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Il segno arriva con il sì di Maria

Il racconto dell’incarnazione del Verbo, attraverso l’esperienza della Vergine Madre che si lascia raggiungere, nelle profondità della sua carne umana, dal soffio potente dello Spirito, è introdotto in questa feria prenatalizia dalla profezia dell’Emmanuele, contenuta nel libro di Isaia. Acaz, il pavido re di Giuda, si trova a dover gestire una situazione di politica estera molto delicata. Il re di Aram e il re di Israele vorrebbero coinvolgere il regno del Sud di Israele in un’improbabile coalizione militare per sfidare la potente Assiria, che intende estendere la sua egemonia fino alle coste del Mediterraneo. Il profeta Isaia viene inviato da Dio a infondere un po’ di fiducia nel cuore del re Acaz, che probabilmente ha già maturato di intraprendere la scelta di non entrare nella coalizione e di allearsi con l’Assiria –  per poi diventarne inevitabilmente vassallo – e per questo si paralizza di fronte alla richiesta di coinvolgersi più personalmente in una situazione che lo atterrisce: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto» (Is 7,11). Il riferimento agli inferi e all’alto dei cieli – potremmo dire alla morte e alla vita – manca in modo esplicito nel messaggio che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine di Nazaret, la quale però intuisce che la proposta di diventare madre del Messia sia molto rischiosa perché, oltre a farla uscire rapidamente e definitivamente dal progetto di vita matrimoniale verso il quale stava orientando i suoi passi, la espone al rischio di essere considerata una donna adultera: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo» (Lc 1,31-32). Mentre il re Acaz si chiude dentro la roccaforte delle proprie paure e rinuncia a porre domande – arrivando a «stancare» (Is 7,13) la pazienza di Dio – Maria interroga il suo turbamento interiore e, soprattutto, interroga colui che lo ha generato, per verificare la provenienza di una parola così bella e «impossibile» (Lc 1,37) da udire: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34). L’interrogativo di Maria è tutto diverso da quello che ha reso muto il sacerdote Zaccaria. Pur avendo molte più ragioni di invocare spiegazioni e di cercare rassicurazioni, la giovane fanciulla non chiede al Signore di essere esonerata dal peso della sua libertà, ma cerca solo strumenti per poter aderire con fiducia e speranza a quanto le sta capitando. A differenza di Acaz, che dice di non voler chiedere nulla perché non vuole «tentare il Signore» (Is 7,12), Maria invece prende la parola e interroga proprio per non cadere nella tentazione di continuare a credere in Dio senza iniziare a credere anche in se stessa. A differenza di Zaccaria, Maria non vuole affatto «conoscere» (Lc 1,18), ma unicamente scoprire come potersi aprire a questa sconvolgente novità di vita. Il frutto di questa fiducia diventa la grande possibilità di mettere la propria firma in un progetto non suo, considerandolo come la cosa più bella che le potesse capitare: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Dopo aver udito dalle sue labbra il segno di un’adesione libera, intima e piena al disegno di Dio, l’angelo può finalmente congedarsi dalla Vergine: «E l’angelo si allontanò da lei» (1,38).
Non avendo chiesto di conoscere cosa ma soltanto come avverrà il compimento della parola di Dio, Maria diventa lei stessa quel segno che Acaz non ha osato invocare dal cielo: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14). Un segno di speranza per il mondo intero e per ogni storia umana. La speranza del Vangelo è sempre quella che Dio non sia un volto da cui nascondersi, né un concetto in cui perdersi, ma qualcuno con cui poter costruire insieme il sogno di una condivisione di umanità, fraterna e accessibile a tutti. Il vertice di questa speranza è la scoperta che la nostra vita – così com’è realmente – può essere una tenda capace di accogliere e generare un eccesso di vita e di vitalità in cui si rivela il grande mistero dell’Emmanuele: «Dio è con noi».

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Dio non toglie ma dona sempre

Per realizzare una «totale adesione» (cf. Colletta) al Natale del Signore manca al mosaico d’Avvento un’ultima, preziosa tessera, in grado di conferire coesione a tutto l’itinerario compiuto in questo tempo forte. Si incarica di porgerla alla nostra meditazione quest’ultima domenica, nella quale proviamo a fare un tuffo dentro il cuore in festa di Maria, la giovane donna che per prima ha saputo offrire una libera e piena accoglienza alla gioia del Vangelo. Era già scritto nei libri profetici: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore di Israele» (Mi 5,1). Il Messia doveva nascere in una piccola borgata, famosa solo per aver dato i natali a Davide, il piccolo pastore divenuto l’indimenticabile re di Israele. Eppure, queste parole non autorizzavano a coltivare solo la speranza che Dio avrebbe fatto qualcosa di straordinario per garantire al suo popolo la prosperità e la pace. Dicevano anche che l’attesa dei tempi messianici si sarebbe compiuta quando la nostra umanità avrebbe finalmente accettato quel destino di fecondità iscritto nella sua natura creata a immagine e somiglianza di Dio: «… fino a quando partorirà colei che deve partorire» (Mi 5,2). Prima di poterci «concepire» come padri e madri, è necessario accettare il fatto che siamo un corpo, maturando uno sguardo riconciliato su quello che siamo e, soprattutto, su quanto ci è capitato di essere, molte volte nemmeno per nostra volontà. Altrimenti, presto iniziamo a sentirci sotto pressione, a vedere il cielo come un tetto ostile, che ci impone «sacrifici» e «olocausti» (Eb 10,6) assurdi, anziché esaudire i desideri del nostro cuore. L’autore della lettera agli Ebrei capovolge questa deformata visione della realtà, spiegandoci il motivo per cui Cristo ha voluto entrare con gioia «nel mondo» (10,5), consapevole di dover tracciare una via nuova sulla quale tutti potessero camminare: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. […] Allora ho detto: “Ecco, io vengo”» (Eb 10,5.7). Durante l’Annunciazione Maria ha compreso che Dio non viene a togliere nulla, ma a dare tutto. Questa notizia è stata per lei sufficiente per offrire liberamente la propria corporeità alla volontà di Dio, diventando «cantico di lode» (cf. Colletta) dell’umanità ferita dal peccato originale. Dopo aver accettato la sconcertante proposta di Dio, superando dubbi e paure, Maria si scopre piena di una felicità che non può tenere per sé, ma che deve condividere «in fretta» (Lc 1,39). Dopo aver ricevuto il saluto di Maria, Elisabetta comincia a parlare mossa dallo Spirito Santo: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,44-45). L’umile fanciulla di Nazaret è divenuta grembo di Dio perché ha creduto a ogni parola ascoltata nella profondità del suo cuore. Prepararsi al Natale significa riattivare i canali della nostra capacità di ascolto. Fermarsi, fare silenzio, imparare a leggere le cose in tutta la loro profondità, fino a riconoscerle come tessere di un meraviglioso disegno di Dio a cui siamo chiamati a partecipare. Aprirsi alla logica dell’Incarnazione del Verbo vuol dire guardare con stupore i sentieri interrotti, le domande senza risposta, le scelte non ancora raggiunte e credere che dietro a ognuna di queste cose ci sia una parola di Dio che vuole dialogare con la nostra libertà e costruire la salvezza del mondo. Credere che ci sarà – presto – un compimento per la parola di Dio significa scegliere di abolire quel «primo sacrificio» che siamo sempre tentati di fare – dove al centro ci siamo ancora troppo noi stessi – per imparare a «costituire quello nuovo» (Eb 10,9), che si compie solo «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo», il Dio che è con noi e con tutti «per sempre» (10,10).

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Giuseppe modello per noi

Le ultime parole della prima lettura ci aiutano a dare un volto più leggibile alla figura di Giuseppe, il padre di Gesù: «costoro dimoreranno nella propria terra» (Ger 23,8). Così la conclusione del vangelo diventa una sorta di rassicurazione: «Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). Il nobile gesto di Giuseppe di accogliere la madre e il bambino non fa altro che creare un solco di terrena umanità capace di accogliere al caldo il seme del Verbo di Dio che si fa carne, che si fa uomo, che si fa fratello. Il sogno profetico del profeta Geremia si compie nel segno di squisita umanità con cui Giuseppe accetta di farsi carico del mistero dell’incarnazione accettando di mettere al primo posto non la propria dignità di uomo e di credente, ma il bisogno della «sposa» e del «bambino che è generato in lei» (1,20). Il passo che Giuseppe accetta di compiere a nome di tutta l’umanità è quello di fare un passo indietro: dal bisogno e desiderio di generare, si passa ad accogliere incondizionatamente, fino a farsi carico di ciò che è già «generato».
Giuseppe diventa così il modello e il paradigma di quella rivoluzione del modo di pensare a Dio per ripensare il nostro modo di essere umani di cui le parole e i gesti del Signore Gesù tracceranno le linee portanti nella predicazione del Vangelo. L’evangelista Matteo, secondo il suo solito e il suo stile, applaude, per così dire, alla capacità innovativa di Giuseppe glossando con una certa solennità: «Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele che significa Dio con noi”» (Mt 1,22-23). Giuseppe si mostra in queste pochissime parole come la persona adatta – la più adatta – ad accogliere tra le braccia di padre il Figlio dell’Altissimo. Egli infatti «era un uomo giusto» (1,19) e lo era secondo il cuore di Dio, in cui la giustizia e la misericordia non sono mai disgiunte, in cui la Legge e l’Amore non sono mai antagoniste. Ed è l’amore per Maria, sua «promessa sposa» (Mt 1,18), che diventa la legge imprescindibile della scelta di Giuseppe, così poco maschilista da essere meravigliosamente umana. Mentre nel cuore di Giuseppe si sta consumando il dolore di essere rimasto solo; mentre nel cuore di Giuseppe si va accogliendo la terribile ferita di un tradimento e di un abbandono da parte della persona più amata; mentre la “giustizia” e l’amore esigono da questo cuore di «ripudiarla in segreto» (1,19) creando così due solitudini forse per sempre incolmabili… Dio rivela il significato più profondo del suo nome: «Signore-nostra-giustizia» (Ger 23,6). Come il Signore Gesù ricorderà con forza ai suoi discepoli: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).

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Arrivare fino alla fine

Quello che nel Vangelo di oggi può sembrare essere un elenco confuso, alla fine appare come un tutto ordinato con un finale preciso. La storia che celebriamo nel Natale, non è una fiaba, né un racconto edificante. Essa invece è la storia drammatica degli uomini, di uomini concreti, con vicende concrete. Non dovremmo mai rubare l’umanità a Gesù.Non dobbiamo avere fretta di ricacciarlo nei cieli, o di mettergli aureole sulla sua testa. La prima vera grande cosa che il Natale ci insegna è che dobbiamo imparare a considerare Gesù nella sua concreta umanità. “Così, da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni”. Il Vangelo di oggi è un estremo tentativo di enumerare almeno quarantadue generazioni di motivi. E in ciascuna di esse non troviamo solo storie luminose, ma molto spesso storie storte, difficili, complicate, come se a Dio piacesse particolarmente entrare nelle vicende complicate di famiglie e persone. Ma in fondo ciascuna delle nostre vite vista da vicino è una vita complicata, incidentata, non sempre luminosa, molto spesso storta. La buona notizia del Vangelo di oggi è sapere che anche le storie più difficili hanno come finale Gesù. Ogni storia ha al suo fondo un Natale, un Messia, un Senso. In unica parola: Gesù. Ecco perché bisogna sempre avere la pazienza di arrivare in fondo alla storia per capirne anche tutto il significato, senza avere la tentazione di farlo prima. La nostra attesa per la rinnovata celebrazione del mistero del Natale prende, per così dire, la rincorsa verso Betlemme. Come ogni anno, un di più di poesia prepara il nostro cuore a rinnovare la meraviglia per il mistero dell’incarnazione, che rappresenta il cardine della rivelazione di Dio in Cristo Gesù. Tutta la Chiesa oggi si rivolge al Signore cantando: «O Sapienza dell’Altissimo, che tutto disponi con forza e dolcezza: vieni ad insegnarci la via della salvezza». La prima lettura ci raduna attorno al letto di Giacobbe nel momento in cui il patriarca chiama a raccolta i suoi dodici figli per sognare e segnare il loro futuro. La lunga litania di benedizioni e di raccomandazioni trasforma il momento della morte di Giacobbe in una sorta di ampia visione della storia. Giacobbe rappresenta, nell’incremento di umanità raccontato nelle Scritture, una tappa fondamentale: è il primo uomo che sogna ed è la prima persona che si innamora. Entriamo in questa immediata preparazione al Natale proprio così: sognando e amando. Le parole di Giacobbe ci aiutano a comprendere meglio ciò che la Liturgia ci fa pregare nell’invocazione che ritroviamo come versetto al Vangelo e che è l’antifona al Magnificat dei Vespri: «Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi lo farà alzare?» (Gen 49,9). L’immagine del leone è un’icona che ritroviamo spesso nella simbologia religiosa, ma sulle labbra di Giacobbe morente il simbolo è rafforzato dalla «leonessa». Tra i leoni è la leonessa che corteggia il maschio fino a conquistare la sua attenzione ed è sempre la leonessa che va a caccia per nutrire i piccoli, tanto da essere talora più pericolosa del leone per il suo istinto di cura e di protezione. Il Verbo si fa carne con la magnificenza del leone e la passione della leonessa, con quella forza e dolcezza che permette alla vita di crescere e di dilatarsi. La lunga litania di nomi – alcuni noti e altri perlopiù sconosciuti – con cui l’evangelista Matteo ci introduce nel mistero della «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1) – è un riassunto di come uomini e donne, attraverso la storia, hanno tessuto la tela della vita alternando non sempre sapientemente forza e dolcezza. L’invito del Patriarca Giacobbe risuona anche per noi: «Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe, ascoltate Israele, vostro padre!» (Gn 49,1).L’invito è a non sottovalutare nulla della nostra storia e delle nostre storie e, soprattutto, a non esaurirci nell’attesa di chissà quali grandi avvenimenti nella nostra vita che siano in grado di conferirle senso e preziosità. Ogni attimo presente, ogni evento passato dolce o amaro, gioioso o triste, come pure ogni anelito per il futuro – insieme e solidamente – fa la Storia della nostra salvezza e può diventare annuncio di salvezza per altri. L’ora più felice della Storia, in cui trovano senso tutte le storie note e ignote, belle e brutte, è proprio quella in cui prende carne il Cristo e in cui l’Eterno si fa frammento di tempo in un tempo e in un luogo precisi… dentro ciascuno di noi per la salvezza di tutti, con la regalità del leone e la determinazione della leonessa.

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Sei tu o dobbiamo aspettare un altro?

La perplessità di Giovanni sull’identità di Gesù sembra essere molto importante per l’itinerario che conduce la Chiesa a contemplare l’Incarnazione del Verbo. Nel vangelo di oggi ascoltiamo di nuovo quel difficile momento in cui il Battista, dopo aver gettato speranza nel cuore di Israele, sente il bisogno di essere anch’egli rassicurato e confermato nella sua personale esperienza di fede: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Lc 7,19). La versione di Luca non si discosta molto dalla lezione di Matteo, se non per un dettaglio tutt’altro che marginale. Anziché citare semplicemente le Scritture, nel vangelo di oggi il Signore Gesù anticipa la risposta da fornire a Giovanni con una serie di gesti in cui risplende la pienezza del tempo annunciata dai profeti: «In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi» (Lc 7,21). La precedenza dell’azione sulla parola non è da intendersi come un’ostentazione di forza, con cui Gesù cerca di “fare colpo” e di accreditarsi come Messia. Tutti i vangeli, con sfumature diverse, attestano come Gesù non abbia mai voluto manifestare la sua divinità con schiacciante evidenza, ma nel rispetto della nostra capacità di accoglierla come nuovo e definitivo parametro della nostra umanità creata a immagine e somiglianza di Dio. Nel gesto di Gesù possiamo semmai riconoscere il timbro delle voci profetiche, in cui risuona il desiderio dell’Altissimo di essere riconosciuto e amato da tutte le sue creature: «Io sono il Signore, non ce n’è altri. Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c’è altro dio; un dio giusto e salvatore non c’è all’infuori di me» (Is 45,21). I segni messianici di guarigione dell’uomo, compiuti da Gesù, portano a compimento l’opera creatrice di Dio, riconoscibile fin dalla notte dei tempi proprio nelle sue opere: «Io sono il Signore, non ce n’è altri. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo» (45,6-7). Tuttavia, nella pienezza dei tempi, proprio quando la manifestazione di Dio si compie definitivamente nella storia di salvezza, sorge un’ultima difficoltà di riconoscimento della sua presenza. Le ultime parole di Gesù nel vangelo di oggi ci costringono a riflettere sul fatto che non è sufficiente vedere le opere di Dio e ascoltare la buona notizia della sua venuta per diventare discepoli del Regno: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo» (Lc 7,23). La persona del Salvatore, se da un lato ci attrae perché in essa vediamo risplendere la bellezza e la tenerezza del Padre, dall’altro ci inquieta perché non esprime alcuna forza che annulli la debolezza della nostra umanità e la gradualità della storia. L’incarnazione non inaugura una improvvisa trasformazione del mondo, ma la sua trasfigurazione nell’amore, dove le cose cambiano solo attraverso i gesti della comunione e della carità: «… I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia» (Lc 7,22). Come ci educa a credere e a cantare la voce di Isaia, il Natale del Signore non è solo l’abbassamento dei cieli, ma anche l’insurrezione della terra: «Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia» (Is 45,8). Per attendere e affrettare la venuta del Signore, possiamo allora riprendere il cammino della vita senza rimanere scandalizzati dalla “povertà” dell’Incarnazione, ma pervasi dalla dolce speranza della sua paradossale ricchezza: «Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino» (salmo responsoriale).

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Coerenza e non apparenza

Una parabola ci viene oggi raccontata per aiutarci a prendere una decisione importante per la nostra vita di discepoli: «lavorare» (Mt 21,28). In una cultura sempre più ossessionata dal tempo libero e dalla continua programmazione delle vacanze, siamo riportati alla realtà di una vita che non si qualifica per il tempo che ci lascia libero, ma a partire dal modo in cui siamo impegnati a fare del tempo e dello spazio, in cui viviamo, una vera partecipazione all’opera del Creatore. Pertanto il Signore Gesù ci ricorda pure che compiere «la volontà del padre» (21,31) non si limita a dare una “bella risposta” teorica che cerchi di non deludere e di non contraddire, ma è qualcosa che esige delle scelte concrete di vita ed è impastata con la nostra vita per quella che è nella realtà e non per quello che ci piacerebbe fosse nel nostro immaginario. Il primo grande messaggio che ci viene dato dal Signore Gesù è quello della libertà di poter dire senza paura e con una certa sfrontatezza: «Non ne ho voglia» (Mt 21,29). A questa reazione così adolescenziale del primo dei due figli, non corrisponde da parte del padre nessuna punizione e nemmeno un rimprovero. Sembra proprio che il padre proponga a ciascuno dei suoi figli un percorso nella piena libertà, che essi vi aderiscano o meno, senza nessun timore di essere né disapprovati né tantomeno puniti. In questo il Padre dei cieli, il Padre di tutti, l’unico Signore e Creatore, viene rivelato dal Figlio – primogenito e unigenito – come completamente diverso dall’atteggiamento dei capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo, spesso preoccupati di salvare le apparenze e di giudicare gli altri a partire dalle apparenze, per giustificare sempre più ampiamente se stessi. Le cose, ci ricorda il Signore Gesù, non stanno così e rischiano proprio di essere al contrario di quello che noi pensiamo, immaginiamo e, forse, sottilmente desideriamo per sentirci un po’ migliori: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (21,31). Il salmo ci aiuta a comprendere la ragione profonda di questa verità: «il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti» (Sal 33,19). Il segreto e la bellezza della nostra relazione con Dio è racchiusa in quel misterioso e intimissimo istante in cui il figlio che è dentro di noi «si pentì e vi andò» (Mt 21,29). Essere parte di quel «popolo umile e povero» (Sof 3,12) di cui parla il profeta Sofonia significa, infatti, accogliere la «correzione» (3,2) senza paura e senza «vergogna» (3,11). Significa «lavorare nella vigna» (Mt 21,28) del proprio cuore con coraggio e impegno, ma non in modo servile. Risuona severa e dolcissima l’esortazione di un Padre della Chiesa: «Sia chiara la tua condotta di convertito! Tu che hai preferito l’umano al divino, che hai voluto essere schiavo del mondo piuttosto che vincitore del mondo col Signore del mondo, convertiti. Tu che hai perso la libertà che ti avrebbero dato le virtù perché ti sei sottoposto al giogo del peccato, convertiti; convertiti davvero tu che, per paura di possedere la Vita, ti sei consegnato alla morte» (PIETRO CRISOLOGO, Discorsi, 167).

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Vedere e contemplare

Balaam, nella prima lettura, afferma di poter vedere perché è un «uomo dall’occhio penetrante… cade e gli è tolto il velo dagli occhi» (cf. Nm 24,4.16). Nella Colletta di oggi, chi presiede prega così a nome di tutta l’assemblea: «Nella tua bontà, o Padre, porgi l’orecchio alla nostra preghiera e, con la grazia del tuo Figlio che viene a visitarci, rischiara le tenebre del nostro cuore». Per vedere bene non basta che cada il velo dagli occhi se è il cuore a rimanere nell’oscurità. Quando viene rischiarato il cuore, allora anche gli occhi si aprono alla «visione dell’Onnipotente». Potranno cioè vedere, e farlo come vede Dio. Balaam è un veggente, che può contemplare, come egli stesso dice di sé: «io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino…» (Nm 24,17). Contemplare significa vedere il mondo, la realtà, la storia, con lo stesso sguardo di Dio. Perché ciò sia possibile è necessario che la parola di Dio trasformi il cuore, lo illumini dal di dentro, vinca quelle tenebre che così spesso lo abitano. Il vangelo di Matteo mostra bene cosa significhi non vedere a motivo di un cuore indurito. Nell’atteggiamento dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo si manifesta infatti non la cecità degli occhi, ma una più radicale malattia del cuore. Hanno visto i gesti che Gesù ha compiuto; tuttavia, anziché lasciarsi interpellare da essi, si scandalizzano. Hanno compreso la loro portata simbolica, non si lasciano però mettere in discussione. Vedono e si ostinano a non capire. Allora, poiché non si lasciano interrogare da quanto accade, è Gesù stesso a porre loro una domanda esplicita: «Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?» (Mt 21,24-25). Ecco che Gesù smaschera la loro ricerca insincera, le loro domande false, che cercano di metterlo in difficoltà, o di trovare in lui motivi di accusa e di condanna, anziché cercare il segreto della sua persona per lasciarsene stupire e affascinare. Più che interrogarsi veramente sull’autorità di Gesù, cercano solo di difendere la propria autorità, o peggio il proprio potere. Sono posti di fronte a una alternativa che, in un modo o nell’altro, può compromettere il loro prestigio e il loro dominio. Se riconoscono l’autorità del Battista, manifestano la loro colpa per non avergli creduto e non aver accolto il suo invito alla conversione; se rifiutano di riconoscerla temono di vedere compromessa la loro presa sul popolo, che invece è rimasto attratto dalla predicazione di Giovanni. Si rifugiano di conseguenza in un «non lo sappiamo», che serve a difendere il loro potere, ma impedisce di accogliere la vera autorità di Gesù. E qual è questa autorità? È l’autorità che ci libera dalle tenebre della falsità e della menzogna per condurci nella luce della verità e della trasparenza; ci affranca dalle logiche ipocrite dei compromessi e delle neutralità meschine, con cui pretendiamo di difendere poteri e onori, per condurci nella libertà autentica, che germoglia nel terreno di un cuore povero, mite e umile, qual è quello di chi non ha nessun interesse da difendere o privilegio da tutelare. Balaam vede da lontano spuntare una stella da Giacobbe. È la stella che profetizza il Messia e che i Magi potranno contemplare a Natale. Per vederla, è necessario che questa stella sorga nel cuore di ciascuno e lo rischiari. I Magi stessi potranno ammirarla perché, diversamente da Erode, anziché preoccuparsi di difendere un potere che egli teme minacciato, vivranno la logica opposta del dono. La logica di chi, avendo visto spuntare la stella, è venuto a prostrarsi davanti al Signore dei signori, per adorarlo e offrirgli il dono della propria vita (cf. Mt 2,2).

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La gioia parte dalla mitezza

Al cuore del messaggio evangelico della III domenica di Avvento dell’annata C (Lc 3,10-18) vi è la richiesta di conversione che il Battista rivolge a diverse categorie di persone. Conversione che trova la sua radice in rapporto al Signore che viene per operare un giudizio (v. 17): Giovanni non è un predicatore di morale, ma del Veniente. In questo senso egli è già evangelizzatore (v. 18): perché con la sua persona e con le sue parole annuncia il Cristo veniente e, chiedendo conversione, dispone ad accoglierlo e a conoscere così la salvezza di Dio. La pericope evangelica scelta per la liturgia comprende i vv. 10-18 del capitolo terzo di Luca, ma un’intelligenza adeguata del testo esige che si leggano anche i vv. 7-9. Nei vv. 10-14 infatti abbiamo la predicazione sociale di Giovanni che si rivolge a folle, pubblicani e soldati indicando loro cosa fare in risposta alla loro domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Domanda che si comprende solo alla luce della predicazione escatologica contenuta nei vv. 7-9. Giovanni parla dell’ira imminente e chiede di fare frutti degni della conversione, ovvero di mostrare esistenzialmente un cambiamento di fronte al giudizio annunciato. Allora nasce la domanda sul “Che fare?”. La predicazione sociale è poi seguita dalla predicazione messianica nei vv. 15-17, in cui Giovanni annuncia la venuta di Colui che è più forte di lui e che battezzerà in Spirito santo. I tre quadri della predicazione del Battista trovano unità nell’idea del limite che sottostà a ognuno di essi. Nei vv. 7-9 si tratta del limite davanti a Dio, che chiede di essere rispettato, mentre l’autogiustificazione, il dire, presumendo e pretendendo, “Abbiamo Abramo per padre” (Lc 3,8), osa mettere le mani su Dio e ipotizza una salvezza senza conversione, senza cambiamento. Una salvezza dovuta, una salvezza per discendenza, per diritto di nascita. Nei vv. 10-14 si tratta del limite di fronte agli altri, al prossimo: un prossimo che può essere misconosciuto nella sua umanità. Alle folle Giovanni chiede di condividere ciò che uno ha con chi ne è mancante. Gli esempi sono il vestito e il cibo. Ai pubblicani, cioè gli esattori delle tasse, che spesso esigevano dai contribuenti somme maggiorate, chiede di non pretendere più del dovuto, di non superare il limite del lecito. Ai soldati chiede di non maltrattare, di non usare violenza superando il limite del rispetto. Sempre si tratta di rispettare l’altro, di fargli spazio proibendo a se stessi di esercitare potere su di lui per averne un vantaggio per sé. Nel caso delle folle, rispetto del limite dell’altro significa colmare il suo bisogno con la condivisione, sottraendo qualcosa a sé per darla a chi ne è mancante. Nel caso dei pubblicani, significa non estorcere loro ciò che non sono tenuti a dare, non pretendere. Nel caso dei soldati, rispettare il limite degli altri significa non prevaricare, non molestare, non fare a loro ciò che è contro la loro volontà, non abusare. Abusare è oltrepassare una soglia interdetta, violare i confini dell’altro, del suo mistero, della sua sacralità. E farlo sfruttando la propria posizione di forza, di potere, il proprio ruolo. Dunque, avendo una copertura protettiva che rende difficilmente smascherabili e punibili. Nella predicazione messianica (vv. 15-17) il limite da rispettare è il limite di fronte a se stessi. Poiché molti si domandavano riguardo a Giovanni se non fosse lui il Cristo, ecco che Giovanni, con autenticità e verità, dice la distanza tra sé e il Messia. Non usurpa il posto che non è suo, ma aderisce alla sua verità e resta al suo posto. Il limite verso Dio, il limite verso gli altri, il limite verso se stessi: il fare il male consiste nell’oltrepassare e violare questi limiti. Differenti sono le risposte di Giovanni alle tre categorie che lo interpellano e tale diversificazione concretizza in maniera peculiare il movimento di conversione richiesto a persone che si trovano in differenti stati di vita. Ma queste differenti richieste possono essere lette come elementi costitutivi di ogni cammino di conversione: condividere (v.11), non pretendere (v. 13), non abusare (v. 14). In effetti Giovanni non indica delle “cose da fare”, ma chiede a ciascuno di rimanere nel proprio stato facendo spazio all’altro, accogliendolo e impedendosi di esercitare potere su di lui. Giovanni non chiede gesti radicali come farà Gesù, non chiede di lasciare tutto e di seguire lui, ma mostra un livello imprescindibile della conversione, un livello molto umano e che non ha nulla di direttamente religioso. Si tratta di assumere l’umanità propria e quella degli altri, di addomesticare i propri appetiti, di assumere i propri limiti e di avere come misura della propria libertà la libertà degli altri. Essere se stessi consentendo agli altri di essere se stessi. Giovanni predica un battesimo di conversione in vista della remissione dei peccati (cf. Lc 3,3) e a chi viene a lui per farsi battezzare senza operare cambiamenti nella propria vita, rivolge parole molto dure. Egli stronca sul nascere il possibile insorgere di espressioni autogiustificatorie dicendo: “Non cominciate a dire in voi stessi: ‘Abbiamo Abramo per padre’” (Lc 3,8). Dire in se stessi significa dire nascostamente, avere un retropensiero che si cela dietro le parole pronunciate che sono di segno contrario. E nella forbice che si apre tra detto e non-detto si insinuano la menzogna, l’inganno, l’abuso, la doppiezza. Ovvero, ciò che i vangeli chiamano ipocrisia. E qui si scatenano le parole veementi di Giovanni che portano folle, pubblicani e soldati a chiedere: “Che faremo dunque?” (Lc 3,10.12.14). Ciò che unifica le tre categorie è la domanda. Giovanni assomiglia alla sentinella che nella notte intravede il sorgere dell’alba messianica e si rivolge a chi lo interpella dicendo. “Se volete domandare, domandate, convertitevi, venite” (Is 21,12). Qui folle, soldati e pubblicani vengono, domandano e sono invitati a conversione con richieste precise. La conversione può iniziare con il coraggio di una domanda. O, almeno, di ciò che una domanda significa. Riconoscendo cioè di avere una carenza e riconoscendolo davanti a un altro a cui ci si rimette e da cui si attende una parola, un’indicazione di via. La conversione inizia con la presa di coscienza della propria condizione reale, che è condizione di distanza rispetto alle esigenze evangeliche. Alle folle Giovanni dice di condividere le cose essenziali del vivere. Il verbo usato, metadídomi, indica che mediante il dare si crea comunione con colui a cui si dona. La modalità di questo dare è “senza fare calcoli”, “con semplicità” (Rm 12,8), ma la portata del verbo si estende a realtà decisamente radicali: Paolo vorrebbe raggiungere i cristiani di Roma per “condividere con loro qualche dono spirituale” (Rm 1,11); il grande dono che egli ha condiviso con i cristiani di Tessalonica è il vangelo, ma Paolo avrebbe voluto dare loro la sua stessa vita (1Ts 2,8). In profondità non si tratta solo di dare qualcosa a chi è nel bisogno, ma di esistere con gli altri proibendosi di vivere senza di loro. La condivisione trova il suo punto più alto nel condividere il tragitto di una vita intera fino alla morte. Ai pubblicani dice di non pretendere, di non esigere “nulla più dello stabilito”. È una messa in guardia dal pretendere ciò che gli altri non hanno il dovere e forse nemmeno la possibilità di darci, ma più in profondità significa non porsi davanti agli altri con atteggiamento di chi prevarica. L’altro non è uno che mi deve qualcosa. Se lo vedo come un mio debitore entrerò in un rapporto perverso, di pretesa, non di gratuità. Ai soldati dice di non maltrattare o molestare e di non estorcere o far torto. Questo verbo è in bocca a Zaccheo quando dice: “Se ho fatto torto a qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Lc 19,8). Si tratta di non usare violenza, ovviamente, ma poi di non abusare della propria posizione di forza, di avere la giusta misura di sé, quindi di avere intelligenza dell’altro e della sua vulnerabilità. L’invito a tutti è alla mitezza, a mettere cioè dei limiti al proprio potere per far vivere gli altri. E mentre invita alla mitezza Giovanni chiede la virtù della fortezza ai suoi interlocutori. Egli, infatti, propone dei “no” (non pretendere, non abusare, non far torto, non maltrattare) e dei “sì” (condividere, fare parte, dare) da dire a se stessi. Guardando il Signore che viene si può trovare forza verso se stessi, e si può convertire il proprio sguardo sugli altri, vedendo il loro bisogno per andarvi fattivamente incontro condividendo, rispettandoli nella loro unicità e astenendosi dall’avanzare pretese nei loro confronti come se fossero personale al nostro servizio. Insomma si tratta di elementi di una grammatica dell’umano e della relazione con l’altro che sono indispensabili per un cammino di preparazione delle vie del Signore, per andare incontro al Veniente. Così, mentre chiede di prepararsi ad accogliere il Signore che viene, il Battista dispone le persone ad accogliersi e andarsi incontro le une alle altre. Mentre chiede di essere pronti ad accogliere il Signore, chiede di rendersi in grado di ospitarsi e accogliersi gli uni gli altri.

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Il fuoco di Elia

La prima lettura ci aiuta a concludere “in bellezza” questa seconda settimana di avvento nel segno del fuoco. Questo simbolo che ha cambiato radicalmente la storia segnando il passaggio dalla animalità all’umanità, oggi ci rammenta come nessuna attesa del Regno di Dio può fare a meno di una trasformazione delle proprie attese: «sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Alla fine del Vangelo si afferma quasi perentoriamente: «Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista» (Mt 17,13). Il riferimento a Elia e a Giovanni riporta ciascuno di noi alla dimensione radicalmente profetica della propria esperienza discepolare. Potremmo dire che attendere e accogliere ancora una volta nella nostra vita il mistero dell’incarnazione significa accettare di passare per il fuoco dell’inevitabile trasformazione di cui fa parte la purificazione e conversione delle nostre attese. Non possiamo dimenticare che il contesto della parola del Signore Gesù circa l’identità e la missione di Giovanni è la discesa dal monte su cui i discepoli hanno potuto partecipare in prima persona al mistero della trasfigurazione. Subito dopo aver contemplato nella luce taborica il mistero del Figlio, i discepoli sono invitati dal Maestro a rettificare le loro attese e a rinunciare a ogni immaginazione messianica, per entrare radicalmente nel dinamismo dell’incarnazione, che si manifesta pienamente nel mistero pasquale: «Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto». La conclusione non lascia scampo: «Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro» (Mt 17,12). Proprio mentre le sdolcinature natalizie diventano persino aggressive nella corsa ai regali e nella messa a punto dei menu dei “veglioni”, la Parola di Dio ci riporta alla profondità del mistero. Facendo l’elogio degli antenati, il Siracide non trova di meglio e di più da dire su Elia: «tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri» (Sir 48,10). Non vogliamo certo rinunciare alla dolcezza e alla tenerezza del Natale, ma non possiamo altresì dimenticare le esigenze che vengono dal mistero dell’incarnazione: trasformare la nostra vita accettando di passare sempre attraverso il crogiolo di una carità e di una fraterna solidarietà sempre più generosa. La conclusione della prima lettura è una boccata di speranza: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore» (Sir 48,11). Per potersi beatamente addormentare nell’amore è necessario vegliare amorosamente in una carità capace non solo di offrire, ma persino di soffrire le conseguenze dell’amore. Se talvolta ci sentiamo stanchi, se abbiamo un po’ paura di non farcela a perseverare fino alla fine, possiamo volgere lo sguardo ai Profeti e imparare da loro che ci sta venendo incontro il riposo e la consolazione di dormire nell’amore. L’amore, in realtà, proprio quando è massimamente dinamico, riposa affaticandosi nel dono.

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Le nostre orme

La prima lettura ci porta lontano e, in realtà, non fa altro che aiutarci a leggere la realtà della nostra vita, quella che ci è più vicina e, per molti aspetti, persino intima. Il primo dialogo tra l’Altissimo e la nostra umanità è drammatico e tocca il punto dolente della nostra realtà di creature, con cui facciamo così tanta fatica a riconciliarci perché non ci riesce poi così facilmente di accettarci: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo?» (Gen 3,11). Con questa domanda comincia la nostra storia di salvezza che, in realtà, è un lungo processo di ritrovata innocenza, in cui lo scoglio da superare è proprio quel sentimento di «vergogna» che, dopo lo stupore commosso davanti alla donna creata, è la prima grande emozione della nostra umanità. Oggi festeggiamo il mistero di Maria, la madre del Signore che rimane, pur sempre, una nostra sorella in umanità. Le parole imbarazzanti con cui l’uomo si schermisce davanti all’Altissimo possono essere riaccolte quest’oggi con un sapore molto diverso: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gen 3,12). In questo modo Adamo cerca di giustificarsi, ma, in realtà, riconosce di non aver capito che l’essere gli uni accanto agli altri è un’opportunità per discernere meglio cominciando a vedere meglio insieme «per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità… a lode dello splendore della sua grazia» (Ef 1,4-6). A fronte del dialogo tra il Creatore e le sue creature nel giardino di Eden, rileggiamo il racconto di un altro dialogo: quello di Maria con Gabriele. L’atmosfera è completamente diversa, perché il dialogo è sommamente franco e rappresenta per Maria un modo non per nascondersi davanti al desiderio di Dio, ma di aprirsi ad esso in tutta libertà e piena consapevolezza: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Maria accoglie e non subisce la volontà del Signore. Oggi contempliamo, in Maria, una possibilità che è di tutti noi ed è per tutti noi: possiamo ritrovare la nostra innocenza nella misura in cui accettiamo di misurarci con la nostra libertà e la esercitiamo fino in fondo. Come la promessa sposa di Giuseppe, poniamo domande diventando così capaci di dare risposte, senza dimenticare che siamo posti «accanto» gli uni gli altri per sostenerci e spronarci in questo cammino di umanizzazione ineludibile e appassionante. Oggi proclamiamo Maria «concepita senza peccato originale» perché la sua libertà davanti a Dio, che la rende «serva del Signore» (Lc 1,38), è capace di avvolgere la sua vita fin dalle sue radici. La «piena di grazia» (1,28) è capace di accogliere la grazia che viene dall’Altissimo in modo così totale che dalle foglie della sua umanità in fioritura è capace di andare a toccare e sanare le sue radici, intrecciate con la terra di tutta la nostra umanità… fino a risanarle: «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36) ma non senza di noi e mai contro di noi! La predestinazione che ha creato tante incomprensioni e sofferenze non è una negazione della nostra libertà, ma l’orizzonte – la lettera agli Efesini usa il termine prohorizô – in cui far navigare la nostra libertà fino al porto della sua piena realizzazione «accanto» a Dio e agli altri. Alla fine, finalmente, Maria si riconosce nel progetto di Dio che è il suo da sempre: essere «serva del Signore», e per questo non si nasconde, ma è nuda davanti a Dio nella verità e nell’audacia di essere se stessa fino in fondo, tanto da essere la donna adatta a rendere figlio della nostra umanità il Verbo eterno del Padre.