
La parola di Dio che risuona al nostro cuore attraverso l’appassionata esortazione dell’apostolo Paolo è senza scampo: «Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio» (Rm 14,10). La domanda apostolica ci mette direttamente dentro al respiro delle parabole che il Signore racconta a un uditorio preciso: «I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”» (Lc 15,2). La bellezza luminescente delle parabole della misericordia diventa ancora più abbagliante alla luce di questo indirizzo preciso e circostanziato. Quando il nostro cuore, sazio della propria giustizia, comincia a diventare ingiusto attraverso il giudizio, ecco che il Signore ci richiama all’ordine. Lo fa chiedendoci di cominciare a pensare in un modo diverso: pensare con il cuore fino a diventare, come continuò a desiderare per se stessa fino alla fine Etty Hillesum, «il cuore pensante della baracca» (E. Hillesum, Diario, Adelphi 2012, p. 788) di questo mondo. Se pensiamo con il cuore, allora non avremo più alcun bisogno di contrapporre e di escludere. Al contrario, il cuore diventa un centro di raccolta non solo di emozioni, ma mette in moto energie capaci di fare spazio al mistero dell’altro, anche quando questo mistero ci turba o ci ferisce. Il Signore Gesù ha appena paragonato il regno dei cieli a un banchetto, al quale i primi invitati rifiutano di partecipare perché presi dai loro affari, e nella cui sala si riversa una folla di poveri e di esclusi. Molto probabilmente l’orecchio addestrato dei farisei ha ben intuito che cosa volesse dire il Signore e come cercasse di mettere un po’ in subbuglio la loro coscienza, creando qualche crepa nella loro auto-coscienza, sempre così certa della propria rettitudine. Le cose vanno ancora oltre perché la reazione del Signore alla durezza di cuore dei farisei raggiunge il massimo della provocazione quando interroga direttamente i suoi denigratori: «Chi di voi, se ha cento pecore…?» (Lc 15,4). Nella stupenda basilica romanica di Vezelay, in un capitello viene raffigurato il Signore Gesù che va a prendere Giuda – il traditore – dall’albero a cui si è impiccato e con infinita tenerezza, proprio come quella pecora smarrita, «pieno di gioia se la carica sulle spalle» (Lc 15,5). Immagine bellissima che dice quanto e come il Signore sia irriducibile nel suo amore e nella sua misericordia. La misericordia non si arrende, proprio come quella donna che «accende la lampada e cerca accuratamente» (15,8) concentrandosi in modo caparbio fino a trovare ciò che ha perduto. Questo cercare attentamente e ostinatamente ciò che si è perduto dell’altro, questo andare dietro alla pecora perduta col rischio di perdersi a propria volta, o comunque di perdere un po’ del proprio tempo è l’esatto contrario dell’attitudine da cui l’apostolo ci mette in guardia: «E tu, perché disprezzi il tuo fratello?» (Rm 14,10).

