
Mentre, con profonda e sensibile gioia, celebriamo e ci rallegriamo per il Natale del Signore, oggi la liturgia ci mette di fronte a un tratto della nostra relazione con Gesù come un bambino che ha continuamente bisogno di essere accolto… perennemente bisognoso di essere stretto al cuore di un’umanità sensibile alla sua venuta e felice della sua presenza. Forse sta proprio in questo atteggiamento di continua accoglienza il segreto della vera obbedienza alla Legge del Signore e a tutte le sue più grandi o minute prescrizioni. Per tre volte, nel testo che leggiamo quest’oggi, si menziona l’obbedienza alla «legge del Signore». Essa riguarda primariamente il bambino e i suoi giovani genitori ma, indirettamente, riguarda proprio Simeone e Anna così avanti negli anni. Senza che le prescrizioni e i rituali lo richiedano, Maria e Giuseppe portano con sé il bambino, quasi per renderlo personalmente partecipe di questo gesto che viene compiuto non per legalismo ma con profondo amore e quasi per lasciarsi permeare dal mistero di questo bambino che stringono tra le braccia e continua a creare stupore e meraviglia sempre più grandi (Lc 2,33). Con Simeone e Anna è come se i genitori di Gesù condividessero uno slancio, una sorta di sottile inquietudine che li spinge a presentarsi al Tempio per «offrire» le proprie ombre e trovare così la «luce per rivelare» (Lc 2,32), per vivere l’esperienza di una «salvezza» (2,30) che, se passa attraverso la devozione, in certo modo la supera di molto. L’apostolo Giovanni esplicita in modo forte in che cosa possa consistere questa esperienza di salvezza che si effonde come luce per e nella nostra vita: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo» (1Gv 2,10). C’è una comunicazione di doni tra Simeone e Anna e i genitori del Signore Gesù, e il dono più grande è quella che potremmo chiamare – nella logica del vangelo secondo Luca – la seconda annunciazione a Maria che completa – per bocca di «un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele» (Lc 2,25) quanto era stato detto dall’angelo Gabriele: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Non è mai chiara la sequenza con cui la grazia opera nella nostra vita: se è la luce a creare la pace o la pace a inondare di luce. In ogni modo, non ci resta che cercare di stringere tra le braccia della nostra anima il Verbo fatto carne per lasciare inondare ogni nostra vecchiezza dell’energia della sua forza di umanità che ci rende parenti di Dio. Come fare a comprendere a che punto siamo su questo cammino? La risposta ce la dà l’apostolo Giovanni: «Chi dice di rimanere in Cristo, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2,6). Proprio ieri pomeriggio e in serata la Provvidenza divina ha voluto che diventassi accogliente e in maniera inaspettata mi ha “regalato” un’occasione grandiosa di accoglienza e ascolto. Sì, il Signore attende questo da me anche oggi: saper accogliere senza “se” e “ma”, proprio come ha fatto Lui.