Pubblicato in: Riflessioni personali

La fiducia che ci viene donata

Sarebbe una gioia per ciascuno di noi essere in grado di realizzare concretamente nella propria vita quanto viene ricordato dall’apostolo Paolo come se fosse un’evidenza: «riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1Ts 4,9). Da parte sua, l’apostolo ci tiene a sottolineare e a dichiarare che l’amore imparato alla scuola di Dio quale espressione dei nostri sentimenti migliori non può che essere rivolto «verso tutti» (4,10). La lettura liturgica del vangelo secondo Matteo si conclude con una parola assai dura: «là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 25,30). Più che una minaccia, che metterebbe in crisi tutto quello che lungo la lettura del vangelo secondo Matteo ci è stato rivelato del cuore «mite e umile» (Mt 11,28) di Dio stesso, si tratta di una messa in guardia da tutto ciò che in noi può bloccare la crescita dell’amore. Se non cerchiamo di «progredire ancora di più» (1Ts 4,10) in una carità creativa, rischiamo di trasformare l’investimento che Dio ha fatto su di noi in un misero fallimento di Dio in noi. Paolo ci ricorda che abbiamo «imparato da Dio»! Ciò a cui si riferisce è esattamente questa capacità continua di investire sull’altro onorando l’investimento che gli altri fanno su di noi. Il primo ad investire è, in realtà, Dio stesso. L’ultima parola con cui sembra essere vergata l’intera lettura del vangelo di Matteo, così come ci viene offerto dalla lettura liturgica, ci può inquietare. Ma questo solo nella misura in cui dimenticassimo il gesto, non solo magnanimo ma rischioso, evocato dalla parabola: l’uomo ricco e potente, al momento di mettersi in «viaggio» (Mt 25,14), non va a trovare i «banchieri» (25,27) ma «consegnò loro i suoi beni, a uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo la capacità di ciascuno, poi partì» (Mt 25,15). Questa serena partenza si basa su una fiducia di fondo nei confronti dei servi da parte del padrone. La fiducia è condizione insopprimibile per una vera crescita, di cui l’apostolo Paolo si fa esplicitazione con la sua parola di esortazione: «a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani» (1Ts 4,10-11). Pertanto, tutto ciò diventa impossibile se ci lasciamo prendere dalla «paura». La paura ci induce a «nascondere il tuo talento» (Mt 25,25). Se c’è una cosa che non possiamo imparare da Dio è la paura. Al contrario, la paura ci è stata inoculata come un veleno dal Nemico delle nostre anime. Il diavolo ci ha convinto non a progredire sempre di più a partire dai doni che abbiamo ricevuto, ma a illuderci così tanto su noi stessi fino a cadere nella trappola dell’assoluta sfiducia in noi stessi, fino a provare «paura» (Gen 3,10) e nasconderci. Quando cediamo a questa logica di sfiducia contagiosa, al Signore non resta che confermarci nel nostro dubbio per poterci guarire dalla paura. Quando ci comportiamo come quel servo impaurito e quasi vendicativo, al Signore non resta che stare al gioco: far finta di credere alle nostre paure nella speranza di liberarcene, prima o poi: «… tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso» (25,26). Eppure, questo non è vero! Ma chi può convincerci dell’amore? Chi può liberarci dalla paura se non acconsentiamo alla fiducia con la libertà di un cuore semplice? Sono, queste, domande gravi a cui non possiamo sottrarci!