
Le coordinate fondamentali per il nostro vivere umano sono il tempo e lo spazio. Sin dal momento in cui veniamo concepiti nel grembo di nostra madre, cominciamo a occupare uno spazio vitale senza il quale non ci sarebbe nessuna aspettativa reale di vita per nessuno. Ogni bambino deve gradualmente rendersi conto dello spazio di cui fa parte per imparare ad abitarlo, per diventare capace non solo di situarsi, ma pure di trasformarlo. Se ci fermassimo un attimo a riflettere sullo svolgimento di una nostra giornata qualunque, ci renderemmo conto di quanti spazi diversi siamo chiamati a occupare nel nostro vivere quotidiano. Eppure, a ben pensarci, a partire dallo spazio del letto, da cui ogni mattino riprendiamo la corsa della nostra giornata, al posto di lavoro e ai mezzi di trasporto, con cui ci spostiamo da un posto all’altro… si tratta sempre del nostro corpo attraverso cui entriamo in relazione col mondo interno ed esterno. La stessa nostra vita di fede non può fare a meno di esprimersi attraverso i tempi e negli spazi. Facendo memoria della Dedicazione della Basilica del Laterano fatta costruire da Costantino, la Chiesa si interroga, ancora una volta, sul modo in cui ogni cristiano vive il suo corpo e le relazioni che ci fanno partecipi di un mondo condiviso.
Come tutti gli aspetti della vita di fede, così pure il modo di vivere il culto e di costruire e abitare i luoghi della preghiera devono obbedire a una logica pasquale e non a una logica, per così dire, sacerdotale e sacrale. L’apostolo Paolo sembra quasi metterci in guardia: «Ma ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10) e aggiunge «nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (3,11). Rimane aperta la domanda se sia il santuario a rendere santi i fedeli, o i fedeli a rendere santo il tempio. Sempre, entrando in una chiesa per pregarvi personalmente o per partecipare alla liturgia comune, facciamo esperienza di sentirci un poco più vicini al Signore e al mistero della sua presenza in noi e tra di noi. Ogni volta che ci sentiamo un poco più vicini, non possiamo che farci sempre più prossimi, per far sì che la fragile pietra che siamo diventi forte e fondata a motivo della prossimità con il Signore della nostra vita, che abita in mezzo al suo popolo. L’unico fondamento è Cristo ed è lui che, oltre a dare la solidità della pietra, dona pure la vivificante acqua che permette la vita e il dinamismo di vita secondo la parola del profeta: «vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente» (Ez 47,1). Il Vangelo scelto per accompagnare questa festa un po’ stupisce: invece di essere la decantazione della bellezza e dell’importanza del luogo sacro in cui si cerca Dio nella speranza di incontrarlo, sembra proprio il contrario: «Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio» (Gv 2,15). Il Signore Gesù sembra comportarsi come un “buttafuori” e davanti a questo gesto così forte da ricordare lo stile profetico di Geremia, sempre alle prese con la questione del Tempio, «i Giudei presero la parola» (2,18). Il testo che accompagna questa liturgia sembra pensato da Giovanni come un paradigma di quello che è tutto il ministero del Signore Gesù che, profeticamente, rivela un modo nuovo di comprensione del rapporto con Dio che si esprime in particolare nel modo di vivere il segno e i segni del culto, che vanno vissuti senza essere idolatrati.