Pubblicato in: Riflessioni personali

A volte ci manca il coraggio

Non dobbiamo temere di manifestare le nostre paure davanti a ciò che sentiamo «più forte di noi» (Nm 13,31). Tantomeno e ancora di più, non dobbiamo avere paura di manifestare il nostro più profondo bisogno di cagnolini affamati di poter godere almeno di qualche briciola di promessa di vita. Siamo anche noi nella condizione del popolo che non si sente all’altezza della promessa che pure ha accolto come orizzonte della propria vita. Spesso, come la donna del Vangelo, dobbiamo osare fino a cambiare ciò che ci sembra ormai inesorabile, fino a poter udire una parola che rimette in moto la vita: «Avvenga per te come desideri» (Mt 15,28). Come spiega padre Standaert: «Vediamo Gesù andare via dal lago di Genesaret in direzione nord fino all’odierno Libano meridionale e verso la costa […] oltre il confine del territorio giudaico conosciuto. Si tratta concretamente di centinaia di chilometri di regione montuosa che egli percorre solo con alcuni discepoli. Il fatto che un giudeo lasci la terra promessa è ogni volta come minimo un segno di crisi. Gesù prende tempo per riflettere, per valutare l’accaduto, per ricollegarsi di nuovo alla sua prima vocazione, e guardare verso ciò che deve venire» (B. STANDAERT, Lo “spazio” Gesù, Ancora, Milano 2004, pp. 113). Sia nella prima lettura che nel Vangelo possiamo stupirci del fatto che il Signore non ha un progetto predefinito, ma ha un desiderio di bene per ciascuno di noi che non ha semplicemente bisogno di imporsi, ma necessità di tempi reali e talora più lunghi del previsto per potersi realizzare. Il fatto che il Signore si spazientisca con il popolo impaurito può farci dubitare del suo amore, oppure può convincerci della sua passione perché il nostro cammino di libertà si compia in pienezza: «Secondo il numero dei giorni che avete impiegato per esplorare la terra, quaranta giorni, per ogni giorno un anno, porterete le vostre colpe per quarant’anni e saprete che cosa comporta ribellarsi a me» (Nm 14,34). In realtà, questa protesta viscerale di Dio indica il suo rammarico davanti alla mancanza di coraggio da parte del popolo che funziona ancora come in Egitto. L’Altissimo deve accettare che c’è bisogno di più tempo e, per certi aspetti, di più sofferenza per comprendere il dono di una libertà che esige una trasformazione interiore. Al contrario, il Signore Gesù deve lasciarsi cambiare da questa donna cananea che gli fa comprendere che i tempi sono maturi per una dilatazione del dono della salvezza. Alla prima reazione «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24) segue una sorta di resa: «Avvenga…». La Parola di Dio, attraverso l’evocazione del viaggio del popolo nel deserto e del viaggio di Gesù fuori dai confini di Israele, ci mette di fronte al viaggio interiore cui siamo chiamati ogni giorno. Il breve viaggio si trasforma necessariamente in un viaggio di «quarant’anni» (Nm 14, 34): tutto il tempo necessario a superare la paura e affrontare il dono impegnativo di conquistare un «paese dove scorrono davvero latte e miele» (Nm 13,27). Come pure il perentorio rifiuto a sprecare «il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26) si trasforma da una fredda distanza in un elogio entusiasta: «Donna, davvero grande è la tua fede!» (Mt 15,28).