
Sono tanti i modi per indicare ed evocare il dono particolare e la personalità unica di Giovanni. Egli è apostolo con gli apostoli, ma è pure il più vicino al Signore; è evangelista come gli altri evangelisti, eppure il suo Vangelo è unico per la profondità della contemplazione che ci permette di cogliere le viscere del Signore e il suo rapporto unico con il Padre; è martire come tanti che dovettero accogliere la morte per rimanere fedeli al Signore, ma la sua vita fu – a quanto dice la Tradizione – lunga e feconda; è profeta e veggente, tanto che il libro dell’Apocalisse è posto sotto il suo patrocinio e Patmos conserva la memoria della contemplazione dell’anziano apostolo, che viene anche riconosciuto come una delle «colonne» (Gal 2,9) della Chiesa nascente. Ma vi è un titolo che caratterizza Giovanni in modo unico, che ci viene tramandato dalla tradizione bizantina che lo indica come l’apostolo epistèthios: colui che pose il capo sul petto di Gesù durante la cena pasquale, lui che identifichiamo con il discepolo «che Gesù amava» (Gv 20,2). Nell’ottava di Natale, la festa di san Giovanni è un monito ad accogliere il Verbo nella mangiatoia del nostro cuore e di porci – come e con Maria – ad auscultare i battiti del suo cuore quasi per cercare di armonizzarli con il nostro cuore. Nella prima lettura possiamo cogliere i sentimenti più profondi e intimi di questa conoscenza: «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1). Con queste parole ci viene ricordato come e quanto l’incarnazione del Verbo ha cambiato radicalmente il nostro modo di immaginare e di sperimentare la nostra esperienza di Dio. Per questo siamo chiamati a essere capaci di toccare tutti i sensi della nostra struttura percettiva della vita. La pace e la gioia che gli angeli annunciarono ai pastori nella notte luminosa di Betlemme diventano per l’evangelista Giovanni questa possibilità di vivere in «comunione» (1,3) con la stessa vita divina.
La comunione sembra generare l’intuizione di Giovanni, che si esprime nella sua giovinezza interiore che non è solo una questione di anni, ma una disponibilità e curiosità nei confronti della vita che lo rende sempre «più veloce» (20,3) nell’andare oltre le apparenze e fidarsi delle intuizioni del cuore. Per Giovanni l’immagine di Dio è legata alla realtà del «Verbo» (Gv 1,1) che vive in relazione con il Padre e, con la sua incarnazione, ci fa entrare in questo dialogo divino che fonda la nostra gioia. Fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’imperatore del Giappone non parlava mai, ma trasmetteva il suo pensiero attraverso un portavoce. Nel Verbo fatto carne, Dio parla e ascolta, e la parola è il modo per rendere accessibile l’intimità. Possiamo e, per molti aspetti, dobbiamo accogliere ogni giorno il realismo dell’incarnazione, che si concretizza attraverso una cascata di verbi da cui la Liturgia della Parola di oggi sembra inondarci: udire, vedere, contemplare, toccare, testimoniare, annunciare, essere in comunione, correre, uscire insieme, credere: «perché la nostra gioia sia piena» (1Gv 1,4).