Pubblicato in: Riflessioni personali

“Coraggio”

Nella prima lettura il profeta Aggeo continua a stimolare i suoi fratelli a guardare oltre le macerie della distruzione per immaginare un incremento di vita sempre possibile. Questo incremento passa per un «coraggio» (Ag 2,4) non semplicemente ritrovato, ma sempre di più rafforzato. Ritrovare la speranza esige sempre il coraggio di non ripiegarsi nemmeno sul proprio dolore, per attivare continuamente processi di trasformazione della realtà in una promessa. Soprattutto quando il vissuto concreto delle persone e delle società si presenta con il suo lato più duro, diventa ancora più necessario e urgente fare spazio a ciò che il profeta presenta come una promessa eccedente ogni immaginazione: «La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta» (Ag 2,9). Viene alla mente la parola solenne del Signore Gesù alla vigilia della sua passione nel vangelo secondo Giovanni: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,21). Come discepoli e come credenti siamo chiamati a guardare al futuro con una fiducia aperta alle trasformazioni possibili attraverso quei processi di speranza con cui saremo capaci di continuare a dare un futuro di incremento e non di semplice ripetizione. L’evangelista Luca, come in altre occasioni, contestualizza la domanda di Gesù ai suoi discepoli circa la sua identità nella cornice, solenne e intima al contempo, di un momento di preghiera: «Le folle, chi dicono che io sia?» cui aggiunge subito dopo, in modo ancora più diretto e coinvolgente: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Lc 9,18.20). La risposta di Pietro viene accolta dal Signore Gesù come la buona, perché è capace di rileggere la relazione personale e discepolare con Gesù alla luce della più grande attesa che abita il cuore di un pio israelita: «Il Cristo di Dio»! Il commento che il Signore Gesù fa alla professione cristologica di Pietro conferma l’eccedenza e non l’eccellenza come la punta di diamante di questa intuizione: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). Stranamente e significativamente, il Signore Gesù non conferma il riconoscimento messianico di Pietro, ma lo accoglie dilatandolo ulteriormente, facendone un’espressione del mistero del misterioso «Figlio dell’uomo». In questa figura cara al cuore di Gesù si può riconoscere un modo di intendere l’attesa messianica in termini ben più grandi delle semplici soluzioni di alcuni problemi, come quelli legati alla situazione di soggezione politica. La cifra ermeneutica non solo di patire ma di «soffrire molto» e non per il capriccio di qualcuno, ma da parte proprio di tutti, diventa il segreto per capire il mistero di Cristo secondo il Vangelo. Questo «molto» diventa per noi discepoli lo stile con cui prepariamo e già viviamo nella nostra vita il mistero del fare spazio a quella «gloria futura» profetizzata da Aggeo. Quella gloria passa per la gioia di aprire sempre a qualcosa di più grande, di più bello, di più vero, inteso come frutto del desiderio di ciascuno di coinvolgersi senza lentezze e con estrema generosità.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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