
La figura di Giuseppe, il figlio amato di Giacobbe famoso per i suoi sogni, può aiutarci a comprendere meglio la missione che il Signore Gesù affida agli apostoli e, attraverso di loro, alla Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Ciò che permette quello che oggi chiameremmo “ricongiungimento familiare” o riconciliazione fraterna diventa possibile per una situazione difficile da accogliere e da gestire: «La carestia si aggravava in Egitto, ma da ogni paese venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra» (Gen 41,56-57). Il testo aggiunge e precisa che anche «nella terra di Canaan c’era la carestia» (42,5). A motivo del bisogno di grano i fratelli scendono in Egitto, dopo aver venduto Giuseppe per invidia. L’invidia la si potrebbe definire il frutto di una profonda carestia di amore e di accoglienza dell’altro nel suo mistero. Così i fratelli di Giuseppe si trovano a vivere, senza saperlo e senza volerlo, un processo di riconciliazione. Questo cammino si mette in moto all’insaputa di quanti hanno ceduto alla tentazione di sbarazzarsi dell’altro. Il romanzo con cui si conclude il libro della Genesi precisa che «Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro e li tenne in carcere per tre giorni» (Gen 42,7). Dal seguito del racconto possiamo ben desumere che Giuseppe ha già deciso in cuor suo di aiutare i suoi fratelli, non solo per amore di suo padre dalla cui predilezione è stato strappato, ma anche per affetto nei loro confronti. Nondimeno, adotta una reazione terapeutica per avviare nei confronti dei suoi fratelli un lungo processo di guarigione che passa per una certa sofferenza: si tratta infatti di prendere dolorosamente coscienza di quella carestia d’amore che, in realtà, impoverisce la vita di tutti. Davanti alla folla affaticata e disorientata, il Signore Gesù si comporta in modo analogo al patriarca Giuseppe. È da ricordare come l’evangelista Giovanni, quando rivela al mondo il Signore Gesù, lo fa con una parola di Maria che riprende quella del faraone riguardo a Giuseppe: «fate quello che vi dirà» (41,55; Gv 2,5). Preso da «compassione» (Mt 9,36), il Signore non trova di meglio che inventare la Chiesa: «chiamati a sé i suoi discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità» (Mt 10,1). La consegna che il Signore dà ai suoi apostoli è chiara: bisogna cominciare da vicino e dalle persone più prossime per lanciare quel processo di evangelizzazione che ha bisogno dei suoi tempi e della sua gradualità. Da una parte il Signore ordina: «rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele» e dall’altra: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (Mt 10,6). Lo sguardo di Gesù sulla realtà ha introdotto un nuovo paradigma in cui Dio è grazia, gratuità, compiacenza, ammirazione con cui si può creare solidarietà e comunione con tutti, senza condizioni e senza privilegi. Si tratta di cominciare da chi e da ciò che ci sta più «vicino», per avvicinare alla vita di tutti il Regno di Dio, che viene anche a nostra insaputa.