Pubblicato in: Riflessioni personali

La potenza del nostro cuore

L’esperienza umana e spirituale dell’apostolo Bartolomeo, detto anche Natanaele, incoraggia oggi la Chiesa a domandare a Dio una particolare disposizione interiore per poter rinnovare e confermare la sua adesione a Cristo. L’«entusiasmo sincero» di questo apostolo, evidenziato dal racconto evangelico, è il dono che la liturgia invoca perché ogni credente possa diventare testimone del Risorto e del suo vangelo, e la «Chiesa si riveli al mondo come sacramento di salvezza» (cf. Colletta). Di questa speciale attitudine Bartolomeo è stato davvero un’icona esemplare se, come afferma la tradizione, i suoi passi hanno saputo spingersi fino ai territori delle Indie per annunciare la gioia della Pasqua del Signore e dilatare i confini della Gerusalemme celeste: «Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,14). La città santa di Gerusalemme che scende dal cielo, splendente e ben fortificata, appare debitrice della testimonianza apostolica, al punto che il nome dei Dodici si rivela come fondamento delle sue mura elevate e compatte. L’immaginario metaforico dell’Apocalisse ci ricorda una splendida realtà, troppo facilmente smarrita o trascurata dal nostro cuore intorpidito e distratto: siamo tutti inviati, nel nome del Signore, a diventare costruttori e cittadini di una città — anzi di un regno — dove la vita è per sempre e per tutti. L’entusiasmo cristiano non è il tripudio dei sentimenti, ma l’incontenibile gioia suscitata da un Dio che vuole essere con noi e con tutti nella misura in cui ci lasciamo condurre dall’affascinante mistero della sua volontà d’amore. Lo afferma senza fraintendimenti il ritornello del salmo responsoriale: «I tuoi santi, Signore, dicono la gloria del tuo regno». Bartolomeo ha saputo incarnare la generosa risposta a questa rivelazione di Dio con caratteristiche personali molto marcate, di cui il vangelo ci ha lasciato una preziosa attestazione. Informato da Filippo circa la comparsa di Gesù il Nazareno, Bartolomeo non esita a manifestare tutto il suo stupore nei confronti di una notizia così estranea alle sue aspettative: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Si tratta di un’esclamazione apparentemente inopportuna, che denota tuttavia una grande libertà interiore. Gesù interpreta in modo assolutamente positivo questa spontaneità, dichiarando che essa è scevra da ipocrisia e menzogna. Esiste, infatti, un modo — entusiasta e non filtrato — di essere fedeli a noi stessi, assolutamente compatibile con il desiderio di Dio sulla nostra umanità: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47). Essere sinceri, cioè uomini e donne in cui non c’è falsità, non significa doversi presentare sempre privi di errori o difetti, apparire in ogni circostanza adeguati e corrispondenti alle attese. Anzi, agli occhi di Dio, sincero è colui che non ha timore di rendere visibili le sue crepe e le sue incertezze, senza il bisogno di stuccarle o nasconderle attraverso l’arte — inutile e spesso patetica — del ritocco o della cosmesi. Come le statue dei tempi antichi che, quando erano preziose, non venivano aggiustate con cera o materiali affini e, per questo, erano definite “sincere” (sine cera). La risposta di Gesù a Bartolomeo apre un orizzonte di grandi promesse per chiunque è disposto, attraverso l’azzardo della sincerità, ad abbandonare le proprie idee per accedere a uno sguardo più vero e profondo su tutte le cose: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!» (Gv 1,50).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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