Pubblicato in: Riflessioni personali

Il fuoco acceso

L’apostolo Paolo ci dà una chiave per uscire dall’imbarazzo nell’accogliere le parole con cui il Signore Gesù ci raggiunge con il Vangelo di quest’oggi. Paolo sembra quasi giustificarsi: «parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza» (Rm 6,19). Il Signore Gesù non si giustifica, ma per parlarci delle esigenze del Regno di Dio ci riporta alle dure esperienze delle nostre relazioni, al cuore dei nostri irrinunciabili legami familiari: «D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre» (Lc 12,52-53). L’annuncio sembra catastrofico: «Si divideranno…». Come sempre, il linguaggio apocalittico usato dal Signore, in linea con la tradizione dei profeti, usa il nostro umano linguaggio con cui esprimiamo il timore che qualcosa di brutto ci accada. Proprio in questo modo estremo il Signore cerca di far arrivare al nostro cuore un messaggio di speranza e di vita. La divisione che sperimentiamo come fonte di dolore è, in realtà, la condizione di ogni creazione e, ancora di più, di ogni rinnovamento nelle relazioni. Si tratta di accogliere un Dio che, dopo aver provocato la vita, provoca continuamente alla vita. Questa non comincia da noi stessi né finisce su noi stessi: «padre e figlio, madre e figlia, suocera e nuora» (12,53) e così via, e così avanti. Il Signore Gesù si premura di portare la «divisione» (12,51) laddove si rischia la morte per assorbimento o per rassegnazione allo strapotere di qualcuno a scapito di altri. In particolare, di quanti si trovano in posizione più debole, come avviene nella successione delle generazioni. Nella drammatica notizia «d’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre» (12,53) si cela la bella notizia che la vita è in movimento e il vivo confronto permette il conforto di guardare all’avvenire inglobando il passato e affrontando coraggiosamente le sfide del presente. Non si dice “due contro due” ma «due contro tre»! Quando noi fondiamo la pace – la nostra pace – sulla parità, sugli accordi, sui compromessi, il Signore inserisce il mistero della disparità – il mistero stesso di quella vita trinitaria nel cui dinamismo radicalmente vitale siamo invitati a entrare. Una pace “alla leggera” non è degna di questo nome, perché la pace è il coraggio attinto alla fonte che zampilla interiormente. Essa incoraggia a resistere e a lottare per evitare ogni forma di fissazione e di mummificazione. La nostra vita discepolare radica in quel battesimo di fuoco di cui Gesù dice: «sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,50). Il Signore Gesù ci indica la via della pace dei forti e non dei meschini, dei viventi e non degli zombi. Il Signore Gesù non viene a gettare acqua sul fuoco delle nostre tensioni, delle nostre ansie, delle nostre lotte. Al contrario, egli viene a soffiare sulle braci morenti per ravvivarle: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49). Noi siamo in realtà solo ciò che diventiamo attraverso l’infuocato battesimo del «crogiuolo» della vita, nel suo perenne conflitto di interpretazioni e di relazioni. In questo processo l’unica cosa necessaria – che non ci sarà mai tolta (Lc 10,42) – è pagare di persona, come il nostro Signore e Maestro. Parlando nel nostro umano linguaggio, il Signore ci fa intendere la sua logica divina.