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Riempire le attese

Le attese talvolta sono odiose, snervanti. Soprattutto quando devono giungere per interrompere i dubbi o le domande in sospeso nel nostro cuore. Spesso le attese sono addirittura estenuanti, perché svuotano la dispensa di pazienza con cui, talvolta, riusciamo a cavarcela e a fronteggiare gli imprevisti della vita. Le attese consumano e logorano. Eppure, nel vangelo di oggi, il Signore Gesù non trova metafora più adeguata, per descrivere l’atteggiamento che i discepoli sono chiamati ad assumere, se non quella di paragonarli a gente chiamata a fare dell’attesa un luogo di purificazione del desiderio. «Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprono subito» (Lc 12,36). In realtà, il vero problema dell’attesa non è la sua lunghezza, ma il modo con cui la viviamo. Quando Làbano chiede a Giacobbe di attendere e di lavorare per lui sette anni prima di sposare Rachele, quei giorni «gli sembrarono pochi, tanto era il suo amore per lei» (Gen 29,20). L’attesa è sofferta e pesante solo quando non è colma di dolce memoria per quanto si è già sperimentato, e di sicura speranza per quanto ancora potremo ricevere. Purtroppo, molte volte patiamo le attese, e ci troviamo inutilmente affannati e dispersi in tante, troppe cose. Se solo ci ricordassimo chi è Dio e chi siamo noi per lui, quanti segni di una comunione d’amore con lui e i fratelli abbiamo già avuto, forse i momenti di attesa potrebbero diventare nostri alleati e non fastidiose parentesi nella spasmodica corsa verso scampoli di felicità. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Un Dio a nostro servizio, un Signore inginocchiato ai nostri piedi: questo è il passato, il presente e il futuro meraviglioso sul quale facciamo fatica a tenere fisso lo sguardo. Eppure non esiste altro — davvero nient’altro — che può consolare e colmare il nostro cuore, se non la realtà e la notizia di un amore così grande, disposto a dare tutto per noi. Solo un amore del genere è in grado di raggiungerci in qualsiasi fermata ci troviamo ad aspettare il prossimo autobus verso una vita finalmente piena. «[…] la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti» (Rm 5,15).

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Luca, il caro medico

La prima lettura ci fa entrare con una tenerezza sofferta nella festa dell’evangelista Luca che, come discepolo dell’apostolo Paolo, è stato capace – per così dire – di mettere nero su bianco l’esperienza e il travaglio del suo maestro e iniziatore alla vita discepolare. In pochi versetti siamo messi di fronte alle gioie e alla sofferenza della testimonianza al Vangelo, che accompagnano la vita di chiunque accetta con autenticità di fare della propria vita un servizio di annuncio. Paolo non ha timore nel dichiarare che «Dema mi ha abbandonato» (2Tm 4,10) come pure che «Nella mia difesa in tribunale nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato» (4,16). Seppure l’apostolo, con semplicità e chiarezza, evoca i travagli del suo ministero, non ne dimentica le gioie, che sono rafforzate proprio da queste esperienze dure che gli permettono di sentire in modo ancora più forte e sensibile la gioia della comunione nell’apostolo, cui è sottesa una vera fraternità fatta di complicità pastorale, ma prima di tutto di autentico affetto umano che si esprime in quel toccante sussulto che gli fa dire: «Solo Luca è con me» (2Tm 4,11). La conclusione della prima lettura di questa festa ci apre in modo del tutto naturale ad accogliere la sfida di essere discepoli capaci di riprendere ogni giorno la strada dell’annuncio e della testimonianza: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero» (2Tm 4,17). In questo «però» così eloquente si esprime il travaglio di ogni discepolo di essere testimone generoso ed esigente senza mai essere petulante e colpevolizzante. Per questo la consegna del Signore a quanti invia davanti a sé per preparare il terreno all’accoglienza della sua parola suona in questi termini: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» (Lc 10,5). Si potrebbe riassumere così: però prima di annunciare il Vangelo bisogna saper riconoscere la presenza della grazia che salva, che è già là dove pensiamo di portarla. Oggi facciamo memoria di questo discepolo capace di farci percepire il volto di Cristo con pennellate di colori forti e dolci al contempo e capaci, comunque, di scaldare il cuore. L’evangelista della nascita di Cristo e della Chiesa si rivela capace di darci il gusto degli inizi, facendoci sentire in modo densissimo il profumo terapeutico e rigenerante della fecondità degli inizi, che possono ritrovare la loro freschezza attraverso la gioia di sperimentare il dono di un perdono sempre possibile. La penna di Luca traccia i contorni di un volto di Cristo che riconosce in ogni volto un riflesso amabile dello stesso volto del Padre. In compagnia e alla scuola di Luca impariamo non solo a contemplare il volto di Dio nei tratti dolcissimi e amabili del volto di Cristo, ma impariamo altresì a vedere noi stessi come Dio ci vede. In tal senso, la lettura del vangelo è sempre una scuola di contemplazione che, secondo l’intuizione di Luca, non è mai contemplazione mistificata ma è sempre mediata attraverso la capacità di porre il proprio sguardo sulla croce del Signore, come icona di ogni umana sofferenza che richiede l’estrema compassione dell’amore.

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Non aver paura

Qualcuno sostiene di avere contato tutte le volte in cui nelle Scritture ritorna l’invito a non temere e a non avere paura! Secondo questo calcolo, sarebbero trecentosessantacinque le volte in cui il Signore invita a non lasciarsi prendere dal panico… una per ogni giorno dell’anno. In questo modo sarebbe chiaro come il segno di una relazione con Dio autentica e reale si dedurrebbe da una capacità ad attraversare le non sempre facili acque della vita con un senso di fiducia profonda. Il Signore Gesù fonda questa nostra fiducia nella consapevolezza di essere oggetto di una cura e di una benevolenza che ci precede e ci accompagna, fino a dire che «anche i capelli del vostro capo sono contati» e a rassicurarci sul fatto che «valete più di molti passeri» (Lc 12,7). Nondimeno, quella cui il Vangelo ci esorta non è una fiducia inconsapevole e ingenua. Nello stesso passo veniamo energicamente esortati anche a maturare e coltivare un timore fatto di consapevolezza e di vigilanza su noi stessi: «Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete costui» (Lc 12,5). A questo punto bisognerebbe contare tutte le volte in cui le Scritture invitano a temere il Signore che, secondo gli Scritti, è il principio stesso della sapienza (Sir 1,12). Non sarebbe impossibile che l’invito a temere il Signore sia equivalente, se non numericamente almeno qualitativamente, a quelli in cui siamo invitati a non avere paura. La sfida per ogni discepolo è quella di non essere schiavo, ma di essere profondamente libero e questo significa ogni giorno saper superare i condizionamenti che, attraverso la paura, rischiano di farci vivere in modo inadeguato alla nostra umanità e nondimeno saper scegliere quali limiti imporre e quali direzioni proporre alla propria vita. Questo è stato il cammino, lungo e talora difficile e puntellato di non poche regressioni, del nostro padre Abramo. Riguardo a lui potremmo porci la stessa domanda che si pone l’apostolo: «Che cosa ha ottenuto?» (Rm 4,1). Se rileggiamo la storia di fede di Abramo, ci rendiamo conto che aldilà e al di sopra di tutto – persino della discendenza così a lungo attesa e sperata – il Patriarca è divenuto sempre di più libero nella fede e un uomo di fede sempre più libero e, perciò stesso, sempre più vero con se stesso e con gli altri. Infatti, la lunga attesa cui il Signore lo costringe è un modo per aiutare Abramo a prendere coscienza, sempre più chiaramente, di ciò che veramente abita e desidera il suo cuore. Questo suo cammino è anche il nostro! Siamo chiamati, infatti, a fare chiarezza nel nostro cuore e mettere sempre più «in piena luce» (Lc 12,3) ciò che ci abita profondamente e veramente. Se ci nascondiamo saremo necessariamente scovati, se accettiamo di venire allo scoperto saremo sicuramente e dolcemente ricoperti da quel manto di misericordia e di benevolenza che non è mai connivenza con le tenebre della menzogna: «beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato» (Rm 4,8). Ancora più beati siamo quando il Signore si rivolge a noi chiamandoci «amici miei» (Lc 12,4).

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Giustificati per grazia

Continua il tentativo di Paolo di illustrare il mistero di quel dono di salvezza che ci ha raggiunti e continua a raggiungere la vita di ciascuno di noi. L’apostolo insiste con forza, quasi debba lottare contro le forme ricorrenti di una ricerca di merito che rischia di creare un’ansia di prestazione che, troppo facilmente, si rivela una frustrazione. Il concetto è assai chiaro: «sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù» (Rm 3,24). Il dono di grazia che riceviamo gratuitamente attraverso Cristo Signore e in virtù del suo dono pasquale, se ci raggiunge gratuitamente, è invece pagato a caro prezzo dal Signore: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della giustizia per la remissione dei peccati passati» (Rm 3,25). Quando un ebreo parla di «sangue», in realtà non fa che parlare del dono della vita intesa nella sua interezza, soprattutto per quanto riguarda il suo dono per una nobile causa.
È lo stesso Signore Gesù che nel Vangelo reagisce all’ostruzionismo spirituale di scribi e farisei evocando la necessità, per così dire, di fare i conti con il sangue: «perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dalla fondazione del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione» (Lc 11,50-51). La stupidità con cui i farisei e i dottori della legge reagiscono al discorso di Gesù genera quel desiderio omicida che li porterà a uccidere il Cristo. Il Signore Gesù pagherà con la vita, con il suo sangue, di cui ci nutriamo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia, il desiderio di voler mettere in comunione il popolo con Dio. Ma proprio la sua morte, proprio la sua croce diventerà quel ponte che consente a ogni uomo di comunicare con il Padre. Il suo sangue ha spalancato le porte della casa di Dio perché tutti possano entrarvi. Alla luce di tutto ciò, possiamo comprendere meglio cosa significhi e cosa comporti la solenne e rivoluzionaria parola dell’apostolo Paolo: «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rm 3,28). Questo non significa incrociare le braccia, ma comporta la generosa decisione di dare la vita fino in fondo come risposta d’amore alla gratuità di un dono ricevuto e riofferto, senza fare conto di quanto possa costare in termini di dedizione e persino di perdita. Ciò che il Signore Gesù disapprova assolutamente nella condotta degli scribi e dei farisei è la dimenticanza di quella «clemenza di Dio» senza la quale nulla può essere giusto e santo. Dimenticare la clemenza e insistere sulle opere della Legge, non solo come espressione della propria fede – e questo non può che essere lodevole e degno – ma come parametro di giudizio della fede degli altri, non può che – ben diverso da quell’amabile «indipendentemente» appena evocato – portare inesorabilmente a condannare, uccidere e sottrarre «la chiave della conoscenza» (Lc 11,52). La conoscenza di cui ci parla il Signore non è la fredda teologia, che non si è mai tirata indietro nel costruire dorati e magnifici «sepolcri» (11,47), ma è sempre congiunta – anzi ne è l’espressione più vera – all’amore.

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Un esteriorità che non salva

Il maestoso avvio della lettera ai Romani prosegue oggi introducendo il tema della giustificazione per mezzo della fede. Argomento centrale della dottrina cristiana, oggetto di contesa e di divisione tra i battezzati lungo i secoli, la fede ci espone a un grave rischio. La creazione e le opere che Dio pone davanti agli occhi ogni giorno, per farci intuire la sua presenza e la sua potenza, possono essere da noi soffocate allo scopo di rimanere conniventi con logiche di ingiustizia a cui ci siamo affezionati. Questo atteggiamento — dice san Paolo — è inescusabile. «Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata» (Rm 1,20-21). Ci sono ragionamenti vani, cioè vuoti all’interno, che non servono a nulla, se non a confondere lo sguardo che abbiamo sulla realtà, fino a farci sprofondare in una fitta nebbia. Sono pensieri che sembrano ispirati a una certa sapienza — ambizione così alla portata di tutti nel nostro mondo enciclopedico — ma in realtà contengono una grande menzogna, perché nascono dal presupposto falso che Dio non c’è o, anche se ci fosse, non la sa troppo lunga. Almeno non più di noi. Questi pensieri si nascondono anche dentro gli animi religiosi, come Gesù ha occasione di mostrare, rispondendo al fariseo che si stupisce della sua libertà interiore di fronte alle prescrizioni della Legge. «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno?» (Lc 11,39). Il rimprovero di ipocrisia è un duro colpo per il nostro orgoglio — sempre così da tutti noi coltivato — di essere, e non solo apparire, belle persone. Il Signore Gesù attacca radicalmente e risolutamente la sensazione — e la presunzione — di potersi accontentare di una buona facciata da esibire, senza fare i conti con le tenebre e il male latente che portiamo dentro il cuore. Si tratta di un pensiero velenoso che tutti coltiviamo, quello che ci spinge a investire tante energie per ordinare, pulire e mostrare l’aspetto più esteriore di quello che, giorno per giorno, ci ritroviamo a essere. A partire da un brutto malinteso: credere che sul palcoscenico della vita occorra sempre fare bella figura, per sedurre e conquistare lo sguardo degli altri. E invece esiste — sempre — una via migliore per essere graditi a Dio e, in fondo, contenti di quello che siamo. Non desiderare di essere incantevoli, ma condividere con gli altri quello che siamo. Il bello, e anche il brutto, che è dentro di noi. Allora sì che siamo luminosi. «Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro» (Lc 11,41).

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Un “segno” basso…

Nella prima lettura vedi che l’apostolo Paolo scrivendo ai Romani insiste, sin dalla prima riga di questo testo fondamentale per l’intelligenza e la pratica della fede, su ciò che è stato «promesso» (Rm 1,1). L’apostolo più “giudaico” come formazione teologica e pratica si rivolge ai discepoli della comunità di Roma, molti dei quali vengono da una delle comunità ebraica più insigni del tempo. Per questo l’apostolo fa appello all’orizzonte dell’attesa e della continua apertura al compimento delle divine promesse, che caratterizza l’atteggiamento della tradizione di Israele. Il Signore Gesù sembra profondamente ferito dalla resistenza che i suoi interlocutori oppongono alla sua parola, scambiando la promessa con il semplice soddisfacimento dei propri desideri e dei propri bisogni. Per questo si lamenta in un modo acuto, che interpella anche la nostra fede e il nostro modo di accogliere la grazia della chiamata ad accogliere il Vangelo, come apertura al compimento delle promesse divine ben aldilà delle nostre stesse attese e speranze: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno…» (Lc 11,29). Le folle che si accalcano attorno a Gesù desiderano e si aspettano un segno forte e inequivocabile che attesti la sua messianicità e coroni il felice matrimonio tra le loro attese e il compimento, attraverso la presenza di Cristo in mezzo a loro. Il riferimento a Giona e alla regina di Saba diventa per il Signore il modo per richiamare l’attenzione dei suoi ascoltatori sul mistero della sua persona, che non va accolta a partire dai propri bisogni e attese, ma come la via per ricentrare e ricomprendere i propri bisogni e le proprie attese. Quando Paolo inizia a scrivere la sua Lettera più impegnativa e chiara a livello teologico, dopo avere evocato ciò che è stato «promesso», subito chiarisce la via della realizzazione di queste promesse: «riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti» (Rm 1,3-4). Tutta la «grazia» (1,5) di scoprirsi «chiamati» (1,6) e «amati da Dio» (1,7) radica nel mistero dell’incarnazione, che si manifesta pienamente nell’esperienza pasquale di Cristo. Il «segno» è la carne di Cristo che si è donato per noi fino ad assumere la debolezza estrema della croce, che si fa «giudizio» (Lc 11,31-32) e parametro di ogni nostra ricerca e di ogni nostra apertura all’incontro con il Signore Gesù, che ha fatto di Paolo non solo un apostolo, ma prima di tutto un «servo di Cristo Gesù» (Rm 1,1) proprio come il suo Maestro e Signore. È come se oggi qualcuno scrivesse su un quotidiano di una delle grandi metropoli del mondo, come Londra o New York, parlando di ciò che è avvenuto in un angolo sconosciuto del pianeta. In una Roma pullulante di dottrine e di religioni che assicurano la salvezza e la felicità, Paolo scrive parlando di Gesù, del vangelo, della grazia, della chiamata con l’inconfondibile sigillo cristologico: l’incarnazione e il dono pasquale. Essere discepoli del Signore Gesù è comprendere il «segno» del suo abbassamento come la porta della vita, che realizza ciò che è stato «promesso».

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Una fatica da passare

Il lungo brano evangelico di questa domenica è costituito da alcuni episodi unificati dal tema del rapporto con i beni e le ricchezze. Troviamo anzitutto l’incontro con un uomo ricco (Mc 10,17-22), quindi le parole di Gesù ai suoi discepoli che commentano questo incontro in cui il potere delle ricchezze ha talmente “posseduto” il cuore di un uomo da impedirgli di seguire la chiamata del Signore (Mc 10,23-27), e infine le parole che Pietro rivolge a Gesù esponendogli la situazione del gruppo dei discepoli che hanno lasciato tutto per seguirlo e la relativa promessa di Gesù (Mc 10,28-30). Gesù è in cammino (Mc 10,17) e mentre prosegue la sua strada verso Gerusalemme, ecco che un uomo gli si fa incontro. Da questo incontro nascerà una catechesi sul rapporto con le ricchezze. Marco presenta questa persona come anonimo(“un tale”: Mc 10,17; è Mt 19,20 che presenta questa persona come “giovane”), dunque come uomo in ricerca della propria identità, mosso da desiderio di senso. La sua sete e ricerca si esprime nel suo correre da Gesù, nel suo prostrarsi davanti a lui, nel suo interrogarlo (v. 17). “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Anzitutto Gesù è interpellato come maestro, uno che può insegnare, fare segno, indicare una via da percorrere. Ma Gesù spiazza l’interlocutore rispondendogli con un’altra domanda che rifiuta l’attributo “buono” che va riservato a Dio (Sal 119,68: “Tu sei buono e fai il bene”) e con il “perché?” che gli rivolge (Mc 10,18) invita l’uomo ad andare a fondo della sua stessa ricerca e ad interrogarsi. Non solo Gesù non sfrutta la richiesta dell’uomo (che cosa devo fare?) invitandolo a seguirlo, ma orienta la sua ricerca suggerendogli di andare più a fondo delle motivazioni che lo muovono. Gesù non si limita ad ascoltare la domanda di quell’uomo ma coglie quell’uomo come domanda. Potremmo dire che Gesù sposta l’attenzione dal fare all’essere e orienta il suo interlocutore all’edificazione della propria umanità alla luce della Torah (vv. 18-19). I comandi etici del decalogo, disposti secondo un ordine differente da quello presente nell’AT (Es 20; Dt 5) indicano un cammino che riguarda i rapporti con gli altri (l’insegnamento di Gesù radicalizza il comando di “non uccidere”: Mt 5,21-22), quindi con la sessualità (esistono relazioni erotizzate e altre no: “non commettere adulterio”), poi con le cose (“non rubare”), quindi con la verità e la sincerità (“non testimoniare il falso, non frodare”) e infine con i propri genitori. L’“onora tuo padre e tua madre” ha qui il significato di accordare il giusto peso e dire di sì alla propria origine, a quei genitori che ci hanno messo al mondo trasmettendoci doni e tare. In questo senso il suo essere alla fine degli altri comandi ricordati da Gesù è pienamente giustificato: si tratta dell’obbedienza basilare per vivere una vita armonica, per non vivere in reazione, per slanciarsi verso il futuro e non rimanere ostaggi del proprio passato. Alla risposta con cui l’interlocutore afferma di aver sempre obbedito ai comandamenti, Gesù fa seguire uno sguardo di amore tanto gratuito quanto impegnativo (vv. 20-21). A ciò segue la rivelazione della povertà, della mancanza che abita quell’uomo (“una cosa ti manca”), quindi viene la proposta di vita, l’offerta di senso: trova la tua identità, il tuo nome, nella relazione con me; credi all’amore, abbandona le ricchezze e avrai un tesoro nei cieli, affronta il rischio dell’amore e l’alea del futuro facendo affidamento sulla mia promessa. Il contraccolpo di quella parola è evidente già a livello somatico: quell’uomo si rabbuia, si incupisce, e immediatamente si allontana. La spiegazione è data alla fine: “era infatti uno che aveva ricchezze ingenti” (v. 22). Tutto era andato bene fino a quando la chiamata di Gesù non l’ha toccato nei beni materiali. La notazione psicologica, lypoúmenos, “addolorato”, “triste”, è segno che l’invito di Gesù ha esercitato un’attrattiva su di lui; se si rattrista è perché in qualche modo aveva intuito una gioia che non riesce a fare sua. Non è uno grossolanamente succube delle ricchezze e insensibile a ogni altro valore, ma una persona sottoposta a due spinte antagonistiche, quella verso Gesù e quella verso la ricchezza. Quest’ultima appare così una potenza che possiede colui che la possiede; una potenza che ne determina l’agire e il vivere. L’ultima parola del brano è pollá, “aveva ricchezze ingenti”: c’è una quantità che rende l’ostacolo – i beni – insormontabile! Secondo il NTi beni possono schiavizzare chi li possiede (“Non potete servire a Dio e a mammona” Mt 6,24). Il rischio per l’uomo è di metter fiducia nelle ricchezze, divenendo idolatra, disumanizzandosi. Il termine Mammona deriva dalla radice ’aman che indica la fede, il credere, dunque anche l’affidamento del credente al Signore. Ma quando uno mette la fiducia nei suoi beni, egli soffoca in sé la disponibilità per il Regno. L’attaccamento alle ricchezze può falsare la verità dell’uomo. E qui va ricordato che nel denaro “si crede” e la gente fa un atto di fede nel denaro, pone la propria fiducia nel denaro. Possiamo allora approfondire un po’ il contenuto della tristezza generata dall’attaccamento ai troppi beni. Il contrasto fra la corsa verso Gesù e il repentino allontanamento dell’uomo ricco suggella lo scacco del desiderio di quest’uomo, il quale rimane definito da ciò che possiede e non da un nome personale. Cercava il nome proprio, resta un participio presente (“uno che aveva molti beni”). L’attaccamento ai beni spegne la sua sete e gli occlude il futuro: l’andare via è anche un tornare indietro, un regredire. La paura ha avuto la meglio: i beni danno sicurezza, la persona e la parola di Gesù aprono una prospettiva rischiosa. I beni qui ostacolano addirittura l’attività più sensata dell’uomo: l’amore, essere amato e amare. “L’amore non è una cosa che si può avere, bensì, un processo, un’attività interiore di cui si è il soggetto. Posso amare, posso essere innamorato, ma in amore non ho un bel nulla. In effetti, meno ho, e più sono in grado di amare” (Erich Fromm). Marco suggerisce anche che il denaro, garantendo sicurezza materiale, costituisce una via di fuga dal dolore, una forma di rimozione della sofferenza che il cammino interiore implica. Gesù, infatti, svela la mancanza che abita in quell’uomo così pieno di tutto e lo invita a quel cammino interiore che lo metterebbe in contatto con la sua verità e povertà profonde. Cosa che comporta sofferenza. È però ovvio che l’estraniazione da sé che quest’uomo opera, comporta una perdita di essere, e dunque genera tristezza. Un elemento proprio della redazione marciana di questo episodio è lo sguardo di Gesù (emblépsas), sguardo che ha come meta gli occhi di quest’uomo, sguardo che è l’atto con cui Gesù cerca di far passare questa persona dal campo dell’avere in cui è imprigionato a quello dell’essere. Lo sguardo di Gesù accompagna ed esprime l’amore di Gesù: amare è rivolgere uno sguardo all’altro che gli dice un sì radicale e un’accoglienza incondizionata. Amare è volere che l’altro esista: “Amo, volo ut sis”, scrive Agostino. Ora, lo sguardo e le parole di Gesù possono liberare quest’uomo dalla visione unidimensionale che egli ha di sé come uno che ha molto, e questo restituendolo a una dimensione di molteplicità e complessità: uno che può essere amato, che può farsi soggetto della propria vita, che può mostrare la sua libertà scegliendo, che può donare, che può manifestare il suo dominio sui suoi beni, che può osare il proprio futuro… Ma il troppo di beni posseduti imprigiona quest’uomo. Proprio in questa condizione di “troppo pieno”, di fiducia posta in beni esteriori che arrivano a schiavizzare mentre ci si crede liberi, risiede l’ostacolo che le ricchezze pongono alla salvezza (Mc 10,23-27). In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio. Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini (cf. Mc 10,27). Dopo aver distolto lo sguardo dall’uomo ricco che se n’è andato, Gesù lo rivolge ora ai discepoli e guarda anche loro negli occhi (Mc 10,27: emblépsas) mentre pronuncia le parole su ciò che è impossibile agli uomini ma non a Dio. Sguardo d’amore che impegna Gesù stesso e intende infondere fiducia a discepoli sbigottiti e sconcertati. Sguardo d’amore che sfocia nella promessa di Gesù ai discepoli. E promettere è sempre aprire futuro e dare speranza. Ai discepoli, infatti, che hanno abbandonato tutto ciò che possedevano per seguire Gesù, è rivolta la promessadi Gesù del centuplo quaggiù, insieme a persecuzioni, e la vita eterna (Mc 10,28-30). C’è una benedizione insita nell’abbandonarsi al Signore, ma della promessa del Signore fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà, le eventuali inimicizie a motivo del vangelo. Se il discepolo sa che esse sono parte integrante della promessa del Signore, allora esse potranno non scoraggiarlo o indurlo ad abbandonare. E comunque, la sequela di Gesù deve essere rinnovata e scelta nuovamente ogni giorno, pena, il suo fallimento. In effetti, ci avverte Marco, coloro che hanno un giorno lasciato tutto per seguire Gesù, arriveranno a un momento in cui abbandoneranno Gesù e fuggiranno (cf. Mc 14,50).

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Un grembo trasformato in fortezza

Se osserviamo bene il testo di oggi del Vangelo notiamo che c’è di certo una punta d’invidia nelle parole entusiaste di questa donna che non riesce a trattenere la sua ammirazione per Gesù tanto da mettersi a gridare, perché tutti la sentano proclamare e dire che colei che lo ha portato nel grembo è la donna più fortunata del mondo: «Beato il grembo che ti ha portato e il senso che ti ha allattato!» (Lc 11,27). Anche a noi capita di renderci conto di alcuni risultati e di alcune mete raggiunte nella vita da persone che incrociano i nostri cammini, persone che riteniamo più fortunate di noi, le ammiriamo e anche un po’ le invidiamo, non riuscendo talora a spiegarci come mai certe cose siano potute capitare agli altri e non a noi. Così pure, non raramente, siamo talmente impressionati da ciò che di buono e di bello capita nella vita degli altri da sottovalutare e persino da non vedere per niente quello che sta accompagnando e segnando la nostra stessa vita, grazie a realtà non meno importanti e significative. Dal vangelo che oggi la Liturgia ci fa leggere, conosciamo la risposta del Signore Gesù alle parole di questa donna e forse potremmo chiederci che cosa avrebbe risposto la madre di Gesù a lei e a noi, che forse nutriamo i suoi stessi sentimenti. In realtà possiamo, per così dire, risalire fino alla risposta di Maria, proprio a partire dalle parole di suo Figlio, mettendole sulle labbra stesse della  madre: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28). Per comprendere tutta la portata e le esigenti implicazioni di questa parola, ci viene in aiuto il profeta Gioele. Un testo come quello che troviamo nella prima lettura di quest’oggi rischia di infastidirci, perché contrasta con l’immagine entusiastica della nostra relazione con Dio, mettendoci di fronte alle esigenze che comporta il camminare per le sue vie: «Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano, poiché grande è la loro malvagità» (Gl 4,13). Siamo obbligati a chiederci: che cosa mieterebbe o vendemmierebbe il Signore se oggi, proprio oggi, senza rimando alcuno, venisse a raccogliere il frutto della nostra esistenza? La promessa di Dio, per mezzo del suo profeta, suona così: «Ma il Signore è un rifugio per il suo popolo, una fortezza per gli Israeliti» (4,16). Forse proprio questo fu il segreto della madre di Gesù: fare della sua presenza a Dio, nell’ascolto e nell’obbedienza interiori, una vera «fortezza» nel duplice senso della virtù e del luogo. In ambedue i casi, la «fortezza» rimanda a una certa solitudine e a una particolare austerità di perseveranza, nella lunga attesa di tempi apparentemente morti in cui nulla sembra accadere. Essa rappresenta pure la sicurezza di tutti ed esige un lavoro assai costoso di attenzione e di vigilanza costante, un lavoro che passa e ripassa continuamente «nella valle della Decisione» (4,14). Invece di accontentarci – per quanto entusiasticamente – di dichiarare beato il grembo di Maria, cerchiamo di fare della nostra esistenza un grembo gravido di attenzione alla vita… una fortezza!

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Mantenere la casa abitata

L’amara constatazione del profeta Gioele risuona in termini di nostalgia e, al contempo, di desiderio: «perché priva d’offerta e libagione è la casa del vostro Dio» (Gl 1,13). Quella di Gioele potrebbe forse fungere da fondamento biblico a qualche campagna di raccolta fondi per i bisogni della chiesa e del suo clero o di altre iniziative simili ed è, invece, la rammemorazione di un dinamismo d’amore che esige sempre la disponibilità e l’esigenza del donare. La casa di Dio di cui il tempio è simbolo eloquentissimo non si può limitare a essere il luogo del culto, ma si estende a tutti gli ambiti della vita e, in particolare, alla collaborazione generosa, per dilatarne e sostenerne i percorsi che donano più vita e che sono in grado di dare, altresì, più senso a ogni esistenza. Ed ecco che il gesto compiuto da Gesù che scaccia, ancora una volta, un demonio, scatena una strana reazione da parte di quanti, per primi, avrebbero dovuto rallegrarsene: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demoni, che egli scaccia i demòni» (Lc 11,15). Per i farisei definire l’origine di qualcosa significa, in realtà, creare un legame e una reciproca connivenza, cosicché il Signore stesso sarebbe alla fine un «demonio». Nondimeno da parte del Signore Gesù vi è un atteggiamento che è agli antipodi di quello di Beelzebul. Egli infatti non cerca di disperdere e di contrappore, ma al contrario intende unire e creare una profonda solidarietà tra tutti coloro che hanno bisogno di aiuto e quanti possono sostenerli e aiutarli nel loro cammino di liberazione. La solenne e ambigua affermazione che ritroviamo appena prima e che in forma inversa è rivolta al discepolo Giovanni (9,50) suona in questo caso così: «Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» Lc (11,23). Essa non va intesa come una dichiarazione di guerra, bensì come una proposizione che intende unire tutte le forze migliori affinché si oppongano all’opera disintegrante e mortificante del Maligno. Il Signore Gesù sembra disapprovare ogni tentativo di contrapposizione e invita a cogliere e a valorizzare ogni minimo «segno» (11,16) che faccia sperare in un’aurora di maggiore e più autentica libertà per ogni uomo, per tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Il rischio è, infatti, quello che, a forza di voler definire e sottilizzare, si lasci campo libero proprio a ciò che va energicamente arginato. Il pericolo più grande è che le cose peggiorino quando ci sarebbero tutte le condizioni, tanto che si dice: «Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (11,26). In questo frangente ci è forse più chiaro l’invito di Gioele: «Suonate il corno in Sion e date l’allarme sul mio santo monte!» (Gl 2,1). Diamo l’allarme per arginare tutto ciò che impedisce alla vita di crescere e di dilatarsi e, soprattutto, per neutralizzare e superare ogni sguardo malevolo poiché, per chi ha occhi e cuore come quelli del Signore Gesù, la parola è vera: «Come l’aurora, un popolo grande e forte si spande sui monti: come questo non ce n’è stato mai e non ce ne sarà dopo, per gli anni futuri, di età in età» (Gl 2,2).

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Perseverare è pregare

Nella prima lettura di oggi vediamo il profeta Malachia che si misura con la fatica di continuare a credere in un Dio che sembra troppo lontano e disinteressato alle nostre fatiche, tanto da far giungere i suoi fedeli a un’amara conclusione: «È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti?» (Mal 3,14). Questo modo di sentire e di argomentare potrebbe anche scandalizzarci, nondimeno dobbiamo riconoscere che talora corrisponde esattamente al nostro modo di sentire, che arriva a dire con dolore e persino con rabbia: «Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti» (3,15). Nella sensibilità del profeta, questi discorsi e questi sentimenti, che sembrano levarsi continuamente dalla terra per raggiungere il cielo, feriscono profondamente il cuore di Dio. I «timorati di Dio» (3,16) prendono posizione e in certo modo cercano di consolare il cuore dell’Altissimo: «un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome»!
Possiamo ben dire, a partire da quanto ci viene detto dal Signore Gesù nel Vangelo, che possiamo manifestare, con tutta libertà e umiltà, questi nostri sentimenti di confusione e talora persino di rabbia: possiamo aprire il libro del nostro cuore! Proprio come fa quell’amico che non ha vergogna né tantomeno si fa scrupolo di andare a svegliare il suo amico «a mezzanotte» (Lc 11,5). Se è vero che abbiamo bisogno di «tre pani», è ancora più vero che abbiamo spesso necessità di poter dire a qualcuno ciò di cui abbiamo bisogno e ciò di cui soffriamo. La rassicurazione del Signore Gesù è per questo un dono immenso: «quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Dobbiamo riconoscere e assumere i momenti di sconforto, quando abbiamo bisogno di confidarci e di confidare le nostre domande più struggenti: «Che vantaggio?» (Mal 3,14). 
Questa è la domanda che ci poniamo davanti a qualunque cosa ci capiti nella nostra vita. Una domanda che il Signore Gesù in certo modo riformula: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Lc 11,11-12). La consapevolezza di essere figli ci dà la libertà di comportarci con la libertà quasi sfrontata degli amici. Tre pani per saziare la nostra fame di vita piena sembrano sufficienti. Per avere questi tre pani, il Signore ci consiglia di ricorrere a tre verbi: «chiedere, cercare, bussare», senza arrendersi mai, per una fiducia radicale nella bontà di Dio e non solo… nella bontà degli altri. Il frutto maturo e duraturo della preghiera è questa fiducia sfrontata, sempre ricostruita con passione.