Pubblicato in: Riflessioni personali

Guarire per servire

Nella prima lettura l’agiografo, prima di raccontarci la vocazione di Samuele nel tempio di Silo, che prepara remotamente il tempo della regalità di Davide, annota: «La parola di Dio era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti» (1Sam 3,1). Questa constatazione fa da sfondo e da premessa alla chiamata di Samuele quasi a dirci che, in realtà, non è la Parola di Dio e non essere comunicata, ma è il nostro cuore a essere talora talmente chiuso da rendere impensabile quell’ascolto profondo che permette – sempre e comunque – di avere visioni. Il sacerdote Eli, che pure non è riuscito a educare i suoi due figli ad avere un’attitudine adeguata nel loro servizio al Tempio, è comunque capace di iniziare il giovane Samuele alla vita profetica con un consiglio semplice e chiaro: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1Sam 3,9). Ben più tardi il giovane Salomone, appena salito sul trono di Davide suo padre, nella sua preghiera chiederà all’Altissimo un cuore capace di ascolto. Una conclusione dunque si impone: a essere rara non è la parola di Dio, ma sono rari i cuori che sono realmente disposti ad accoglierla, mettendo la propria vita a servizio di una visione di umanità che traduca il desiderio di Dio per le sue creature. La sequenza delle letture ci fa spostare dall’atmosfera ovattata del tempio di Silo alle strade affollate e rumoreggianti di Cafarnao, dove il Signore Gesù si fa prossimo a ogni sorta di umana sofferenza. Infatti, l’evangelista Marco annota con cura che «gli portavano tutti i malati e gli indemoniati» (Mc 1,32). Ma prima di dedicarsi alla cura di tante persone bisognose di aiuto, il Signore Gesù risolleva la suocera di Pietro: «la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva» (Mc 1,31). Il fatto che Marco ponga questo gesto di guarigione in capo a molti altri di cui non conosciamo i dettagli diagnostici né la conseguenza della guarigione è come se volesse sottolineare il fatto che il segno di una vera guarigione è una rinnovata e accresciuta capacità di mettersi a servizio degli altri. Il fatto poi che il gesto della suocera di Simone sia contestualizzato nella cornice della celebrazione dello shabbat ricorda con forza come il servire non è semplicemente lavorare, ma è partecipare dell’opera di creazione di Dio stesso, di cui il Sabato è memoria. Il servizio che il Signore Gesù offre alla nostra umanità riguarda proprio questa possibilità di ritrovare il contatto originario e originale di ogni creatura con il proprio Creatore, da cui sgorga in modo del tutto naturale la possibilità di coltivare «visioni» condivise di un modo di vivere fondato sul servizio e non sul profitto. Una missione che non ammette né rimandi né accomodamenti: «Andiamocene altrove…» (Mc 1,37).