
Per spiegare la paradossale logica del regno di Dio, che si propone ma non si impone, che cambia tutto permettendo a ogni cosa di rimanere se stessa, il Signore Gesù guarda in basso, fino a terra. Il lungo discorso in parabole del vangelo di Marco continua e le immagini più efficaci per dire il mistero del Regno restano quelle attinte dalla natura che, silenziosamente, manifesta una tenace e spontanea capacità di crescere, modificarsi, giungere a pienezza. Davanti a questo spettacolo potremmo persino provare un pizzico di invidia, noi così affaticati nel portare avanti il primo e fondamentale comandamento ricevuto da Dio di far crescere la nostra — e altrui — umanità: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Mc 4,26-28). Indugiando in una meticolosa descrizione dei diversi passaggi con cui un seme evolve fino a trasformarsi in una pianta fiorita e fruttuosa, Gesù focalizza l’attenzione su un avverbio («spontaneamente») che vuole porre la scure alla radice di ogni moralismo e di ogni volontarismo. Il termine, peraltro, risuona ancora più interessante e misterioso nella lingua greca: «automaticamente». Del resto, nessuno è capace di osservare e registrare i movimenti della natura, impercettibili alla macchina da presa dei nostri occhi. Eppure essa si muove, si gonfia e si affloscia, vive incessantemente ritmi circolari di morte e rinascita. Automaticamente, appunto, la natura trova in se stessa la forza di rigenerarsi e mutare. Così — sembra dire Gesù — è anche la vita eterna in noi: un piccolo seme “destinato” a una grandiosa fioritura, una potenza di amore “destinata” a non arrestarsi di fronte a nessuna tenebra. La sua maturazione sfugge al controllo delle nostre mani e all’ansia delle nostre misurazioni: «È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra» (Mc 4,31-32). Eppure l’attesa fiduciosa — e non ansiosa — a cui siamo invitati non implica una passività oziosa o, peggio ancora, indolente. Attendere con incrollabile fiducia non significa astrarsi o distrarsi dalla realtà in gestazione, della quale anzi non dobbiamo mai smettere di essere vigili e premurosi custodi. Il seminatore della parabola, per quanto confidente nella capacità del seme e nell’ospitalità del terreno, rimane in attesa di compiere prontamente la sua parte. Assolutamente feconda è la sua attesa: «E quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4,29). Sterile, anzi adultera, è invece l’attesa del re Davide, che se ne sta di pomeriggio a dormire proprio nel tempo in cui i re erano «soliti andare in guerra» (2Sam 11,1). Pigramente disteso sul proprio letto, smette di attendere ai frutti della propria terra, e cade nella tentazione di cercarli altrove, disonorando la regalità di Dio di cui la sua vita doveva essere simbolo: «Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d’aspetto […] Allora Davide mandò messaggeri a prenderla» (2Sam 11,2.4).