
Con un linguaggio contemporaneo, potremmo dire che oggi nel Vangelo ci viene raccontata la “nomina” dei discepoli ad «apostoli» (Mc 3,14). Un po’ come avviene quando il Papa nomina, appunto, dei nuovi cardinali. Ma è proprio così nella logica e nel cuore del Signore Gesù? Stranamente nel testo abbiamo l’elenco dei nomi con un cambiamento che però riguarda radicalmente solo «Simone, al quale impose il nome di Pietro» (3,16). Il testo continua così: «poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”» (3,17). Degli altri il Signore si accontenta, in certo modo, di confermare il loro nome o di accogliere il soprannome che già portano: «Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì» (3,18-19). Sembra proprio che l’essere nominati apostoli sia, per i discepoli, non un evento di carriera e, per molti aspetti, neppure un’intensificazione, per così dire, di ministero, ma prima di tutto una radicalizzazione della loro personalità, che avviene con la semplice conservazione del loro nome di sempre o con un cambiamento, come nel caso di Simone, o con un ampliamento come per Giacomo e Giovanni. Magnificamente, quando «Gesù salì sul monte, chiamò a sè quelli che voleva» (3,13), non si circonda di ombre senza nomi e senza volti il cui ruolo sarebbe quello di aumentare e rendere più efficace il suo ministero, ma vuole attorno a sé “persone” chiamate non a scomparire, perché inghiottite dalla luce abbagliante del loro ineguagliabile Maestro, ma con la possibilità di diventare sempre più se stesse per aiutare gli altri a fare altrettanto di quanto hanno visto da Lui. Le ragioni della scelta sono elencante minuziosamente dall’evangelista: «perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni» (Mc 3,14-15). Scacciare i demòni significa, nel linguaggio evangelico, liberare in ogni persona la possibilità di essere se stessa senza essere agita da altri, senza essere appunto posseduto e inghiottito in una impersonalità caotica e avvilente che caratterizza ogni diabolica operazione. Nella prima lettura viene evocato uno dei momenti più commoventi della storia di Davide che, proprio quando ha la possibilità di liberarsi del suo persecutore, rivela fino in fondo il suo cuore capace di coraggio, ma sempre attento ad avere rispetto della dignità e della persona dell’altro nel suo mistero e nel suo ruolo: «Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore» (1Sam 24,7). n uomo libero da se stesso nonostante tutte le sue contraddizioni e per questo la sua cetra era stata più volte capace di placare l’animo turbato del re Saul. Ora, nelle mani del giovane e affermato prode, non vi è più la cetra, ma un coltello, eppure, inconsapevolmente ed efficacemente, la sola presenza di Davide è capace di risvegliare nel re il meglio, facendo assopire il demone che lo tormenta con la paura e il sospetto: «È questa la tua voce, Davide, figlio mio?» (1Sam 24,17).