Pubblicato in: Riflessioni personali

Vigilanza necessaria

L’apostolo Paolo si manifesta in tutta la sua sensibilità di tenerezza: «Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù guidare il nostro cammino verso di voi!» (1Ts 3,11). I sentimenti di compiacenza e di ammirazione dell’apostolo temperano, per così dire, i toni assai più severi delle parole del Signore Gesù nel Vangelo: «lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 24,50). Eppure, si può ben dire che le parole del Signore Gesù sono animate dallo stesso ardente desiderio di bene di quelle dell’apostolo. Fa parte del linguaggio dell’amore una certa durezza quando si vuole a tutti i costi che l’altro si metta in cammino verso il bene e non si lasci distogliere dalla tentazione della comodità e della superficialità. Prima di arrivare alla minaccia finale, il Signore Gesù esorta appassionatamente i suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» (Mt 24,43). Il Signore cerca di sensibilizzare noi suoi discepoli a una crescente attenzione al concreto farsi presente del regno di Dio nella nostra vita perché, proprio attraverso la nostra accoglienza, possa essere donato a tutti. Il rischio più grave è quello della distrazione, con cui si mette in moto quel processo di disinteresse da cui nasce non solo l’estraniamento, ma persino quello che si potrebbe definire come inganno: «e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e bere con gli ubriaconi» (24,49). Ubriacarsi è il modo per dire l’esatto contrario dell’essere desti e vigilanti per prendersi cura degli altri. È necessario rimanere sobri per non abusare mai della fiducia accordata dal padrone e della posizione in cui ci si viene a trovare, non certo per esercitare il proprio potere, ma per mettesi a servizio del bene altrui. Nella prima parte della parabola troviamo la stessa soddisfazione apostolica di Paolo, espressa da Gesù nella forma di una domanda retorica: «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito?». Sembra proprio che il Signore abbia fretta e una voglia matta di dare la risposta: «Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni» (Mt 24,45-46). Il servo fedele di cui il Signore si compiace non veglia e non serve per paura, ma perché attende il suo padrone con gioia e fiducia. Da questa fiducia di fondo nasce il senso del dovere di preparare la sua venuta creando e mantenendo un ambiente di serenità e di pace. A questo punto, l’esclamazione di Paolo può risuonare come fosse un applauso: «ci sentiamo consolati a vostro riguardo… ci sentiamo rivivere… per tutta la gioia che proviamo» (1Ts 3,7-9). Per l’ultima volta l’evangelista Matteo evoca lo spettro dell’ipocrisia, da cui più volte ha messo in guardia i discepoli stigmatizzando i farisei. Per guarire dall’ipocrisia bisogna agire sempre e soltanto non «per essere visti», ma perché si agisce sempre allo stesso modo, anche quando nessuno ci vede. Da qui l’effetto sorpresa evocato dalla parabola è l’ultima lezione di Matteo per lottare contro la tentazione sottile dell’ipocrisia sempre strisciante: «arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa» (Mt 24,50). La conseguenza è semplice: non si potrà più rimandare di «crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti» (1Ts 3,12).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

Rispondi