Pubblicato in: Riflessioni personali

Dio, un talismano…

La conclusione della prima lettura è alquanto angosciante: «In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono» (1Sam 4,17). Questa triste conclusione diventa ancora più tremenda a partire dalla risoluzione presa dal popolo di affidarsi proprio alla presenza dell’arca nel campo di battaglia per avere la meglio sui Filistei: «Andiamo a prendere l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici» (1Sam 4,3). Il testo ci fa cogliere la differenza tra gli Israeliti che confidano sulla presenza quasi magica dell’arca nell’accampamento e la reazione dei Filistei i quali serrano le fila del loro coraggio e della loro coesione: «Siate forti e siate uomini, o Filistei… siate uomini, dunque, e combattete!» (4,9). Sembra di essere in un film d’azione e ciò che possiamo imparare è che non basta avere una sicurezza religiosa o poter contare su un talismano ad assicurare la libertà, ma la capacità di lottare fino in fondo per conquistare il dono di una vita degna. Ogni volta che la fede in Dio si trasforma in una rassicurazione religiosa, il rischio è sempre quello di accomodarsi in una sorta di autocertificazione che indebolisce lo slancio e apre le porte a ogni forma di sconfitta.
Nel Vangelo vediamo come il Signore Gesù non fa confusione tra «compassione» (Mc 1,41) e rassicurazione. Dopo aver purificato il lebbroso coinvolgendosi nella sua vita di sofferenza con un gesto di intima partecipazione, il Signore Gesù «ammonendolo severamente, lo cacciò via subito» (Mc 1,43). Sembra che il Signore tema più di ogni altra cosa che si faccia confusione tra il dono di una guarigione frutto della compassione e il cedimento a una logica di dipendenza religiosa. Per questo il Signore rimanda quest’uomo al tempio, perché possa essere dichiarato ufficialmente guarito secondo le norme della Torah ed essere così obbligato a riprendere la sua vita con libertà e responsabilità. La lebbra rappresenta nella tradizione biblica la malattia più grave perché obbliga il malato a vivere appartato e separato. Paradossalmente, lo stato del lebbroso è uno stato di sacralità al contrario. Mentre i sacerdoti sono separati per la loro santità cultuale, il lebbroso vive separato da tutto per la sua impurità. Il Signore Gesù ristabilisce con le sue parole e i suoi gesti quello che possiamo definire l’autentico regime della santità che si gioca in una relazione ritrovata che esige libertà e responsabilità. La malattia interiore da cui il Signore ci libera è la nostra tendenza ad aggrapparci a uno statuto intoccabile di sacralità o di impurità che ci mette al sicuro dall’impegno quotidiano di crescere e di rischiare in prima persona e a nostre spese. La consegna del silenzio è un modo sottile per dire che la vera «testimonianza» (1,44) non è la divulgazione, ma la trasformazione della propria vita in un incremento reale di coraggio e forza. L’immagine dei Filistei che hanno la meglio sugli Ebrei, di cui ci parla la prima lettura, diventa così un monito a non confidare nella rassicurazione religiosa, ma a esercitare ogni giorno il coraggio della fede, in una ritrovata e rinnovata speranza che la vita è un dono da conquistare ogni giorno perché sia vissuta a piene mani…  a pieno cuore!