
Nella liturgia della Parola di oggi ci viene donata una parola grande, una parola forte che è capace non solo di illuminare tutti i nostri cammini e tutte le nostre attese, ma anche di rifondarle radicalmente: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Ogni volta che, ripetendo la preghiera del Signore, invochiamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» dovremmo poter sentire tutto lo stupore di sapere che questa volontà non ha nulla che fare con la potenza, né, tantomeno, con l’onnipotenza, ma si identifica con questo continuo desiderio che sta al cuore dell’Altissimo di cercarci e di trovarci. La domanda che viene lanciata dal Signore Gesù ai suoi ascoltatori rimane sospesa, come una parola di giudizio, sulla storia fatta di piccoli e di grandi momenti, di piccoli e di grandi gesti: «non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?» (Mt 18,12). Naturalmente non dobbiamo dimenticare che, nella preghiera, chiediamo che la volontà del Padre si compia «come in cielo così in terra», e ciò significa che questa volontà non è solo da accogliere su di noi, ma da accogliere dentro di noi come principio formale di atteggiamento nei confronti della vita. Se riconosciamo che la volontà del Padre è questo continuo ricercarci e riportarci a casa, anche noi siamo chiamati, ogni mattina, a contare e a ricontare – amorevolmente – le pecore del nostro ovile di relazione, per accorgerci in tempo se «una di loro si smarrisce» (18,12) e agire, di conseguenza, con lo stesso atteggiamento di Dio, un atteggiamento intessuto di attenzione, di compassione e persino di amore preveniente. Non si tratta solo di uno sforzo, perché a tutto ciò è connessa, naturalmente, anche una promessa: «se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18,13). La voce evocata dal profeta Isaia, e incarnata dal Precursore, si trasforma nel tenerissimo gesto – silenzioso e amoroso – di questo pastore che non si rassegna alla perdita di una delle pecore del suo gregge, ma fa suo punto di onore il cercarla e il ritrovarla. Il profeta di ricorda che «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore”» (Is 40,3). Ora, nel mistero dell’incarnazione del Verbo, il deserto dei nostri smarrimenti è abitato da una «voce» (Gn 3,10) che ricorda quella già udita nel giardino delle origini e che non ha più nessun tono minaccioso – almeno a partire dalla nostra paura – ma è capace di aprire alla speranza gioiosa di un ritrovato incontro: «Alza la voce, non temere, annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!» (Is 40,9). Così il nostro Creatore, che è pure il nostro Salvatore, si staglia all’orizzonte con la calma premurosa di «un pastore» che «porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri» (Is 40,13). Mai dobbiamo dimenticare che, per condurre pian piano gli altri verso la pace, nel compimento della volontà del Padre, il primo passo è quello di lasciarci condurre serenamente e gioiosamente nell’ovile del cuore di Dio in cui, se siamo pur sempre unici, non saremo mai soli poiché ci sono anche le altre «novantanove pecore».