Pubblicato in: Riflessioni personali

Il fuoco di Elia

La prima lettura ci aiuta a concludere “in bellezza” questa seconda settimana di avvento nel segno del fuoco. Questo simbolo che ha cambiato radicalmente la storia segnando il passaggio dalla animalità all’umanità, oggi ci rammenta come nessuna attesa del Regno di Dio può fare a meno di una trasformazione delle proprie attese: «sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Alla fine del Vangelo si afferma quasi perentoriamente: «Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista» (Mt 17,13). Il riferimento a Elia e a Giovanni riporta ciascuno di noi alla dimensione radicalmente profetica della propria esperienza discepolare. Potremmo dire che attendere e accogliere ancora una volta nella nostra vita il mistero dell’incarnazione significa accettare di passare per il fuoco dell’inevitabile trasformazione di cui fa parte la purificazione e conversione delle nostre attese. Non possiamo dimenticare che il contesto della parola del Signore Gesù circa l’identità e la missione di Giovanni è la discesa dal monte su cui i discepoli hanno potuto partecipare in prima persona al mistero della trasfigurazione. Subito dopo aver contemplato nella luce taborica il mistero del Figlio, i discepoli sono invitati dal Maestro a rettificare le loro attese e a rinunciare a ogni immaginazione messianica, per entrare radicalmente nel dinamismo dell’incarnazione, che si manifesta pienamente nel mistero pasquale: «Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto». La conclusione non lascia scampo: «Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro» (Mt 17,12). Proprio mentre le sdolcinature natalizie diventano persino aggressive nella corsa ai regali e nella messa a punto dei menu dei “veglioni”, la Parola di Dio ci riporta alla profondità del mistero. Facendo l’elogio degli antenati, il Siracide non trova di meglio e di più da dire su Elia: «tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri» (Sir 48,10). Non vogliamo certo rinunciare alla dolcezza e alla tenerezza del Natale, ma non possiamo altresì dimenticare le esigenze che vengono dal mistero dell’incarnazione: trasformare la nostra vita accettando di passare sempre attraverso il crogiolo di una carità e di una fraterna solidarietà sempre più generosa. La conclusione della prima lettura è una boccata di speranza: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore» (Sir 48,11). Per potersi beatamente addormentare nell’amore è necessario vegliare amorosamente in una carità capace non solo di offrire, ma persino di soffrire le conseguenze dell’amore. Se talvolta ci sentiamo stanchi, se abbiamo un po’ paura di non farcela a perseverare fino alla fine, possiamo volgere lo sguardo ai Profeti e imparare da loro che ci sta venendo incontro il riposo e la consolazione di dormire nell’amore. L’amore, in realtà, proprio quando è massimamente dinamico, riposa affaticandosi nel dono.