Pubblicato in: Riflessioni personali

La sofferenza destabilizza

Possiamo notare nella prima lettura che l’apostolo attesta quasi a perdifiato la sua confessione di fede in Dio, parlando del nostro modo di essere tutti in relazione con Lui e tra di noi: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). Secondo Paolo, nel più profondo della nostra vita è attivo un dinamismo di cospirazione tra lo Spirito creatore e quella scintilla divina posta al cuore della nostra umana realtà, sia a livello dell’intima esperienza personale che nelle relazioni interpersonali. Lo statuto di figliolanza non vale soltanto a livello affettivo, ma è effettivo, tanto che la protesta apostolica si spinge assai lontano: «E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17). Dunque, il nostro essere «figli adottivi» (8,15) non corrisponde per nulla a una diminuzione, perché siamo pienamente «eredi». Siamo così «debitori» non «verso la carne», ma lo siamo nei confronti di quello «Spirito» che continuamente, con il suo soffio vitale, rinnova e rafforza la nostra divina parentela, in cui radica la nostra innegabile universale fraternità. A partire da questa magnifica riflessione dell’apostolo Paolo, la reazione del Signore Gesù diventa naturale: «E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame in giorno di sabato?» (Lc 13,16). Davanti all’infermità di questa donna, costretta a camminare curva come se fosse un animale, la reazione del Signore è spontanea per ristabilirla nella sua dignità filiale e ridarle la possibilità di camminare a testa alta, come si addice agli eredi: «Donna, sei liberata dalla tua malattia» (13,13). Restiamo meravigliati della reazione del «capo della sinagoga», il quale invece di rallegrarsi si mostra «sdegnato» (13,14). Questo capo non solidarizza con quanti nella sinagoga cercano non solo luce per la mente, ma pure conforto nelle loro sofferenze. Mentre il Signore sente la sofferenza come qualcosa che gli appartiene, il capo della sinagoga si sente disturbato dal fatto che la sofferenza diventa più importante del rituale e del culto. Non ci capiti di giudicare troppo in fretta questo «capo della sinagoga», perché forse assomigliamo di più a lui che non al Signore Gesù. Non raramente anche noi siamo più preoccupati del buon ordinamento del nostro sistema e molto meno ci lasciamo destabilizzare dalla sofferenza, la cui consolazione non può essere rimandata e rimane prioritaria persino sulla devozione. Possiamo veramente chiedere allo Spirito di imparare a regolarci non «secondo la carne», che tende a incurvare la nostra attenzione non avendo più occhi per gli altri se non per noi stessi, ma sempre «mediante lo Spirito» (Rm 8,13), sotto la cui spinta ci facciamo solidali delle «sofferenze» di tutti.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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