
Non ci capiti di cadere nella trappola cui cedette il cuore di Saul: la trappola della dimenticanza. Per poter evitare questo pericolo sempre incombente siamo chiamati a digiunare ogni giorno da noi stessi per nutrirci del pane duro del desiderio e della memoria. Il Signore Gesù, davanti al tentativo degli scribi e dei farisei di riportarlo nell’alveo del loro sistema di funzionamento, si identifica con lo «sposo» (Mc 2,19). Come giovane sposo il Signore reclama, per se stesso e per i suoi discepoli, il diritto e il dovere di essere appassionatamente dedito alla costruzione della speranza di una casa che sia piena di gioia e di vita. L’annuncio che il Signore porta con la sua stessa vita è il compimento delle visioni dei profeti, che avevano sognato un rinnovamento radicale e sponsale della relazione tra il popolo e il suo Dio. Laddove gli scribi e i farisei cercano di controllare e mortificare la vitalità per salvaguardare il sistema religioso vigente, il Signore Gesù invita alla celebrazione di un banchetto nuziale di cui la casa di Matteo imbandita a festa era stata l’inaugurazione. Mentre gli scribi e i farisei immaginano la relazione con Dio a partire dagli usi e dal funzionamento del Tempio, il Signore Gesù riporta questa relazione alla sua dimensione più domestica e intima che sarà tanto cara alle prime comunità cristiane. In questo contesto, la pagina che leggiamo come prima lettura di questa Liturgia non è facile da capire. Come possiamo accettare, o peggio ancora, coltivare l’immagine di un Dio che dà un ordine come questo: «vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti» (1Sam 15,18)? Eppure, attraverso questo episodio, che si conclude con il rifiuto di Saul come re di Israele, il profeta Samuele ricorda come la cosa più importante sia quella di coltivare, con il Signore, una relazione senza compromessi e senza malintesi: «Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti» (1Sam 15,22). Saul è un uomo e un re devoto, coraggioso, ma il Signore è pur sempre, per lui, una sorta di presenza assente, un terzo di cui non si può fare a meno, ma a cui mai egli si rivolge personalmente né per lamentarsi, né per pregarlo, né per lodarlo. Per Saul, il Signore Dio è sempre alla terza persona e mai un vero “Tu” come lo è per Samuele e come lo sarà, nel bene e nel male, per il re Davide. Riprendendo questo testo alla luce del Vangelo, possiamo fare un passo ulteriore proprio aiutati dal Signore Gesù, che ricorda agli scribi e ai farisei: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare» (Mc 2,19). L’obbedienza evocata da Samuele diventa per il Signore Gesù un vero atto d’amore che si fa docilità alla relazione con le sue esigenze vive, le quali esigono una disponibilità creativa a non fissarsi ossessivamente su regole esterne, per essere attenti a tutto ciò che cresce dentro di noi e attorno a noi, come espressione di vita che è sempre da accogliere generosamente e non da controllare e mortificare.