
Nella prima lettura vediamo che la prescrizione del re non lascia scampo: «che tutti formassero un solo popolo e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re» (1Mac 1,41-42). In realtà, come si vede nella conclusione del testo, non proprio tutti si adeguarono al desiderio di quella «radice perversa» (1,10) che imperversò nel mondo attorno a Israele come un uragano di seduzione. Se non tutti si lasciarono sedurre, non furono pochi coloro che furono ammaliati dall’autostima di una cultura – in questo caso quella ellenistica – che sottilmente vanta la propria superiorità fino a comunicare agli altri un senso di inferiorità. Viene ricordato con una data precisa «Nell’anno centoquarantacinque, il quindici di Chisleu» il momento in cui fu innalzato «sull’altare un abominio di devastazione» (1,54). Eppure sarebbe stato a tutti evidente, soprattutto ai sapienti formati al culto della ragione, che il modo di sentire e di servire Dio in Israele era, di certo, più elevato e meno superstizioso. Eppure, la seduzione è un meccanismo che fa sentire l’attrazione per ciò che soddisfa la propria superficialità anche a prezzo di sacrificare la propria sapienza. Per questo «Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco» (1Mac 1,56). Nella storia, più volte e da più parti si è cominciato con il bandire e il bruciare i libri prima di bandire le persone e sopprimere la gioia della diversità. Di tutt’altro tenore è ciò che avviene sulla strada che porta a Gerico, ove «un cieco seduto lungo la strada a mendicare» (Lc 18,35) percepisce il passaggio di Gesù come si percepisce l’avvicinarsi di una raggio di sole anche a occhi chiusi: illumina e scalda. L’annuncio che viene dato a questo cieco è l’annuncio che può ridare speranza alla nostra vita: «Passa Gesù, il Nazareno!» (Lc 18,36). E quando il Signore passa nella nostra vita non lo fa con l’aria del seduttore che si impone, ma con l’atteggiamento di chi, avendo occhi e cuore per l’altro, sa lasciarsi toccare fino a farsi fermare dalla sofferenza e dal desiderio: «Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui» (18,40). Un testo di Gregorio Magno ci porta al cuore dell’esperienza del cieco, che diventa la nostra stessa chiamata: «Attraverso l’impegno attivo della nostra vita seguiamo quel Gesù che percepiamo nella nostra anima. Guardiamo con attenzione la strada attraverso cui egli cammina e seguiamone le tracce imitandolo. Perché seguire Gesù, significa imitarlo. Imitare il Signore Gesù significa prendere continuamente le distanze da quell’atteggiamento seduttivo che troviamo nella prima lettura, per essere capaci di mettersi in ascolto del bisogno e del desiderio dell’altro, fino a riconoscerne tutta la preziosità inviolabile: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42).