
Può sembrare davvero strano come la luce del Natale possa essere più volte turbata da fatti di sangue: prima la memoria del martirio di Stefano e oggi la strage degli innocenti. “Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi”. Ciò che colpisce di Erode è la reazione che ha davanti alla paura. Infatti è proprio la paura la radice della sua violenza. Sappiamo per certo che aveva fatto ammazzare nella sua vita diverse mogli e figli per paura di essere detronizzato, e oggi lo troviamo a sporcarsi nuovamente le mani di sangue per paura di un bambino nato in un villaggio periferico vicino Gerusalemme. La paura è una caratteristica del nostro essere umani ma può tirare fuori il peggio di noi. Sarebbe interessante poter guardare tutto ciò che di male facciamo e domandarci a quale paura corrisponde. Non esiste solo la violenza delle armi, ma quella delle parole, degli atteggiamenti, degli abusi di potere, dei silenzi, delle omissioni. Anche Maria ha paura, anche Giuseppe, anche tanti altri personaggi citati nel Vangelo, ma la grande diversità è nel modo con cui essi reagiscono. Maria vince la paura fidandosi, Giuseppe affrontando. Il vero problema non è cancellare la paura ma domandarci quanto essa ci deforma e quanto è capace di corromperci. Persino Gesù nel Getsemani ebbe paura ma la affrontò tenendo insieme l’opzione di Maria e quella di Giuseppe: si abbandonò al Padre e andò incontro ai suoi uccisori. Fidarsi e affrontare, ecco il binomio del Vangelo di oggi. La celebrazione del Natale prosegue — senza apparente linearità — con il ricordo dei santi Innocenti, tutti quei «bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù» (Mt 2,16) nel tempo in cui il Figlio di Dio è venuto al mondo. Sebbene il numero di queste vittime innocenti vada immaginato certamente esiguo rispetto a molti altri massacri che la storia ha fatto sfilare davanti ai nostri occhi, ciò nondimeno solleva in noi un grave turbamento pensare che tale eccidio rappresenti una delle prime conseguenze del Natale del Signore. Addirittura inquietante è il fatto che la chiesa lo celebri come una festa, affermando che «nei santi Innocenti» Dio è «stato glorificato non a parole, ma con il sangue» (cf. colletta). Il fatto, poi, che solo alla santa famiglia di Nazareth sia stato recapitato un avvertimento angelico può apparire ai nostri occhi come la più solenne delle ingiustizie: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Certo, nella vita spezzata di questi bambini, che non sanno di morire a causa di Cristo, possiamo vedere rappresentato, e in certo modo riscattato, il sangue di tutti i giusti da Abele a Zaccaria (cf. Lc 11,51), dal più noto fino al più sconosciuto innocente di ogni sterminio perpetrato lungo i secoli. Possiamo persino cogliervi la più limpida prefigurazione del sacrificio di Cristo, il Figlio innocente che è morto per la salvezza di tutti gli uomini: «È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2). Ma la chiave di accesso più adeguata alla festa di oggi è offerta proprio dalla riflessione dell’apostolo Giovanni, che trasforma il «grido» (Mt 2,18) del nostro disappunto in uno sguardo sincero in fondo al mistero del nostro cuore e della debolezza che lo abita: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1Gv 8,8-10). Nell’atmosfera drammatica di questi bambini, morti innocenti a causa dell’Incarnazione del Verbo, siamo invitati a percorrere quella distanza — mai breve e sempre nascosta — che separa ciò che noi diciamo di essere da ciò che in realtà siamo, fino a scorgere e ad accettare la presenza di una forte ambiguità in noi, manifesta soprattutto nei momenti in cui veniamo spodestati dalla poltrona delle nostre sicurezze e dei nostri poteri. Il furore di Erode, che non tollera che ci si prenda «gioco di lui» (Mt 2,16) e avverte come un incubo la venuta di un messia, non ha alcuna giustificazione. È intolleranza assurda e spietata. Tuttavia nemmeno le «tenebre» (1Gv 1,5) che abitano in noi e nelle quali camminiamo — talvolta con così tanta superficialità — possono essere facilmente giustificate o comprese. Sappiamo soltanto che «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1,5) e che «abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (1Gv 2,1). Questa duplice coscienza attenua l’orrore suscitato dal ricordo del sangue innocente, e diventa una singolare speranza «per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (2,2). Anche così, di fronte al dolore sempre innocente dei piccoli, si prolunga la gioia del Natale e si dilata lo spazio di testimonianza al Verbo di Dio fatto carne.