. L’evangelista è dunque “ministro della Parola” ponendosi a servizio della parola tanto nella sua forma scritta quanto orale. E in definitiva il suo servizio è a Gesù stesso, colui dalla cui bocca uscivano “parole di grazia” (Lc 4,22), colui che è la parola di Dio fatta persona. Il vangelo come “libro” conferisce solidità all’annuncio cristiano anzitutto con la stessa forma scritta che strappa la parola alla sua volatilità donandole visibilità, consistenza e durata, quindi interpellando il lettore di ogni epoca e chiedendogli di colmare il silenzio di cui la scrittura è portatrice e di riempirlo con la sua parola, con il suo annuncio, con la sua testimonianza. Perché avvenga il passaggio, attraverso la parola scritta del vangelo, da “ciò che Gesù fece e insegnò” (At 1,1) a ciò che fanno e dicono i suoi discepoli, i cristiani. Affinché ogni cristiano possa scrivere il vangelo con la propria vita. La seconda parte della pericope evangelica (Lc 4,14-21) presenta Gesù che, nella sinagoga di Nazaret, durante la liturgia del sabato, legge e commenta un testo di Isaia. Gesù appare nella sua perenne ebraicità: il riferimento al luogo dove era stato allevato (v. 16) rinvia all’ambito famigliare della sua prima educazione e formazione; l’annotazione “secondo il suo solito” (v. 16), che caratterizza il suo entrare nella sinagoga in giorno di sabato, rinvia al mondo religioso, soprattutto alla liturgia, che ha nutrito la sua crescita spirituale e la sua relazione con Dio. Dunque, Gesù, che ormai ha iniziato la sua vita di insegnamento e di itineranza, torna a Nazaret, a casa sua, “nella sua patria” (Mc 6,1). Gesù torna dove è stato allevato, nutrito, dove è cresciuto. E nell’ambiente noto, famigliare, domestico, rifà gesti noti, soliti, abituali, che la memoria ha ormai impresso nel suo corpo, nella sua gestualità. Gesù entra di sabato in Sinagoga e legge la Scrittura. Non si parla di incontri con amici, parenti e famigliari, di visite ai luoghi dell’infanzia, ma del rapporto con la Scrittura letta nella liturgia dello shabbat. Ed è nel rapporto con quel libro che Gesù mostra intensa familiarità: riceve il libro, lo apre, cerca e trova il passo di Isaia, lo proclama, lo richiude, lo consegna all’inserviente e lo commenta con semplicità e autorevolezza. Tale è la familiarità con le Scritture che leggendo Isaia, Gesù parla di sé: “Lo Spirito del Signore è su di me, mi ha mandato a portare l’evangelo ai poveri” (Lc 4,18). “Di me sta scritto nel rotolo del libro” dice Gesù secondo la lettera agli Ebrei (Eb 10,7). In realtà, tra i suoi, a casa sua, tra conoscenti e parenti Gesù troverà diffidenza e sospetto (cf. Mc 6,1-6), e lui stesso riconoscerà e sigillerà un altro criterio di familiarità e appartenenza: chi ascolta la parola di Dio questi è suo fratello, sorella, madre. La parola di Dio ascoltata e obbedita è criterio di autentica familiarità: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Il nostro testo ci suggerisce che la vera casa di Gesù è la Scrittura. Le stanze abitate “fin dall’infanzia” (2Tm 3,15) sono le pagine della Scrittura. La parola del Signore contenuta nella Scrittura lo ha nutrito, allevato e fatto crescere (cf. Sap 16,26: “Non le diverse specie di frutti nutrono l’uomo, ma la tua parola tiene in vita coloro che credono in te”). Gesù abita la Scrittura, dimora nelle pagine della Scrittura, tanto che potrà dire, stando al IV vangelo, che la sua vita è un dimorare nella parola di Dio, un rimanere nella sua parola. Il libro come patria, la Scrittura come dimora. Tanto che il rapporto tra libro e vita è espresso da una parola sola: “compimento”. Il tempo passato e antico di cui parla il libro scritturistico diviene per Gesù l’oggi dei suoi giorni, del suo vivere, di lui che in quel momento aveva circa trent’anni, ha ricordato Luca poco prima (cf. Lc 3,23). I destinatari antichi, i poveri e i ciechi, i prigionieri e gli oppressi di cui parlava Isaia sono in realtà i destinatari a cui Gesù ora, in quell’oggi, sta parlando: appunto, sta leggendo, o sta parlando Gesù? Mentre legge, parla, la parola scritta diventa la sua parola, parola che intesse relazioni secondo modalità che il libro ha ispirato. E Gesù può far appello agli orecchi degli ascoltatori: “Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi” (Lc 4,21). Attraverso l’arte di leggere, parlare, ascoltare avviene il miracolo di ridare vita alla parola del libro, di rendere realtà la pagina, di creare relazioni a partire non da sé e dal proprio volere, ma dalla parola e dal volere di colui che ultimamente parla nel libro della Scrittura. A casa sua, tra i suoi, Gesù sarà uno straniero, un estraneo (cf. Mc 3,21). Ma la pagina della Scrittura è la sua dimora e la parola di Dio è la sua casa. Possiamo arrivare a scrivere il vangelo con la vita se riusciamo a vivere il vangelo come dimora, se la lettura del vangelo diventa l’ingresso in casa propria. La consuetudine della partecipazione liturgica di Gesù è anche la ripetitività dei gesti liturgici che Gesù compie e che sono puntualmente elencati nel testo. Ripetitivi sono anche il giorno (il sabato), il luogo (la sinagoga), il libro (il rotolo della Scrittura). Solo lo Spirito santo vivifica ciò che rischierebbe di divenire stanca abitudine: esso rende il ripetere un fare memoria e un rendere attuale. In particolare, solo lo Spirito vivifica la parola della Scrittura (che rischia di essere parola morta), risuscitandola a parola vivente oggi per una precisa comunità. Proclamare la Scrittura significa dare il proprio corpo alla Parola: mano, occhi, bocca, voce del lettore sono impegnati nell’atto di annunciare oggi ad altri le antiche parole della Scrittura. Così, la Parola di Dio divenuta scrittura nel passato, oggi nella proclamazione liturgica e nell’omelia ridiventa parola vivente. Gesù commenta la parola della Scrittura compiendola. E compierla significa darle attuazione con tutto il proprio essere. La pagina di Isaia diviene così il programma del ministero e della missione di Gesù. E cuore del messaggio e dell’annuncio di Gesù è la misericordia di Dio. L’anno che egli inaugura è l’anno giubilare: Gesù narra Dio perdonando, liberando, guarendo, annunciando il Vangelo. Lui stesso è il perdono, la liberazione, la guarigione, il Vangelo, e questo è ciò che in ogni oggi liturgico deve risuonare nelle omelie agli orecchi degli uditori. Questo è l’annuncio di cui sempre tutti abbiamo bisogno.
Le parole con cui Davide piange su Gionata non sono solo commoventi, ma sono epifaniche di ciò che sta nel profondo del suo cuore: «Una grande pena ho per te, fratello mio, Giònata! Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me preziosa, più che amore di donna» (2Sam 1,26). Eppure la morte del re Saul e di suo figlio, in realtà, libera la strada per l’ascesa regale di Davide, che avrebbe più motivi per rallegrarsi di queste morti che non di rattristarsi. Ma è proprio in questo momento che si rivela pienamente ciò che sta a cuore al cuore di Davide e, in ultima analisi, il motivo per cui il cuore del Signore si compiace di quest’uomo, non privo di contraddizioni e di colpe eppure così capaci di essere «caro» e di sentire gli altri, persino quando possono ostacolare i nostri cammini. Qualcosa di analogo si attua nella «casa» (Mc 3,20) in cui il Signore Gesù si lascia «mangiare», per così dire, dalla folla tanto da non avere più nemmeno il tempo di mangiare e questo crea un certo sconcerto, forse persino un po’ di sgomento nella sua famiglia, che si sente responsabile della sua integrità e incolumità e che comincia a dubitare del suo equilibrio: «È fuori di sé» (Mc 3,21). Cosa rende così incomprensibile il Signore Gesù ai suoi parenti se non quello stesso atteggiamento che rende, spesso, incomprensibile Davide ai suoi compagni e ai suoi amici? Potremmo dire, in una parola, che si tratta di questa disponibilità a vivere sempre all’altezza delle esigenze del proprio cuore, anche quando questo sembra essere svantaggioso per i nostri interessi. Ma quali mai possono e debbono essere i nostri interessi se non quello di sentire come «caro» (2Sam 1,26) ogni persona con cui siamo chiamati a fare un pezzo di cammino della nostra vita? Gionata dà talmente spazio a Davide quasi da togliersi di mezzo per permettere che il suo destino si compia fino in fondo. E Davide non dimentica la preziosità di questo dono, ritenendo di essere l’unico autore della sua stessa vita. Al contrario, si sente in dovere di celebrare e di cantare il dono di un’amicizia senza la quale non sarebbe stato se stesso. La follia che i suoi parenti riscontrano in Gesù è la stessa che Saul deve aver rimproverato a suo figlio Gionata: è la follia dell’amore che non solo mette generosamente l’altro al primo posto, ma che purificata dall’egoismo è capace di far trovare il proprio posto, riconoscendo e in certo modo favorendo quello dell’altro.