
La vita quotidiana di una famiglia della Palestina appena prima del periodo monarchico della storia di Israele e quella di Cafarnao ai tempi di Gesù sono la trama della liturgia della Parola di quest’oggi, attraverso cui siamo chiamati a leggere e interpretare il nostro quotidiano. La figura di Anna nel tempio di Silo, che «aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente» (1Sam 1,1-10) prepara la scena ancora più imbarazzante che si consuma nella sinagoga di Cafarnao. Nella sinagoga, tra tutti gli altri accorsi per il culto, «vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare» (Mc 1,23). Rileggendo questi due testi possiamo sentire come la nostra umanità addolorata non può che riversare dirottamente la propria sofferenza che, in certi momenti, diventa incontenibile come un torrente in piena o come un grido incontrollabile. Le lacrime di Anna e il grido di quest’uomo posseduto ci danno la possibilità non solo di assumere fino in fondo il nostro dolore, ma pure di affidarlo. L’espressione del posseduto suona come una minaccia: «Io so chi tu sei: il santo di Dio» (Mc 1,24).Quando protestiamo di sapere, normalmente riveliamo la nostra disperazione e il nostro dolore di essere troppo soli. Sapere e credere non sono la stessa cosa e tutto il cammino del vangelo di Marco sembra essere impostato per portare il lettore dall’atteggiamento doloroso del posseduto a quello delle donne che lasciano il sepolcro al mattino di Pasqua. Ogni volta che pretendiamo di sapere rischiamo di rimanere intrappolati nella nostra disperazione. Aprirsi alla fede che rigenera la speranza passa sempre attraverso il riconoscimento della propria povertà, come fa Anna che confessa e protesta davanti alla pretesa di Eli di aver capito tutto: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (1Sam 1,15). In realtà non è poi così diverso quello che avviene nella sinagoga di Cafarnao, dove «lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui» (Mc 1,26). Il Signore Gesù permette a questo pover’uomo di tirare fuori tutto lo strazio interiore che lo tormenta, rassicurato del fatto che qualcuno è ormai capace di accogliere e portare il suo dolore fino a liberarlo dal suo tormento. L’«insegnamento nuovo» (1,27) percepito dalla folla consiste proprio in questo: ogni uomo e ogni donna nella propria reale sofferenza può finalmente riversare il proprio tormento per poter essere finalmente liberato e fare spazio alla vita:«Anna concepì e partorì un figlio…» (1Sam 1,20). Dell’indemoniato non sappiamo nulla, ma ci piace immaginare che abbia ripreso il suo cammino in una libertà non solo ritrovata, ma pure condivisa con quanti avrà incontrato sulla sua strada. Non basta infatti sapere né il proprio dolore, né ciò che la sofferenza ci fa immaginare di noi stessi e di Dio; è necessario credere alla possibilità che la vita ci sorprenda e ci riservi ancora delle belle sorprese.