Pubblicato in: Riflessioni personali

La nostra lampada

Il Signore Gesù riprende l’immagine della «lampada» (Mc 4,21) che le Scritture ebraiche usano per parlare della relazione di cura e di amore tra Dio e il suo servo Davide (2Re 8,19; Sal 131,17). Ogni lampada, in realtà, ha una storia sempre legata al dramma di una luce, frutto di qualcosa che si trasforma perché accetta di donarsi fino a scomparire… può essere la cera per una candela o l’olio per una lampada o la corrente elettrica per le nostre lampadine moderne. Nella storia di ogni lampada è sottesa quella più segreta di qualcosa che si dona fino ad accettare di morire per far vivere. Il ruolo di una lampada è quello di rendere possibile di muoversi e agire quando la luce del giorno è scomparsa o è troppo debole. Sotto questo simbolo possiamo leggere la necessità continua, nella vita, di vederci chiaro per poter scegliere il meglio. Così è più facile capire la continuazione della parabola del Signore: «Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce» (Mc 4,22). Nella prima lettura vediamo il re Davide che si presenta al Signore per esporsi interamente alla luce della sua presenza, al fine di fare assoluta chiarezza su se stesso e sulla propria vita: «Chi sono io, Signore Dio, e che cos’è la mia casa, perché tu mi abbia condotto fin qui?» (2Sam 7,18). Davide, la cui vita non ha conosciuto solo momenti luminosi, ma pure momenti terribilmente tenebrosi, trova nella luce della verità una serenità non passeggera, ma stabile, la quale viene radicalizzata dalla parola esortativa del Signore Gesù: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi vi sarà dato di più» (Mc 4,24). Ogni discepolo non solo è illuminato, ma deve anche sentire l’esigenza e il dovere di illuminare a sua volta, con coraggio, audacia e senza timore, confidando in quella luce di cui è testimone e, nel senso proprio della staffetta… portatore. Immaginare la testimonianza come la fiaccola olimpica che passa di mano in mano in una corsa serena, che poi accende un fuoco che tutti rischiara e tutti rallegra, potrebbe essere un bel modo di immaginare la vita di fede come una vita di speranza non solo per se stessi. Così esortava Massimo il Confessore: «Non riduciamo colpevolmente la indescrivibile vitalità della sapienza a causa della lettera; ma poniamo la luce sopra il lucerniere, cioè sulla santa Chiesa, di modo che dall’alta cima di una interpretazione autentica ed esatta, mostri a tutti lo splendore della verità divina». Il dono di Dio aumenta nella misura in cui lo sappiamo ricevere e condividere, proprio come quello che viviamo liturgicamente nella notte di Pasqua, attingendo la luce dal cero pasquale e facendola passare tra le nostre mani, perché arrivi a tutti. Il Signore ci chiede di non sottovalutare il dono che possiamo essere gli uni per gli altri: «Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha» (Mc 4,25).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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