
Bisogna riconoscere che la Santa Famiglia di Nazaret, il cui mistero di relazione e di amore oggi celebriamo, rischia talora di trasformare il modello in una sorta di schermo su cui proiettiamo le nostre illusioni sull’amore e sulla relazione. Leggendo con attenzione i testi che la Liturgia ci offre, non possiamo sottovalutare l’elemento drammatico che accompagna la vita di Maria, Giuseppe e Gesù, chiamati a relazionarsi e imparare a conoscersi non senza qualche incomprensione… non certo piccola: «Ma essi non compresero…» (Lc 2,50). Forse questi giovani e inesperti genitori non avrebbero superarato un esame di idoneità all’adozione cui siamo abituati ai nostri giorni! Infatti, smarriscono il tesoro più prezioso che è stato così benevolmente affidato alla loro cura. In realtà, uno degli aspetti fondanti della relazione nella famiglia di Nazaret è il dramma della libertà, che si fa rispetto della decisione altrui e ambito della crescita in autonomia che mette in conto anche il fallimento e il malinteso. Possiamo ben immaginare quanto Maria e Giuseppe abbiano intuito la grandezza del mistero che era stato affidato alle loro cure. Nondimeno, non trattano Gesù – loro figlio – come una “promessa” da non perdere d’occhio perché non gli succeda nulla di male, come si farebbe con il “pulcino” di una squadra di calcio o un “beniamino” di una grande università. Maria e Giuseppe non perdono, anzi coltivano e trasmettono a Gesù la naturalezza di una vita ordinaria da vivere insieme agli altri, tanto da crederlo e pensarlo serenamente «nella comitiva» (2,44). L’ essere «angosciati» (2,48) di cui parla Maria a Gesù quando lo si ritrova nel Tempio è l’emozione forte e reale di chi si trova davanti a un imprevisto concreto – non si trova più il ragazzo – e non l’essere ansiogeni per pericoli e minacce fantasmagoriche. L’intimità della famiglia di Nazaret, in cui cresce e matura la coscienza e l’identità del Signore Gesù, non è “claustrale” nel senso di un recinto chiuso per evitare contaminazione, ma è – al contrario – il frutto di una grande e profondissima apertura. Il simbolo del Tempio fa da sfondo alla liturgia odierna come simbolo del magnifico incontro tra la storia di Dio e quella dell’umanità. Il piccolo Samuele viene riportato a Silo dove è stato «richiesto» (1Sam 1,27) al Signore, il Signore Gesù invece resta nel Tempio mentre la carovana riprende la via di casa. Quel tempio, verso cui si orienterà tutto il cammino di Gesù nel vangelo di Luca, sta al cuore della ricerca del Signore come ambito in cui, attraverso l’esercizio della ricerca intellettuale e spirituale – ascoltava e interrogava – si attua la crescita della persona come coscienza della propria origine, della propria identità e della propria vocazione unica e irripetibile. La famiglia è così un luogo che prepara un altro luogo e per questo è un luogo di passaggio e non di stanzialità. La prima parola del Creatore sul mistero dell’uomo e della donna suona così: «lascerà…» (Gn 2,24). Una famiglia secondo Dio – sana e santa – è un luogo ove si apprende l’esodo che è sempre esodo da se stessi, nel senso di apprendere l’autonomia senza cedere all’indipendenza: «stava loro sottomesso» (Lc 2,51). L’apostolo Giovanni ci ricorda che la nostra unica grande vocazione non è quella di essere padri e madri, ma di essere soltanto – si fa per dire – dei «figli di Dio» e di esserlo «realmente» (1Gv 3,1).