Pubblicato in: Riflessioni personali

La sofferenza dell’altro

Nella prima lettura odierna possiamo notare che l’apostolo Paolo ha bisogno di essere non solo ascoltato, ma anche di essere creduto. Per questo si esprime in termini carichi di grande passione: «dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm 9,1). La verità protestata, per così dire, da Paolo non è altro che la trasformazione profonda che il Vangelo e l’incontro intimo con il Signore Gesù ha operato nella sua vita: dall’orgoglio dell’elezione all’assoluta compassione. Ciò che è avvenuto per l’apostolo sulla via di Damasco è stato l’insorgere di una coscienza completamente nuova nel proprio modo di sentire la fedeltà a Dio. Mentre fino a quel viaggio, intrapreso per punire coloro che si erano discostati dalle usanze paterne, Paolo era abitato da un’immagine di Dio intransigente, da quel momento il suo cuore si apre alla compassione per ogni sofferenza umana, anche quando fosse incomprensibile o sconosciuta. Il dolore di Paolo si estende veramente a tutti, senza escludere coloro con i quali ha condiviso la prima parte del suo cammino di fede e di fedeltà: anche costoro rimangono sempre e comunque suoi «fratelli». Sulla strada di Damasco, Paolo ha scoperto il mistero della fraternità come criterio di autenticazione di ogni sincera religiosità. Da quel momento in poi, l’apostolo si adopererà per incarnare sempre più fedelmente quella voce che lo ha sconvolto fino a farlo cadere da cavallo per renderlo un umile pellegrino di senso come tutti e assieme a tutti. Da essere inquisitore, Paolo si trasforma in compagno, tanto da essere disposto a pagare in prima persona perché la grazia che ha cambiato la sua vita possa essere sperimentata da quanti rischiano di non avvertirne la fragranza: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (Rm 9,3). Il primo segno del profondo cambiamento vissuto da Paolo è la sua capacità di riconoscimento e di ammirazione attraverso cui è capace di esaltare tutto il bene che c’è negli altri: «sono Israeliti… hanno l’adozione a figli… il culto… le promesse… a loro appartengono i patriarchi… da loro proviene Cristo secondo la carne» (9,4-5). Alcuni sostengono che Paolo è il vero fondatore e persino l’inventore del Cristianesimo e talora quasi come una sorta di adulterazione dell’autentico spirito del Vangelo. In realtà, l’apostolo entra con tutta la sua intelligenza e la sua passione nello stile di Colui che gli si rivela sulla strada di Damasco come il fratello dei suoi fratelli perseguitati. Al cuore di questa conversione vi è proprio ciò che si rivela nella casa del fariseo, dove Gesù è stato invitato «per pranzare» (Lc 14,1). L’attenzione del Signore non è rivolta né ai commensali, né alle portate del banchetto, ma subito si posa su chi ha maggiormente bisogno di attenzione e di aiuto. La sofferenza concreta dell’altro diventa la preoccupazione principale: «È lecito o no guarire di sabato?» (Lc 14,3). Tutta la storia della Chiesa può essere ricondotta al tentativo, più o meno riuscito, di rispondere fattivamente a questa domanda del Signore Gesù, sempre che siamo capaci di un minimo di amore, come quello che si può avere per il proprio gatto.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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