Pubblicato in: Riflessioni personali

Arrivare fino alla fine

Quello che nel Vangelo di oggi può sembrare essere un elenco confuso, alla fine appare come un tutto ordinato con un finale preciso. La storia che celebriamo nel Natale, non è una fiaba, né un racconto edificante. Essa invece è la storia drammatica degli uomini, di uomini concreti, con vicende concrete. Non dovremmo mai rubare l’umanità a Gesù.Non dobbiamo avere fretta di ricacciarlo nei cieli, o di mettergli aureole sulla sua testa. La prima vera grande cosa che il Natale ci insegna è che dobbiamo imparare a considerare Gesù nella sua concreta umanità. “Così, da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni”. Il Vangelo di oggi è un estremo tentativo di enumerare almeno quarantadue generazioni di motivi. E in ciascuna di esse non troviamo solo storie luminose, ma molto spesso storie storte, difficili, complicate, come se a Dio piacesse particolarmente entrare nelle vicende complicate di famiglie e persone. Ma in fondo ciascuna delle nostre vite vista da vicino è una vita complicata, incidentata, non sempre luminosa, molto spesso storta. La buona notizia del Vangelo di oggi è sapere che anche le storie più difficili hanno come finale Gesù. Ogni storia ha al suo fondo un Natale, un Messia, un Senso. In unica parola: Gesù. Ecco perché bisogna sempre avere la pazienza di arrivare in fondo alla storia per capirne anche tutto il significato, senza avere la tentazione di farlo prima. La nostra attesa per la rinnovata celebrazione del mistero del Natale prende, per così dire, la rincorsa verso Betlemme. Come ogni anno, un di più di poesia prepara il nostro cuore a rinnovare la meraviglia per il mistero dell’incarnazione, che rappresenta il cardine della rivelazione di Dio in Cristo Gesù. Tutta la Chiesa oggi si rivolge al Signore cantando: «O Sapienza dell’Altissimo, che tutto disponi con forza e dolcezza: vieni ad insegnarci la via della salvezza». La prima lettura ci raduna attorno al letto di Giacobbe nel momento in cui il patriarca chiama a raccolta i suoi dodici figli per sognare e segnare il loro futuro. La lunga litania di benedizioni e di raccomandazioni trasforma il momento della morte di Giacobbe in una sorta di ampia visione della storia. Giacobbe rappresenta, nell’incremento di umanità raccontato nelle Scritture, una tappa fondamentale: è il primo uomo che sogna ed è la prima persona che si innamora. Entriamo in questa immediata preparazione al Natale proprio così: sognando e amando. Le parole di Giacobbe ci aiutano a comprendere meglio ciò che la Liturgia ci fa pregare nell’invocazione che ritroviamo come versetto al Vangelo e che è l’antifona al Magnificat dei Vespri: «Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi lo farà alzare?» (Gen 49,9). L’immagine del leone è un’icona che ritroviamo spesso nella simbologia religiosa, ma sulle labbra di Giacobbe morente il simbolo è rafforzato dalla «leonessa». Tra i leoni è la leonessa che corteggia il maschio fino a conquistare la sua attenzione ed è sempre la leonessa che va a caccia per nutrire i piccoli, tanto da essere talora più pericolosa del leone per il suo istinto di cura e di protezione. Il Verbo si fa carne con la magnificenza del leone e la passione della leonessa, con quella forza e dolcezza che permette alla vita di crescere e di dilatarsi. La lunga litania di nomi – alcuni noti e altri perlopiù sconosciuti – con cui l’evangelista Matteo ci introduce nel mistero della «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1) – è un riassunto di come uomini e donne, attraverso la storia, hanno tessuto la tela della vita alternando non sempre sapientemente forza e dolcezza. L’invito del Patriarca Giacobbe risuona anche per noi: «Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe, ascoltate Israele, vostro padre!» (Gn 49,1).L’invito è a non sottovalutare nulla della nostra storia e delle nostre storie e, soprattutto, a non esaurirci nell’attesa di chissà quali grandi avvenimenti nella nostra vita che siano in grado di conferirle senso e preziosità. Ogni attimo presente, ogni evento passato dolce o amaro, gioioso o triste, come pure ogni anelito per il futuro – insieme e solidamente – fa la Storia della nostra salvezza e può diventare annuncio di salvezza per altri. L’ora più felice della Storia, in cui trovano senso tutte le storie note e ignote, belle e brutte, è proprio quella in cui prende carne il Cristo e in cui l’Eterno si fa frammento di tempo in un tempo e in un luogo precisi… dentro ciascuno di noi per la salvezza di tutti, con la regalità del leone e la determinazione della leonessa.