Possiamo veramente riconoscere in questa misteriosa e preziosa «moneta d’oro» (Lc 19,16) la nostra vita che viene data come dono e affidata come qualcosa di cui siamo responsabili e di cui non possiamo abusare e, soprattutto, che non possiamo nascondere. Dei «dieci dei suoi servi» (19,13) evocati all’inizio della parabola, in realtà, ne incontriamo solo due che riferiscono al loro padrone che la moneta ha fruttato nel primo caso «dieci» (19,16) e nel secondo caso «cinque» (19,18). Accanto a questi due servitori zelanti e intraprendenti, si staglia la figura di «un altro» (19,20) il quale confessa, con grande dovizia di particolari, che cosa ha scatenato nel suo cuore quel gesto di affidamento da parte del padrone che avrebbe richiesto una capacità di accoglienza e di impegno: «Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo» (Lc 19,20-21). Il Vangelo non ci dice nulla degli altri sette servi, che pure hanno ricevuto la moneta con la consegna di farla «fruttare» (19,13). Possiamo legittimamente immaginare che qualcuno di questi altri servi non ce l’abbia fatta a far fruttare e che si sia presentato davanti al padrone con la semplice moneta che aveva ricevuto o, persino, senza più nulla, perché gli affari della vita possono anche andare male. Eppure, ci sembra di poter immaginare l’eguale benevolenza di questo padrone, che si dimostra spietato solo contro questa immagine falsata del suo cuore ed è profondamente ferito da quel servo che non è stato capace di intuire la sua benevolenza ed è rimasto chiuso nella sua «paura». L’esperienza dei fratelli Maccabei, unitamente alla loro madre «ammirevole e degna» (2Mac 7,20), ci fa prendere coscienza del fatto che la moneta d’oro della vita non solo può essere spesa, ma persino apparentemente sprecata, purché ci sia una consapevolezza fiera della sua preziosità che, invece, sfugge ad «Antioco» (7,24), troppo preso da se stesso e così insensibile al cammino di quanti sono capaci di credere nella vita e di sperare nel Creatore. La lezione che la madre trasmette ai suoi figli, per sostenerli a non barattare il dono di un’esistenza degna e fiera, è di rara intensità: «Non so come siate apparsi nel mio seno, non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi» (2Mac 7,22-23). Dalle parole di questa madre intrepida possiamo cogliere il segreto non solo per vivere, ma per vivere in pienezza. Questo segreto è la memoria di un Creatore che ci ha dato la vita come un dono talmente grande da dover immaginare che Egli stesso sia capace di rinnovare fino a reinventare continuamente questo dono, soprattutto quando qualcuno si arroga il diritto di mettersi al posto dell’Altissimo. La speranza della risurrezione diventa così il segreto stesso della vita. Se davanti al martirio di questi sette fratelli, come dinanzi al mistero di ogni sofferenza innocente, ci chiediamo dove sia Dio, la risposta la troviamo nel mistero indicatore e solutore di questo «viaggio» di cui ci parla il Signore Gesù nel Vangelo. Per questo non bisogna sottovalutare l’inquadratura della parabola. Quando tutti si aspettano che Gesù si manifesti come il Messia facendosi carico dei problemi di tutti, il Signore ci rimanda alla nostra responsabilità e alla necessità ineludibile del nostro impegno. In realtà si tratta di essere capaci, come il Signore, di trafficare fino all’ultimo e al massimo grado possibile la moneta d’oro che siamo.
Le due letture di oggi appaiono concordi nel volerci mostrare due modi diversi ma analoghi di poter riflettere sulla realtà, rintracciando quale volontà di Dio può farci camminare in direzione della vita nelle situazioni più ostili e drammatiche. Da una parte abbiamo il vecchio Eleàzaro, scriba stimato in Israele e molto dignitoso nell’aspetto. Spinto dai dominatori greci a nutrirsi di carne suina, violando palesemente la Legge di Dio, l’anziano ebreo sceglie di rimanere attaccato alla vita piuttosto che obbedire alla paura di morire. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito per attaccamento alla vita (2Mac 6,19-20). Ma, talvolta, per rimanere fedeli a se stessi e a Dio, occorre essere provati fino in fondo. Un’ultima volta, la libertà di Eleàzaro viene tentata da coloro che, conoscendolo da antica data, vorrebbero proporgli di salvarsi la pelle con un piccolo espediente: fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re. Egli, però, riflettendo sull’enorme danno che un simile gesto avrebbe sulla coscienza dei più giovani, che potrebbero essere distolti dalla fedeltà a Dio e confermati nell’ingiustificata paura della morte, decide di consegnarsi al martirio e di salvare la sua anima. La Scrittura definisce questo suo pensiero un «nobile ragionamento». Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte (2Mac 6,23). Anche il ricco Zaccheo, pur provenendo da una storia di tutt’altra levatura morale e religiosa, quando sente la notizia del passaggio di Gesù nella sua città, decide di non rimanere attaccato a una vita che rischia di essere piena di soldi ma priva di gioia e di verità. Si espone all’incontro e allo sguardo di Gesù, fino ad aprirgli le porte della propria casa. Sentirsi così amato e accolto nei recinti fraudolenti del suo egoismo suscita in lui un altro nobile ragionamento, segno e conferma di quel vangelo che vuole diventare la ragione di ogni nostro passo d’amore. «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8).
Nella prima lettura vediamo che la prescrizione del re non lascia scampo: «che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re» (1Mac 1,41-42). In realtà, come si vede nella conclusione del testo, non proprio tutti si adeguarono al desiderio di quella «radice perversa» (1,10) che imperversò nel mondo attorno a Israele come un uragano di seduzione. Se non tutti si lasciarono sedurre, non furono pochi coloro che furono ammaliati dall’autostima di una cultura – in questo caso quella ellenistica – che sottilmente vanta la propria superiorità fino a comunicare agli altri un senso di inferiorità. Viene ricordato con una data precisa «Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Chisleu» il momento in cui fu innalzato «sull’altare un abominio di devastazione» (1,54). Eppure sarebbe stato a tutti evidente, soprattutto ai sapienti formati al culto della ragione, che il modo di sentire e di servire Dio in Israele era, di certo, più elevato e meno superstizioso. Eppure, la seduzione è un meccanismo che fa sentire l’attrazione per ciò che soddisfa la propria superficialità anche a prezzo di sacrificare la propria sapienza. Per questo «Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco» (1Mac 1,56). Nella storia, più volte e da più parti si è cominciato con il bandire e il bruciare i libri prima di bandire le persone e sopprimere la gioia della diversità. Di tutt’altro tenore è ciò che avviene sulla strada che porta a Gerico, ove «un cieco seduto lungo la strada a mendicare» (Lc 18,35) percepisce il passaggio di Gesù come si percepisce l’avvicinarsi di una raggio di sole anche a occhi chiusi: illumina e scalda. L’annuncio che viene dato a questo cieco è l’annuncio che può ridare speranza alla nostra vita: «Passa Gesù, il Nazareno!» (Lc 18,36). E quando il Signore passa nella nostra vita non lo fa con l’aria del seduttore che si impone, ma con l’atteggiamento di chi, avendo occhi e cuore per l’altro, sa lasciarsi toccare fino a farsi fermare dalla sofferenza e dal desiderio: «Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui» (18,40). Un testo di Gregorio Magno ci porta al cuore dell’esperienza del cieco, che diventa la nostra stessa chiamata: «Attraverso l’impegno attivo della nostra vita seguiamo quel Gesù che percepiamo nella nostra anima. Guardiamo con attenzione la strada attraverso cui egli cammina e seguiamone le tracce imitandolo. Perché seguire Gesù, significa imitarlo. Imitare il Signore Gesù significa prendere continuamente le distanze da quell’atteggiamento seduttivo che troviamo nella prima lettura, per essere capaci di mettersi in ascolto del bisogno e del desiderio dell’altro, fino a riconoscerne tutta la preziosità inviolabile: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42).
Tratta dal discorso escatologico (Mc 13), l’odierna pagina del vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32) annuncia come certa la venuta del Signore, ma afferma che la sua data, il suo momento, sono incerti: “Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa” (Mc 13,32). Un evento certo, ma di cui non si sa il quando, esige che lo si attenda. Il credente può dunque assumere spiritualmente la dimensione della venuta del Signore nello spazio dell’attesa. L’attesa è una delle poche dimensioni in cui noi ancora sperimentiamo nel nostro corpo e nella nostra psiche il tempo. Ne patiamo il logorìo e ne conosciamo le promesse. Nell’attesa, soprattutto se intensa, vissuta, patita, il tempo stesso diventa stato d’animo. L’attesa poi è ciò che prepara il futuro, fosse pure un futuro prossimo, il futuro del giorno dopo, il futuro di un incontro, di un appuntamento. Noi che abbiamo normalmente giornate programmate, quando c’è l’attesa abbiamo un vuoto da riempire che sollecita la nostra libertà, ma ci assilla anche con l’ansia o con l’angoscia. Attendere significa poi anche immaginare, proiettarsi nell’evento atteso, anticiparlo, viverlo interiormente. L’attesa ci situa su una soglia, tra ora e dopo, tra oggi e domani, tra storia e Regno, tra tempo ed eternità. Nell’attesa, chi è assente viene reso presente, e lì cogliamo anche la radice dell’atteggiamento spirituale dell’attesa del Signore. Questa è anzitutto fiducia nella promessa del Signore che ha detto: “Io vengo presto”. È un atto di fede, l’attesa del Signore. Un atto di fede nella parola del Signore ma soprattutto nella persona del Signore Gesù. Un atto di fede che unifica tutte le nostre energie, anche le più profonde, e le orienta verso un unico fine. L’attesa ha una capacità unificatrice della persona: tutte le fibre dell’essere sono coinvolte e impegnate nell’attesa, il corpo e lo spirito, la mente e i sensi. Nello spazio spirituale l’attesa si declina anche come resistenza, ovvero come forza nelle tribolazioni e nelle avversità della storia, come lotta; come pazienza, cioè come capacità di vivere l’incompiutezza e l’inadeguatezza che riscontriamo nel quotidiano, in noi, negli altri, nella comunità, nella chiesa, pazienza che è anche capacità di soffrire e patire nel supportare gli altri, nell’attendere i loro tempi, nel perdonarli e nel lasciarsi perdonare; poi come perseveranza, cioè come rifiuto di apostatare, di abbandonare nei momenti bui, di rimanere incassando la testa fra le spalle nei momenti difficili, di dare durata al tempo della propria sequela, di reggere la dura prova del tempo che passa senza cadere nel cinismo o nella sfiducia o nella disperazione; poi ancora come fede che crede le cose invisibili come più salde e sicure di quelle visibili; e anche infine come speranza che intravede il futuro e consente di camminare nell’oggi, di reggere il peso dell’oggi. La speranza ha il suo effetto sul presente consentendo la vita oggi. Dice Paolo: “Sperare quel che non vediamo, significa attenderlo con costanza” (Rm 8,25). Per patientiam expectamus. L’attesa paziente diviene persino motivo di beatitudine secondo il libro di Daniele: “Beato chi attenderà con pazienza” (Dn 12,12). Questa attesa radica nell’oggi e dà senso e direzione all’oggi. Il vangelo sottolinea che l’annuncio della venuta del Signore non aliena il credente dall’oggi, anzi gli chiede capacità di aderire al presente, addirittura alla terra in cui vive, e di amarla. Una delle parole di Gesù più dense di tenerezza e di attenzione al reale è il detto che segue l’annuncio dei fenomeni cosmici che accompagneranno la venuta del Figlio dell’uomo: “Dal fico imparate la parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina” (Mc 13,28). Gesù pone in relazione l’atteggiamento di attesa del Signore, l’annuncio dei segni cosmici che preannunciano la venuta del Signore e la capacità di osservare il ramo dell’albero di fico. Come se volesse dire che le cose non sono affatto in alternativa. Solo chi sa osservare realmente i rami del fico e cogliere il momento in cui essi mettono i nuovi germogli può esprimersi così. E questo indica dunque un aspetto dell’umanità di Gesù. Insomma, solo chi ama la terra, questa terra, può credere la nuova terra della promessa. Mentre annuncia l’evento escatologico, Gesù chiede all’uomo di mettersi alla scuola dell’albero del fico e, con esso, di tutta la natura colta come parabola della storia di Dio con il mondo. La fedeltà alla terra è la condizione per credere e attendere la venuta gloriosa del Signore. Il nostro testo è inquadrato fra due avvertimenti identici: blépete, “guardate”, “state attenti”, “tenete gli occhi ben aperti e il cuore vigile” (Mc 13,23 e 33). Dunque il testo è incastonato all’interno di un’esortazione alla vigilanza e al discernimento. Il tempo della storia è abitato da tribolazioni, Marco ne ha parlato nei versetti precedenti (Mc 13,19-20), tribolazioni che precedono l’evento centrale dell’annuncio escatologico, che pone fine alla storia accordandole un fine: la venuta del Figlio dell’uomo. Lo sconvolgimento delle realtà celesti (cf. Mc 13,24-25) dice che è in atto un evento divino, un evento di cui è protagonista il Dio creatore, ma sole e luna, astri e potenze celesti erano anche, nel pantheon degli antichi romani (e Marco scrive a cristiani di Roma) entità divinizzate, idoli. Qui non vi è solo la fine del mondo, ma la fine di un mondo, il crollo del mondo degli dèi pagani detronizzati dal Figlio dell’uomo. E se si afferma che la fine dell’idolatria si compirà con il Regno di Dio instaurato dalla venuta del Signore, si insinua anche che la prassi dei cristiani nel mondo può costituire un segno del regnare di Dio grazie alla vigilanza per non far regnare su di sé gli idoli. Probabilmente, molti destinatari romani del vangelo prima della conversione erano adoratori di questi idoli. Dunque viene intravista la possibilità dell’idolatria da parte dei cristiani. Annunciando la sua venuta gloriosa, Gesù chiede dunque ai cristiani, come gesto profetico, la conversione. Vivere l’attesa del Signore significa vivere in stato di conversione. Ma la conversione ha come premessa necessaria la vigilanza. E se l’idolatria è assolutizzazione del penultimo e delle realtà umane, se è divinizzazione di oggetti e realtà naturali, Gesù chiede però anche un’adesione alla realtà naturale e creazionale domandando di porsi alla scuola di un albero di fico, di farsi discepoli del suo magistero: l’albero di fico in realtà parla anch’esso di realtà cosmiche, del mutare di stagioni. Nel piccolo, Gesù vede il grande, nell’ordinario vede lo straordinario. Anche un albero, per chi sa ascoltare e guardare, per chi è umile di cuore, diventa parabola, narrazione che va ben al di là di se stesso e dice di una storia che lo supera, narra la storia di Dio con il mondo. Quando vedete che il ramo di fico diventa tenero e spuntano le foglie, voi sapete che l’estate è vicina: analogamente, quando vedrete accadere queste cose, esse significheranno la prossimità della venuta del Signore. Vi è una parola di Dio, una sua eloquenza anche nel creato, negli elementi naturali. Proprio mentre Gesù afferma che il cielo e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno, egli dice anche che c’è una parola autorevole da ascoltare in un albero. “Dall’albero di fico imparate”: màthete. Gesù il verbo manthano che è il verbo da cui deriva anche il termine mathetès, “discepolo”. È il verbo del farsi discepoli, dell’apprendere, dell’imparare. Come c’è da imparare dalla parola di Gesù, così c’è da imparare dalla natura, dal creato. Se dunque c’è una possibilità di idolatria nei confronti delle realtà terrene e naturali, Gesù chiede non evasione, non fuga, ma un rapporto equilibrato con il creato, un rapporto amichevole con la realtà, un rapporto che possiamo definire di “prossimità nella distanza”, ovvero un rapporto gratuito e contemplativo, sottratto alla volontà di possesso, un rapporto di docilità e mitezza ben esemplato nell’atto di porsi in ascolto di un albero. Ecco dunque un messaggio del testo: l’attesa della venuta del Signore alla fine della storia può insegnarci a vivere un rapporto equilibrato con la storia, con l’oggi. Di nuovo siamo alla dimensione dell’attesa come soglia. Dimensione difficile e a cui spesso reagiamo con l’impazienza e la fretta, con l’attivismo e la produttività, dimensione faticosa a viversi perché segnata da speranza, certo, ma anche da indeterminatezza, incertezza e rischio. Dimensione faticosa anche perché dice la povertà di chi attende, la sua non sufficienza, il suo aver bisogno di altri e di altro. E poi, l’attesa del Signore si presenta come particolarmente ostica e dura per noi perché si accompagna all’evento della nostra morte. Come il Signore viene come un ladro, così sarà della nostra morte; come non sappiamo il quando della venuta del Signore, così ignoriamo il quando della nostra morte. Quello stare svegli, quel non dormire, quel vegliare e vigilare a cui con insistenza ci esorta il vangelo (cf. Mc 13,33-37), diviene così un’esortazione affinché la morte ci colga vivi, ci colga, come dice altrove il vangelo, intenti al nostro lavoro (cf. Mt 24,46; Lc 12,43), impegnati nella quotidiana fatica della carità, della fede e della speranza.
Cosa c’è di più bello e di più santo che essere «affascinati» (Sap 13,3) dalla «bellezza» dell’universo, come pure essere emozionati da tutte le bellezze che abitano il nostro cuore di umani? Eppure la Sapienza ci mette in guardia dal rischio di fermarci troppo presto e di lasciarci così irretire «dall’apparenza» solo «perché le cose viste sono belle» (13,7). L’invito è di partire dal fascino per andare oltre, verso una comprensione sempre più piena del mistero della vita in cui si riflette il dono generoso di Dio come Creatore e «sovrano» (13,8) di tutte le cose. Ciò che l’Altissimo si aspetta da noi non è, certo, una servile sottomissione alla sua gloria, bensì un pieno esercizio dei doni di cui, nella creazione e nella redenzione, ci ha ricolmati perché potessimo portarli a pienezza con la nostra intelligenza e il nostro amore. L’esortazione della Sapienza suona come un continuo ampliamento della coscienza: «pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» e ancora «pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati» (13,3-4). Questo appello alla nostra intelligenza di creature è un atto di rispetto e di onore verso di noi da parte del Creatore il quale esige, come ricambio, il fatto che sappiamo fare tesoro delle nostre possibilità senza fermarci troppo in fretta alle apparenze, tanto da confondere il segno con il Significato. Se cadessimo in questa trappola, non faremmo che confonderci su noi stessi come avvenne ai tempi dei patriarchi: «mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti» (Lc 17,27). Forse il vero motivo di questo disorientamento così radicale è che i nostri padri avevano scambiato se stessi per degli «dèi» (Sap 13,3). Pietro Crisologo commenta così l’atteggiamento di Dio: «Al momento del diluvio, la sua vendetta purificò la terra dal male che sembrava ormai così inveterato. Per questo chiamò Noè a generare un mondo nuovo, lo incoraggiò per questo con dolci parole. Così lo onorò con la sua fiducia familiare, lo istruì con bontà sul presente e lo consolò, con la sua grazia, riguardo al futuro. Piuttosto che dargli degli ordini lo rese partecipe del suo progetto e racchiuse così nell’arca il seme del mondo intero, affinché l’amore della sua alleanza facesse superare il timore della schiavitù cosicché una comunione d’amore potesse conservare ciò che lo sforzo comune era riuscito a salvare» (PIETRO CRISOLOGO, Sermoni, 147; PL 52, 594). Ancora continua il dramma di ciò che potremmo definire il mistero continuo e sempre presente della salvezza della nostra umanità, in cui siamo personalmente e perennemente coinvolti. Il Signore ci consegna la regola perché «l’ignoranza» (Sap 13,1) non ci inganni: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva» (Lc 17,33). Una vita viva è sempre rivelazione di Dio, ma ciò che ci rende veramente vivi come «il fuoco o il vento o l’aria veloce» (Sap 13,2), è il saper dare la vita ritrovando continuamente, a contatto e alla scuola della verginale bellezza della natura, la nostra remota consapevolezza che è la nostra gioia più segreta: essere creature di Dio, affascinate dalla sua infinita bellezza e non prigioniere della propria piccola prestanza.
Forse, in realtà, è lo stesso Signore – lui che è anche l’unico vero buon samaritano (Lc 10,33) – a essere questo unico lebbroso che torna per ringraziare. In ogni modo, tra quell’unico che tornò indietro sui suoi passi e il Signore Gesù, possiamo riscontrare un’intesa senza la quale nessuna esperienza di profonda e totale salvezza sarebbe mai possibile. Non per altro, è a quest’uomo che il Signore rivolge la parola, una parola che riconosce, normalmente, la bontà e la verità dell’intuizione e del cammino: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19). Siamo ammirati e conquistati da quest’uomo che ritorna sui suoi passi e che, dopo l’incontro personale e così grato con il Signore Gesù, non solo non enfatizza l’elogio che gli viene accordato, ma neppure – approfittando e amplificando la lode di cui è oggetto – mette in cattiva luce i suoi compagni di malattia che sono divenuti compagni di guarigione. Del resto, non poteva essere molto diverso! Nella sventura poteva accompagnarsi ad altri, ma una volta guariti dalla lebbra, i suoi compagni l’hanno lasciato solo non solo a ringraziare, ma pure a vivere, perché egli è «samaritano» e, in certo modo, ai loro occhi resta “lebbroso”. E allora, proprio e solo allora, questo samaritano riesce a comprendere che l’unico con cui può condividere la sua esperienza e la sua gratitudine è il Signore Gesù, esperto di ogni debolezza e fine conoscitore di ogni emarginazione, soprattutto quella dovuta agli imperativi religiosi. La domanda sembra naturale, ma forse è ben più gravida di conseguenze di quanto si possa immaginare a prima vista: «E gli altri nove dove sono?» (17,17). Si potrebbe parafrasare a questo punto ciò che la Sapienza dice di quanti sono posti più in alto e parlare di quanti sono stati oggetto di una benevolenza e di una grazia veramente particolari: «poiché il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto. Gli ultimi infatti meritano misericordia, ma i potenti saranno vagliati con rigore» (Sap 6,5-6). Come può insinuare il Signore Gesù che i nove lebbrosi non hanno la fede? Di fatto non hanno atteso di essere guariti per presentarsi ai sacerdoti, ma vi sono andati direttamente sulla sua parola… non sono i sacerdoti che danno la guarigione ma solo la constatano (Lv 14). In una parola, i dieci lebbrosi mettendosi in cammino dimostrano tutta la loro fede, ma ciò che fa la differenza è la capacità di riconoscenza. Il Samaritano tornando indietro dice che per lui lodare Dio e ringraziare Gesù sono cose inseparabili. Tutto questo rivela ciò che manca agli altri nove: la capacità di essere solidali con il loro “fratello” samaritano. Con lui hanno condiviso la supplica, ma, una volta guariti, lo lasciano tornare sui suoi passi da solo, visto che non sarebbe potuto entrare al tempio con loro perché: «Era un Samaritano» (Lc 17,16). Una reminiscenza del Vangelo secondo Giovanni ci aiuta a cogliere la più grande profondità di questo episodio perché i notabili del popolo, a corto di accuse e di tranelli, non troveranno di meglio – ossia di peggio – che scagliarsi contro Gesù con queste parole: «Non diciamo con ragione che sei un Samaritano e hai un demonio?» (Gv 8,48). Per aprire a tutti la via della vita, non solo il Cristo si è fatto buon samaritano di tutte le nostre ferite, ma ha accettato – per noi e per la nostra salvezza – di farsi considerare anche “cattivo samaritano” … sempre Lui!
Le coordinate fondamentali per il nostro vivere umano sono il tempo e lo spazio. Sin dal momento in cui veniamo concepiti nel grembo di nostra madre, cominciamo a occupare uno spazio vitale senza il quale non ci sarebbe nessuna aspettativa reale di vita per nessuno. Ogni bambino deve gradualmente rendersi conto dello spazio di cui fa parte per imparare ad abitarlo, per diventare capace non solo di situarsi, ma pure di trasformarlo. Se ci fermassimo un attimo a riflettere sullo svolgimento di una nostra giornata qualunque, ci renderemmo conto di quanti spazi diversi siamo chiamati a occupare nel nostro vivere quotidiano. Eppure, a ben pensarci, a partire dallo spazio del letto, da cui ogni mattino riprendiamo la corsa della nostra giornata, al posto di lavoro e ai mezzi di trasporto, con cui ci spostiamo da un posto all’altro… si tratta sempre del nostro corpo attraverso cui entriamo in relazione col mondo interno ed esterno. La stessa nostra vita di fede non può fare a meno di esprimersi attraverso i tempi e negli spazi. Facendo memoria della Dedicazione della Basilica del Laterano fatta costruire da Costantino, la Chiesa si interroga, ancora una volta, sul modo in cui ogni cristiano vive il suo corpo e le relazioni che ci fanno partecipi di un mondo condiviso. Come tutti gli aspetti della vita di fede, così pure il modo di vivere il culto e di costruire e abitare i luoghi della preghiera devono obbedire a una logica pasquale e non a una logica, per così dire, sacerdotale e sacrale. L’apostolo Paolo sembra quasi metterci in guardia: «Ma ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10) e aggiunge «nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (3,11). Rimane aperta la domanda se sia il santuario a rendere santi i fedeli, o i fedeli a rendere santo il tempio. Sempre, entrando in una chiesa per pregarvi personalmente o per partecipare alla liturgia comune, facciamo esperienza di sentirci un poco più vicini al Signore e al mistero della sua presenza in noi e tra di noi. Ogni volta che ci sentiamo un poco più vicini, non possiamo che farci sempre più prossimi, per far sì che la fragile pietra che siamo diventi forte e fondata a motivo della prossimità con il Signore della nostra vita, che abita in mezzo al suo popolo. L’unico fondamento è Cristo ed è lui che, oltre a dare la solidità della pietra, dona pure la vivificante acqua che permette la vita e il dinamismo di vita secondo la parola del profeta: «vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente» (Ez 47,1). Il Vangelo scelto per accompagnare questa festa un po’ stupisce: invece di essere la decantazione della bellezza e dell’importanza del luogo sacro in cui si cerca Dio nella speranza di incontrarlo, sembra proprio il contrario: «Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio» (Gv 2,15). Il Signore Gesù sembra comportarsi come un “buttafuori” e davanti a questo gesto così forte da ricordare lo stile profetico di Geremia, sempre alle prese con la questione del Tempio, «i Giudei presero la parola» (2,18). Il testo che accompagna questa liturgia sembra pensato da Giovanni come un paradigma di quello che è tutto il ministero del Signore Gesù che, profeticamente, rivela un modo nuovo di comprensione del rapporto con Dio che si esprime in particolare nel modo di vivere il segno e i segni del culto, che vanno vissuti senza essere idolatrati.
Se l’inizio della sapienza è il timore del Signore, è molto bello notare come, secondo il libro della Sapienza di cui cominciamo oggi la lettura liturgica, tutto ciò comincia con una dolce esortazione: «pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice» (Sap 1,1). Il Signore Gesù, con la sua parola e i suoi gesti di attenzione e di misericordia, sembra modulare in modo ancora più preciso il senso e il modo di questo pensare al Signore. Questo pensare si fa ricerca del Signore secondo tutte le Sapienze, in cui si nasconde e si rivela un raggio dell’unica divina Sophìa. Infatti, sembra che il modo più vero ed efficace di pensare al Signore sia imparare a pensare come il Signore: «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli». Per evitare ogni riduzionismo della carità e della generosità, il Signore si premura di aggiungere: «E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai» (Lc 17,3-4). Questa parola del Signore sulla necessità di perdonare, senza smettere mai di essere disposti a rinnovarne il dono, è come una perla incastonata tra due altre parole. La prima è una presa di coscienza del reale, assai dura e perentoria: «È inevitabile che vengano scandali…» (17,1), cui segue un’esortazione altrettanto radicale: «State attenti a voi stessi!» (17,2). La seconda è la reazione dei discepoli che, in realtà, è una preghiera accorata: «Accresci in noi la fede!» (17,5). Tenendo insieme il respiro della prima lettura con quello del Vangelo, possiamo così dire che la sapienza di cui abbiamo bisogno per orientarci tra gli inevitabili «scandali» con cui dobbiamo fare i conti nella vita e nella storia, è la fede. Essa ci permette veramente di apprendere, non senza fatica, a pensare, e quindi ad agire, come il Signore, imparando a coniugare – sapientemente ed efficacemente – la lucidità su ciò che avviene dentro di noi e attorno a noi, senza mai cedere alla tentazione di diventare cinici o, peggio ancora, spietati. La risposta del Signore Gesù all’accorato appello dei discepoli è generosa e pacificante: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare” ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17,6). La Sapienza sembra quasi applaudire con quel versetto con cui, ogni anno, ci introduciamo nell’Eucaristia della solennità di Pentecoste: «Lo Spirito del Signore riempie la terra e, tenendo insieme ogni cosa, ne conosce la voce» (Sap 1,7). Lo Spirito del Signore riempie anche il mare ed è capace di colmare tutti i fossati che la vita, con le sue vicissitudini, crea nel nostro cuore fragile. Come pure, talora, allarga e approfondisce i fossati nelle nostre relazioni mai facili. Eppure, nulla è impossibile se lasciamo che l’Altissimo non solo sia «testimone» (1,6) dei nostri «sentimenti» più veri, ma ne diventi anche l’ispiratore e la guida.
L’odierna pagina evangelica è composta di due parti: nella prima, Mc 12,38-40, Gesù, insegnando nel Tempio (Mc 12,35), si rivolge alla folla (Mc 12,37) avvertendola di stare in guardia dagli scribi, cioè dai maestri, dai dottori della legge, gli esperti del libro sacro, uomini istruiti nelle cose che riguardano Dio. Ma non è tanto una categoria di persone che viene colpita (Marco ha appena presentato il caso di uno scriba a cui Gesù dice: “Non sei lontano dal Regno di Dio”: Mc 12,34), quanto dei comportamenti: ostentazione, ambizione, avidità. Atteggiamenti opposti alla gratuità di cui si fa modello la donna vedova che, nascostamente, senza alcuna ostentazione, compie un gesto che l’occhio attento di Gesù vede e discerne nel suo significato profetico. Si tratta di un gesto di donazione totale che si pone agli antipodi dell’avidità: la donna dona tutto in pura perdita senza ambire alcunché. Gesù vede e rileva i comportamenti degli uni e dell’altra: stigmatizza i comportamenti dei primi e valorizza quello della donna. Come non trova giustificazioni al comportamento degli scribi, così Gesù non critica quello della donna che dona il poco, potremmo dire, il niente che ha, a quelli stessi che divorano le case delle vedove (cf. Mc 12,40). Dietro al gesto, Gesù vede il cuore. È operazione audace e rischiosa quella di risalire da un gesto all’intenzione, ma Gesù, con parresía, lo compie. E le sue parole fanno di un gesto invisibile un segno di donazione totale, mentre rivolgono una critica sferzante a gesti religiosi da tutti notati e apprezzati. Gesù espone la sua interpretazione senza filtri, con la forza disarmante che viene dalla semplicità e dall’adesione alla realtà. Questa interpretazione è un insegnamento (Mc 12,38) di Gesù, dunque, ha a che fare, come spesso l’insegnamento in Marco, con il Regno di Dio. Gli scribi, dice Gesù, amano essere visti, salutati, riveriti, amano l’esibizione, i primi posti. Tutto questo non riguarda solo una categoria di persone distante da noi, ma ci interpella circa la voracità con cui vogliamo che gli altri ci vedano, ci onorino, ci riconoscano, ci omaggino. Vi è qui un richiamo alla vanità e vacuità in cui le nostre vite possono cadere, vanità e vacuità che sono inganno di se stessi ancor prima che degli altri, sono un nutrire la continua ricerca di conferme visibili e tangibili all’immagine di sé che ci appaga. Vanità e vacuità che a volte celano la disperazione di chi ha bisogno dell’approvazione altrui per sapere di avere un valore, per continuare ad esistere. Persone che vivono dell’immagine che esibiscono agli altri. Le parole di Gesù, in questa pericope, nascono dal suo sguardo. Sguardo che anzitutto vede e giudica il comportamento degli scribi e diviene parola critica e dura verso di loro e di ammonimento alla folla e ai discepoli: “Guardatevi dagli scribi”. È come se stesse ripetendo ciò che già aveva detto ai discepoli: “Tra voi non sia così”, “Voi non fate così” (cf. Mc 10,43). Per non tradire lo sguardo, la parola di Gesù nei confronti degli scribi deve essere dura, impietosa, non solo critica, ma anche forte e violenta. Questa parola può sembrare anche ingiusta, generalizzante, insultante, dunque può risultare scandalosa per chi è estraneo al cuore di Dio e alla sua ira e al parlare profetico (altrove Gesù apostrofa scribi e farisei come razza di vipere, sepolcri imbiancati, ipocriti, con invettive decisamente forti), ma è la parola che osa parlar male del male, che ha il coraggio della verità di fronte a chi abita la menzogna. Gli scribi sono persone con una funzione religiosa importante: a loro sono riservati i primi posti nei ricevimenti e nelle riunioni liturgiche ed essi amano farsi riverire e omaggiare, esibiscono i loro paramenti e ostentano la loro preghiera. Qual è lo sguardo degli scribi? In realtà sono coloro che amano farsi vedere: essi cercano e vedono solo lo sguardo degli altri su di loro e volendo essere visti e ammirati diventano ciechi su di sé. La loro funzione diviene la loro finzione: il loro posto di autorità e responsabilità religiosa diviene funzionale alla loro finzione e la loro finzione nutre, sostiene e perpetua il loro posto di autorità che è posto di visibilità. E così la loro menzogna li rende divisi tra ciò che sono in verità e che, menzogna dopo menzogna, ormai faticheranno sempre più a incontrare e a riconoscere, e la loro immagine, la maschera esibita e offerta. Solo una parola forte, penetrante, incisiva, che fa male, può – forse – scuotere chi è avvezzo alla menzogna. Oppure un no anche silenzioso, ma determinato, risoluto, incrollabile. Perché la menzogna, che affascina per il potere di cui gratifica il menzognero – il potere di ricreare la realtà, il potere di dare una certa immagine di se stessi, il potere di dominare gli altri e di usarli – arriva in realtà a schiavizzare il menzognero cosicché per sopravvivere il menzognero deve obbedire e andare fino in fondo al proprio mentire. Fino a non saper più distinguere tra vero e falso, tra illusione e realtà, fra verità e menzogna. Ecco dunque che una parola forte e cruda può – forse – incrinare l’armatura della parola e della postura menzognera divenuta prigione del menzognero. Certo, simili parole scandalizzano ma, in realtà, è l’amore da cui nascono che provoca scandalo. Amore che anche di fronte alla menzogna e alla doppiezza non si arrende e grida. Molto più facile l’indifferenza bonaria che non scomoda, senza conflitti e senza parole critiche. Ma lo sguardo di Gesù sa anche vedere come la vedova getta le sue monete nel tesoro e diviene parola che convoca solennemente i discepoli perché si mettano in ascolto e in contemplazione del magistero di quella donna. Tutto è sotto il segno dello sguardo di Gesù: “Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte” (Mc 12,41). Sguardo che introduce la scena dominata da polarità: il gruppo maschile e la donna, i molti e la donna sola, i ricchi e la povera, gli oppressori e la donna oppressa, quella che fa parte dello strato più basso della società e quelli che hanno onorabilità, reputazione, importanza, e possono nutrire le ambizioni di essere sempre al primo posto, in vista, nei primi posti, davanti agli altri. Primi posti, primi seggi: quella parola “primi” è la stessa che Gesù ha ribaltato con l’adagio che “i primi saranno ultimi” (cf. Mc 10,31). Inoltre se gli scribi amano farsi vedere mentre compiono azioni religiose e cultuali, Gesù guarda come la folla getta le monete nel tesoro e così, Gesù vede il dono della donna che rifugge ogni ostentazione. Gesù vede l’invisibile, vede cosa c’è dietro all’atto di donare una cifra irrisoria, infima. Dono che può rappresentare agli occhi di qualcuno il punto più basso cui giunge l’abuso nell’ambito dello spirituale: condurre una persona a interiorizzare e a far proprio il comportamento che l’abusatore vuole da lei. Quella è la perfetta riuscita dell’abuso. Il dono della donna, il suo obolo, può essere giudicato inutile, ingiusto, perfino stolto (cosa aggiunge ai destinatari delle offerte una somma di denaro così insignificante? Mentre per lei è tutto ciò che possiede), eppure Gesù fa di quel gesto un atto magisteriale e il vangelo ci mette ancora oggi alla scuola di questa povera donna e del suo gesto. Questa donna diventa l’icona dell’autentico donatore, il simbolo della gratuità e della follia dell’amore. Un altro sguardo gettato sul dono della donna potrebbe rilevare la sua assurdità: si potrebbe dire che la donna, nella sua semplicità, è prigioniera di un sistema che la spinge a dare il poco che ha per vivere, all’istituzione di cui sono complici gli scribi che divorano le case delle vedove. Del resto, con le sue parole scorrette e scomode, Gesù aveva già qualificato il tempio come “spelonca di ladri” (Mc 11,17). Ma appunto, lo sguardo di Gesù vede il cuore, la qualità del cuore della donna. E Gesù discerne un cuore che ama in modo totale il Signore. Gesù coglie ciò che è essenziale e dà senso al vivere: l’amore. L’amore che può condurre alla follia, a bruciarsi, a farsi dono, a spendere la vita senza gratificazioni. Questa donna, dice Gesù “ha gettato tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44). Nessuno è così povero da non aver nulla da dare ad altri. Questa donna diviene così, di fatto, profezia del gesto di donazione di Gesù stesso, il gesto del dono della vita che illumina definitivamente tutta un’esistenza spesa nell’amore. Questa vedova dona a partire dalla sua mancanza, ek tês ysteréseos autês, de penuria sua (Mc 12,44). È a partire dalla sua indigenza e dal suo non-avere che lei dona. Lei dona il niente che ha. Amare è far dono all’altro della propria povertà. Al tempo stesso, quel dono di niente, che parte dal niente, è dono di tutto, perché è dono di sé. Del resto, la dimensione simbolica del dono ci dice che, quale che sia il dono che si fa, l’intenzione è di donare se stessi e creare, attraverso il dono, un incontro e una relazione. Se la comunità è l’insieme di coloro che sono uniti dal munus, cioè dal dono che si fa, dono che è anche compito e dovere, allora la maniera in cui si edifica la comunione della comunità è la condivisione delle povertà di ciascuno.
Non possiamo nascondere la sorpresa che la parabola che il Signore Gesù racconta «ai discepoli» (Lc 16,1) genera nel nostro cuore, creando una certa confusione nella nostra mentre davanti alle lodi che vengono fatte a questo «amministratore» chiaramente ed esplicitamente «disonesto» (16,8). Ma ogni volta che ascoltiamo una parabola dalla bocca del Signore, siamo prima di tutto invitati a sgombrare il nostro cuore da logiche troppo stringenti e razionali per aprirci – attraverso il paradosso – a un “più” di intelligenza. La sfida è quella di dilatare gli orizzonti del nostro sguardo sulla vita – nostra e degli altri – e approfondire con una rinnovata dinamicità la nostra capacità di goderne la bellezza e di gustarne il senso. Lo stesso apostolo Paolo, pur esortando e correggendo, non lesina le sue lodi: «sono anch’io convinto…che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro» (Rm 15,14). A questa duplice capacità di apprezzare per poter correggere rimanda la parabola evangelica che la liturgia ci offre quest’oggi. Il Signore enuncia una sorta di principio fondamentale della vita spirituale, che si potrebbe definire come “la regola del poco”. Infatti, mentre da parte nostra, ogni volta che pensiamo a una vita secondo Dio, siamo inclini a immaginare grandi fatiche per altrettanto grandi risultati, il Signore invece da parte sua attira la nostra attenzione su un altro modo di vedere le cose e di far funzionare la nostra vita: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10). Si tratta di essere decisi senza essere angosciati dalle decisioni prese. Per vivere in questa logica e di questa logica è necessario arrivare ad avere una coscienza di se stessi il più possibile giusta, anche quando la vita e le situazioni ci mettessero di fronte a situazioni ai limiti dell’ingiustizia. Come questo «amministratore», siamo invitati a rimanere amministratori e semplici domestici, riconoscendo e facendo riconoscere agli altri l’unico riferimento all’unico «mio padrone» (16,6). La vera grande scelta che bisogna operare continuamente nella vita è il passaggio tra l’illusione di essere padroni e la gioia di rimanere domestici, per quanto elevati in grado e in responsabilità: oltre un certo punto non dipende più da noi! Il soliloquio di questo amministratore ci permette di trovarci davanti a un uomo onesto con se stesso, nonostante si trovi a essere letteralmente «amministratore di ingiustizia». Egli, infatti, davanti al rendiconto a cui è costretto dal suo padrone, non si mette a cercare gli innominati che lo avevano «accusato di sperperare» (16,1), ma si lancia alla ricerca di coloro che può aiutare, creando o rafforzando legami di solidarietà che assicurino la speranza per il futuro. Questo amministratore si mostra dunque capace di trafficare la propria vita senza lasciarsi stagnare dalle inevitabili disavventure della vita e sa guardare al futuro e non al passato, sa concentrarsi sugli «amici», lasciando perdere i suoi detrattori. La presa di posizione di questo “furbacchione” doveva piacere molto al Signore Gesù, che riporta con un certo umorismo le sue parole disperate, ma vere: «Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno» (Lc 16,3). Non resta che investire in potenziali amici perché ci sia qualcuno «che mi accolga in casa sua» (16,4).