
La Liturgia ci introduce nella grande avventura di una rinnovata attesa chiedendoci di metterci alla scuola dell’Avvento. Il primo esercizio in cui siamo chiamati a cimentarci è la ginnastica del cuore attraverso il respiro. L’Avvento in cui muoviamo i nostri primi passi ci invita, come primo e ineludibile passo per metterci in cammino verso il mistero del Natale, a essere capaci di un respiro universale. Ad esso ciascuno è chiamato ad accordare il proprio respiro personale per creare una sinfonia di umanità: «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). La prima rettifica, che attraverso i testi della Liturgia siamo chiamati a fare, riguarda proprio l’orizzonte della nostra attesa: nessuna attesa degna di questo nome può essere “privata” o comunque vissuta in orizzonti stretti, particolaristici e settari. Il profeta Isaia, che sarà nostro particolare compagno lungo tutto questo tempo, delinea in modo netto e chiaro l’orizzonte del nostro cammino: «Verranno molti popoli» (Is 2,3). L’attesa dunque – ogni attesa che sia degna di questo nome – non può che essere posta in un contesto universale e aperta al grande mistero della ricapitolazione di ogni singolo cammino umano nel respiro e nel gusto di una universale fraternità. Solo la nostra fraternità desiderata e coltivata potrà evitare di fallire ancora una volta la sfida del Natale come apertura amorosa al mistero dell’incarnazione, in cui il Figlio di Dio, facendosi nostro fratello in umanità, ci chiede di decidere di essere fratelli e sorelle: tutti! Le parole del profeta Isaia ci spalancano il cuore, ma esigono che la nostra mente si faccia capace di atteggiamenti sempre più adeguati: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). Potremmo concludere: si eserciteranno nell’arte della fraternità! Ma vi è un’altra rettifica che, posta così chiaramente all’inizio dell’Avvento, ha tutto il sapore di una sorta di principio fondamentale dell’attesa: la distanza. Il «centurione» (Mt 8,5) di cui ci parla Matteo «venne incontro» al Signore Gesù ma mantiene rigorosamente la distanza dal Signore Gesù: «io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8). Nella stessa linea, il profeta Isaia chiarisce il luogo dell’appuntamento tra Dio e l’umanità: «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli» (Is 2,2). Se è vero che il Signore viene incontro ai nostri bisogni e ai nostri desideri, se è vero che l’Onnipotente si prende cura delle nostre attese, è altresì vero che egli è «arbitro fra molti popoli» (2,4). È necessario prendere coscienza del diverso livello in cui si situa la parola, la presenza e l’intervento del Signore che pure si prende cura di noi, senza mai accettare di farsi trascinare dalla nostra tendenza a perdere di vista la totalità e l’insieme a favore del particolare e dell’immediato assolutizzati. Il centurione si presenta davanti al Signore Gesù con tutta la sua trepidazione, ma non tenta di trascinarlo sotto il suo «tetto» (Mt 8,8). Quest’uomo accetta, invece, di fidarsi così pienamente da diventare per noi icona del credente e modello del discepolo che desideriamo essere. Proprio questa distanza riconosciuta, amata e custodita è uno dei segni di quella «fede così grande» (Mt 8,10) di cui Gesù resta ammirato, tanto da essere il fondamento di una fraternità non solo universale, ma anche capace di durare nel tempo. Ricominciamo dunque a frequentare la scuola dell’Avvento per imparare non solo a respirare a pieni polmoni la fraternità ma anche a tenere il respiro a lungo.