Pubblicato in: Riflessioni personali

Un’accordatura necessaria

Nella prima lettura l’apostolo Paolo ci consola con la sua onestà intellettuale e spirituale. Non ha infatti paura di scandalizzare i suoi lettori, perché gli sta a cuore di annunciare quel Vangelo che è stato capace di liberare il suo cuore dalla paura di gestire la sua più profonda intimità: «Io so che in me, cioè nel mio cuore, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo» (Rm 7,18). Proprio riconoscendo la sua intima fatica, Paolo si fa nostro fratello nel combattimento spirituale. Al contempo, l’apostolo si fa nostro amabile compagno nella lotta contro la tentazione di negare «il desiderio del bene che ci abita» solo a motivo della fatica che facciamo a realizzarlo. Potremmo dire che Paolo si fa nostro compagno nel fallimento, senza smettere di essere nostro compagno nel desiderio. Non esita l’apostolo a dire: «Me infelice!» (7,24). Senza però smettere di credere che «per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» sia possibile che si compia l’impossibile nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Il bene non è un’operazione in cui riuscire o fallire, è un anelito verso la vita che necessariamente deve farsi carico di tutte le fatiche, le lentezze, le contraddizioni e le ambiguità senza mai disperare. Paolo sembra trovare una via d’uscita non per deresponsabilizzarsi, ma per poter continuare a sperare nonostante l’evidenza di tutto ciò che nel suo cuore, come in quello di ciascuno di noi, fa fatica a pagare il prezzo di una disposizione al bene che comporta la rinuncia a ogni forma, più o meno sottile, di egoismo. Ecco, dunque, il salvataggio da noi stessi: «Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7,20). Nella stessa logica del racconto della Genesi (Gen 3), Paolo evoca la presenza di un principio diverso che, se non deresponsabilizza, allo stesso tempo ci libera dal senso di colpa. L’annuncio di salvezza potrebbe risuonare in questi termini: «il peccato che è in me» non è la totalità della mia identità poiché rimane, comunque e sempre, «il desiderio del bene». A questo punto la domanda del Signore Gesù si rivela ancora più forte: «E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,57). Mentre gli scribi e i farisei cercano di caricare sulle spalle del Signore Gesù la responsabilità di decidere ciò che è bene e ciò che è male, naturalmente con l’intento di coglierlo in fallo, questi rimanda ciascuno alla propria capacità di leggere gli eventi e di decidere i comportamenti da adottare. Il frutto di ogni discernimento è la maturazione di trovare sempre il modo di trovare «un accordo» (Lc 12,58) con tutti e con tutto ciò che sembra avversare il nostro cammino. Pur nella consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fatiche, siamo così richiamati a esercitare l’arte dell’accordatura continua degli eventi con il nostro più profondo desiderio. Le competenze metereologiche evocate in apertura del testo evangelico, si trasformano in arte musicale di trovare sempre l’accordo giusto, per non smettere di suonare la nostra intima melodia in una sempre più ricca sinfonia per la vita. Allora possiamo rileggere lo “sfogo” dell’apostolo non più come l’espressione di un’opera incompiuta, ma come l’arpeggio di un accordo tutto da ascoltare e tutto da interpretare.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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