
La grande speranza che le letture di oggi consegnano, come parola di Dio, può essere ricondotta alla rivelazione di come ogni percorso di vita, chiamato a confrontarsi con il mistero della persecuzione e con il dramma della sofferenza, non debba mai rassegnarsi all’ineluttabilità del male e alle sue conseguenze, ma possa sempre imparare a confidare in quella «misericordia» (Mc 5,19) capace di riaprire gli orizzonti di qualsiasi sentiero interrotto. È questa, in estrema sintesi, l’esperienza di Davide e di «tutta la gente che era con lui» (2Sam 15,30), quando «continuarono il cammino» (16,13), dopo aver udito di una minaccia mortale nei loro confronti da parte di Assalonne. Ma questo è anche ciò di cui fa esperienza quell’uomo «posseduto da uno spirito impuro» (Mc 5,2), dopo essere stato raggiunto e toccato dalla «misericordia» (5,19) di Cristo, quando scopre di poter tornare finalmente nella sua casa, in assoluta libertà e con una vita redenta dalla solitudine: «se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui» (Mc 5,20). Le due situazioni, a prima vista molto diverse tra loro, sono accomunate non solo da una possibile via d’uscita, ma anche da una certa modalità con cui Dio si mostra capace di entrare nella realtà per spalancare, nel cuore di ogni tenebra, la possibilità di un «bene in cambio della maledizione di oggi» (2Sam 16,12). La grande sorpresa, custodita e rivelata da questi racconti, è che la trasformazione delle tenebre in luce non deve necessariamente avvenire attraverso un comando perentorio – verso il quale tutti nutriamo un certo fascino – ma anche attraverso una parola mite, disposta ad accordare tempo e fiducia alla realtà perché evolva verso il meglio: «Lasciatelo maledire» (16,11) esclama Davide nei confronti di colui che lo sta insultando pubblicamente; «(Gesù) glielo permise» (Mc 5,13), osserva l’evangelista a proposito della possibilità accordata alla «Legione» (5,9) impura di entrare nei «duemila porci» presenti vicino alla «rupe» (5,13).
In entrambi i casi, è un atteggiamento di sobria e santa indifferenza, nei confronti di tutto ciò che sembra negare la vita e generare sofferenza, a riaprire le porte della speranza. Davide sa bene che colui che deve tacere non è Simei – le cui accuse non sono poi così peregrine – ma proprio Abisai, il suo fidato collaboratore, incapace di ascoltare la voce di un rimprovero: «Perché questo cane morto dovrà maledire il re, mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!» (2Sam 16,9). Davide dimostra la grandezza del suo animo – come già in occasione del suo peccato contro Uria – proprio in questa disponibilità a lasciarsi umiliare, accettando di farsi descrivere dalle parole rabbiose di un altro, anzi riconoscendo nell’altro una possibile profezia di Dio sulla propria vita: «Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi» (2Sam 16,12). Anche noi ci troviamo spesso in momenti di grande sconforto, ora sprofondando in infinite tristezze che ci rubano la speranza, ora scivolando in dolorosi combattimenti interiori, dilaniati tra il desiderio di essere in comunione con gli altri e la paura di ciò che ogni relazione autentica comporta. Fino al punto da sentire come nostre le parole di supplica del salmista: «Signore, quanti sono i miei avversari! Molti contro di me insorgono» (Sal 3,2). In questi momenti, nei quali ci sembra irrimediabilmente perduto il nostro modo di stare al mondo e in relazione agli altri, dovremmo solo – si fa per dire – imparare a non restare troppo concentrati su quello che abbiamo capito di noi stessi e su quanto potevamo aspettarci dagli altri. Rimetterci in cammino confidando nella presenza di Dio, in noi e negli altri, significa saper sempre andare oltre, per ricominciare a vivere «meravigliati» (5,20) di come le cose possano sempre tornare a fiorire nella pace. Senza inderogabili interruzioni.