Pubblicato in: Riflessioni personali

Non avere fretta

Può generare un certo imbarazzo l’insistenza della prima lettura nello stabilire un nesso così forte tra l’accoglienza dell’alleanza con Dio e il segno del sangue. L’accoglienza da parte del popolo del dono delle “dieci parole” passa attraverso una sorta di compromissione e non semplicemente di una passiva e distratta accettazione. Nel segno del sangue si manifesta la partecipazione attiva del popolo nella ricezione di un dono che ha per fine quello di di tenere viva la relazione tra Dio e il suo popolo. Solo la partecipazione corale permette di entrare in un regime di alleanza, senza più accontentarsi di vivere in uno stato di sottomissione o di indifferenza. Il desiderio dell’Altissimo di entrare in relazione con il suo popolo richiede una risposta che permetta all’umanità di entrare nel progetto di Dio per la vita di tutti: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole!”»> (Es 24,8). La risposta generosa del popolo sembra esigere un segno forte che ne sottolinei la serietà di coinvolgimento: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (24,7). Come nella vita di relazione, quando i rapporti umani sono autentici e solidi, così nel rapporto con il Signore ciò che viene prima e subito è l’adesione del cuore. L’adesione concreta si fa “pratica di relazione” senza perdersi in vuote teorie. Nel Vangelo, il Signore ci racconta un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo» (Mt 13,24). Questo non toglie che «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (13,25). Al panico dei servi corrisponde la calma operosa del padrone. Questi dimostra una grande fiducia nel fatto che, per quanto possa essere più difficile e faticoso far crescere insieme la zizzania e il buon grano, questo non significa che non lo si potrà distinguere e raccogliere nel «granaio» (13,30). Fondamentale per non fare più danni cercando di correre ai ripari è di non cedere alla fretta dettata dall’ansia. Il primo passo sembra essere proprio quello della fiducia nella e verso la vita senza cedere a inutili allarmismi e a frettolose soluzioni, che rischiano di fare più male che bene. Non bisogna mai scendere a patti con la violenza, nemmeno quella animata dai sentimenti più generosi di mettere ordine e di fare pulizia con l’intento di mettere tutto a posto. La giustizia, secondo il cuore di Dio, segue il ritmo della vita. La vita concreta, vissuta e patita non è scritta nella sabbia e nella polvere, ma sulla pietra e con il sangue. Per questo possiamo confidare che tutto andrà per il meglio e conoscerà la sua pienezza se sapremo coltivare la pazienza dell’attesa e l’operosità generosa del momento presente. Diventare capaci di vivere il momento presente significa saper portare il peso di ciò che ancora non c’è o, almeno, non è ancora chiaro, così da poterlo distinguere senza correre il rischio di prendere lucciole per lanterne, per citare un proverbio a tutti noto.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

Rispondi