Pubblicato in: Riflessioni personali

Le nostre tempeste

Il Vangelo ci ricorda che «c’erano anche altre barche con lui» (Mc 4,36) e così tutto il racconto riguarda anche ciascuno di noi, chiamato ad affrontare i passaggi della vita come dei veri esodi che – similmente a quello vissuto dal popolo attraverso il Mare Rosso – se sono sempre sicuri, non sono mai confortevoli. Un testo autobiografico di Teresa di Lisieux ci aiuta a non temere di prendere il largo con e come il Signore: «Gesù dormiva come sempre nella mia navicella; ah, vedo bene che di rado le anime lo lasciano dormire tranquillamente in loro stesse. Gesù è così stanco di sollecitare sempre con favori e di prendere le iniziative, che si affretta ad approfittare del riposo che gli offro». Come Teresa, siamo chiamati a imparare a non essere come dei bambini che subito svegliano il papà o la mamma davanti alla prima difficoltà, ma a procedere come coloro che sanno anche lasciare a Dio il tempo di riposare e dare così a se stessi il tempo e la possibilità di crescere. Il «cuscino» (Mc 4,38) che viene sottilmente evocato da Marco, a cui è conferito un rilievo di  particolare importanza, diventa un simbolo della fede intesa come capacità e volontà di non sperare, ingenuamente e comodamente, in ciò che, comunemente, indichiamo come la “quiete dopo la tempesta”, così da imparare a vivere la quiete e la calma attraverso e… nella tempesta. La forza e la verità della fede non stanno nelle sue manifestazioni, quelle che seguono alla calma e alla serenità di una vita apparentemente ancorata in Dio, ma nel rimanere sereni sul proprio cuscino ed essere capaci di non perdere la pace, così da continuare a riposare – interiormente – nel bel mezzo delle tempeste. A ben pensarci, senza la capacità di attraversare le inevitabili turbolenze che possono abbattersi sulla nostra vita, rischiamo di annegare nelle tempeste delle nostre illusioni, decisamente più pericolose. La verità della fede e la sua capacità di illuminare e informare la vita si rivelano nella calma non trasognata, ma conquistata e difesa, come pure attraverso la perseveranza di un ancoraggio alla pace abissale delle profondità del cuore. La fede non è una forza come quella delle tempeste e dei venti contrari, ma è la forza della presenza, dell’esserci, dell’identità piena e forte di sé che sa riconoscere in Gesù – placidamente addormentato – il segno più sicuro che c’è sempre  un’ancora la quale – sebbene non vista –  è così efficace da dare solidità e serenità alla nostra vita. Una tempesta si abbatte sul re Davide attraverso la parola del profeta Natan: «Tu sei quell’uomo!» (2Sam 12,7). Questa parola, che sembra spezzare la vita e la carriera folgorante del re di Israele, in realtà ne rettifica la rotta, riportando Davide alla realtà di se stesso: «si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra» (12,16). Questo testo prepara il momento in cui il Signore Crocifisso, adagiato nella nuda roccia di un sepolcro nuovo, come su un cuscino su cui finalmente riposare, si presenterà ai discepoli quale Risorto e vivente.