Pubblicato in: Riflessioni personali

La benevolenza che salva

L’evangelista Marco pone sotto i nostri occhi una scena assai forte: «cosicché quanti avevano qualche male, si gettavano su di lui per toccarlo» (Mc 3,10). La scena che ci viene presentata dal Vangelo di oggi è solo apparentemente esaltante, in realtà rimane un po’ inquietante. Sembra che attorno al Signore Gesù si scateni un entusiasmo misto a disperazione che, se va accolto, va pure chiaramente arginato, purificato e orientato. La reazione del Maestro è duplice: «disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero» (3,9) e, per quanto riguarda i demoni, «imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse» (3,12). La sola presenza del Signore in mezzo alla folla suscita – al contempo –  speranza e disperazione. La speranza di quanti sono afflitti e la disperazione del maligno che sente minacciato il suo potere. In ambedue i casi, la reazione del Signore non è di compiacimento, bensì di prudente distanza per evitare che la sua missione si trasformi in una sorta di isteria collettiva. Possiamo veramente ammirare e imitare la capacità del Signore di lasciarsi toccare e quasi mangiare dalla folla senza, in alcun modo, farsi contaminare dal suo passeggero entusiasmo che spesso trasforma, in un attimo, il bagno di folla in bagno di sangue. Il Signore Gesù è continuamente in mezzo e – nello stesso tempo – profondamente separato, in una coscienza sottile della sua missione cui non manca la consapevolezza di tutte le ambiguità cui essa potrebbe essere soggetta. Proclamare senza ascoltare veramente non cambia la vita! Toccare senza accogliere esistenzialmente, in realtà, dà sollievo, ma non guarisce profondamente ed efficacemente. Non è difficile riconoscere in questa folla anonima che si getta su Gesù in cerca di conforto e di guarigione lo stesso Saul, così «irritato» (1Sam 18,8) e «sospettoso» (18,9) da diventarne malato. Come spiega Bruna Costacurta: «Saul è ormai intrappolato nel proprio livore, sempre più furioso e impotente, talmente esasperato da arrivare al punto di rivelare senza pudore a Gionata e ai suoi le proprie intenzioni omicide, e di rimettere mano alla lancia per infilzare Davide contro il muro». La commentatrice aggiunge: «Ma il figlio di Iesse non muore, egli resta vivo, spina nel fianco del re ormai impazzito»! La domanda si pone: cosa permette a Davide di sopravvivere alla furia del re? La bontà, la benevolenza, l’amicizia sincera, unite all’onesto riconoscimento della grandezza e delle doti del giovane prode e stella nascente, da parte di Gionata che «nutriva grande affetto per Davide» (19,1). Gionata è icona del Signore Gesù e rivela, sommessamente, l’unica cosa che può veramente salvare da ogni forma di morte e guarire da ogni malattia: l’affetto sincero che si fa rischiata solidarietà e custodia della verità dell’altro. Tutto questo non è possibile né percepirlo né viverlo in una corte dei miracoli come quella che si agita febbrilmente attorno a Gesù, perché esige la calma di una relazione personale come quella intessutasi tra Davide e Gionata: «Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto cose belle per te. Egli ha esposto la vita» (1Sam 19,4-5). In realtà, il Signore Gesù non vuole essere acclamato come un guaritore di successo, ma accolto come chi «ha esposto la vita» fino a donarla per noi, malgrado noi.