
Le parole dell’evangelista Giovanni sembrano quasi riassumere il cammino di questi giorni di letizia nella contemplazione del Verbo fatto bambino: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Non è un caso che, nella tradizione della nostra Chiesa e nelle consuetudini delle nostre terre, la notte di Natale sia sentita, in alcuni casi, ancora di più che la notte di Pasqua. Persino la natura sembra desiderare un po’ più di luce nelle lunghe notti d’inverno che rendono la luce del giorno così fugace. La luce però che ci viene donata è come quella del sole: ha bisogno di essere accolta. Così il Verbo di Dio, che si offre come nostro fratello, ha bisogno di essere «riconosciuto» (1,10). È come se in una splendida giornata di sole chiudessimo tutte le imposte e ci lamentassimo del buio. Un monaco benedettino del Medioevo così commenta: «”Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente è venuta dal cielo, dal tuo trono regale” (Sap 18, 14-15). Questo testo della Scrittura designa il tempo santissimo in cui la Parola onnipotente di Dio è venuta fino a noi a parlare della salvezza. Dal più intimo segreto del Padre è discesa nel seno di una madre. “A metà della notte”: tutto era immerso nel silenzio “intermedio” – tra i profeti che non parlavano più e gli apostoli che stavano per farlo. Che splendido evento, in questo silenzio intermedio, per un “mediatore fra Dio e gli uomini” (1Tim 2,5), che si fa mortale per salvare i mortali, e salverà i morti con la sua morte ! Nel ruolo di mediatore, “ha operato la salvezza nella nostra terra” (Sal 74,12): è morto su una croce, “elevato da terra” (Gv 12,32), tra cielo e terra, simbolo della riconciliazione tra il cielo e la terra… “La notte era a metà del suo corso”. Di quale notte si tratta? Forse designa quel periodo in cui, dall’origine del mondo fino alla fine dei tempi, i figli di Adamo vivono in quell’Egitto ottenebrato, nelle dense tenebre dell’ignoranza e totalmente incapaci di vedersi gli uni gli altri (Es 10,21ss). Infatti, come si possono vedere gli altri se non si vede il proprio cuore? Approfittando delle tenebre che coprono i cuori, la menzogna e l’errore si insediano. È in questa notte, fra “coloro che abitano nelle tenebre” (Lc 1,79; Is 42,7), che è venuta “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” . È lei che scaccerà veramente tutte le tenebre quando “metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori” (1Cor 4,5)» (GIULIANO DI VEZELAY, prima omelia per il Natale). Dal canto suo l’apostolo Giovanni, proprio in questo ultimo giorno dell’anno civile, ci ricorda che «è giunta l’ultima ora» (1Gv 2,18) e ci mette in guardia dall’«anticristo». Con queste parole dell’apostolo siamo esortati a non perdere il contatto con il nostro cuore e a saper nominare quelle tenebre che non ci permettono di riconoscere e di accogliere: noi stessi e gli altri in cui si nasconde la presenza di Dio stesso che chiede di essere accolto e amato per poter dare luce e gioia alla nostra vita. Mentre ci auguriamo reciprocamente che l’anno nuovo sia buono, possiamo prendere un piccolo momento per verificare quanta luce siamo stati capaci di far entrare nella nostra vita durante l’anno che portiamo a compimento con gratitudine.