Pubblicato in: Riflessioni personali

Senza perdono non si sopravvive

Azarìa non si vergogna di invocare il Signore dal fondo della sua miseria e al colmo della sua angoscia: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non infrangere la tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia» (Dn 3,34-35). Cesario di Arles si pone la domanda e cerca pure di dare una risposta: «In cosa consiste la misericordia umana? Soprattutto nel prestare attenzione alle miserie dei poveri. E in cosa consiste la misericordia divina? Senza alcun dubbio nel concedere il perdono dei peccati». Pertanto il perdono è la bilancia su cui misuriamo la nostra fedeltà a Dio e la nostra capacità di lasciarci realmente conformare al suo cuore per quelle che sono le nostre relazioni fraterne. La domanda di Simon Pietro ha, di certo, una sua ragion d’essere e dà voce alla nostra fatica nell’entrare in una misura smisurata di perdono: «Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21). La risposta del Signore Gesù, secondo lo stile rabbinico, non è una misura più ampia di perdono, ma rappresenta un’alternativa radicale all’idea stessa di misura e va a toccare il fondo del nostro cuore per trovarvi o meno una disponibilità alla «compassione» (18,27). La catechesi del Signore Gesù vale per i suoi discepoli di ogni tempo e di ogni luogo: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33). Questa domanda del Signore Gesù dovrebbe accompagnarci sempre e soprattutto quando sentiamo il peso e l’esigenza di dover accogliere gli altri nella loro differenza radicale che ci mette di fronte alla nostra stessa radicale diversità. Ognuno di noi ha un debito con la vita come pure ciascuno ha un credito nella vita. La cosa importante è di saper ritornare al «fondo» della nostra esperienza umana per ritrovarvi il dolore, le gioie, le battaglie, le sconfitte di tutti, rinnovando continuamente la cordata di una solidarietà di fondo che non può in alcun modo cedere alla logica del calcolo e delle proporzioni. Secondo la parola e il monito del Signore Gesù, il perdono è sempre una restituzioneche nasce dalla consapevolezza di essere stati perdonati e, per questo, di essere chiamati a perdonare. Ritroveremo Simon Pietro proprio quando riascolteremo i racconti della Passione e saremo presi da grande compassione per questo discepolo vinto dalle paure e scosso dalle lacrime di pentimento. Come Pietro, anche noi, forse, potremo capire la profondità e la portata del dono del perdono nel momento in cui sperimenteremo, in prima persona, non il desiderio di perdonare, ma il bisogno e la necessità di essere avvolti e rigenerati dal perdono. C’è un racconto della tradizione sufi che ben può adattarsi a commentare il vangelo di quest’oggi. Si tratta di tre fratelli che, alla morte del loro padre, devono dividere l’eredità e si rivolgono a un uomo saggio perché tutto avvenga per il meglio della loro anima. L’imam chiede loro di riflettere con serietà se vogliono dividere l’eredità secondo la legge degli uomini o quella di Dio. La risposta è immediata: «Secondo la Legge divina». Ma l’imam li rimanda indietro per ben dieci volte per riflettere meglio, esasperando così questi uomini pii e giusti. Infine lo chiede loro per l’ennesima volta e alla medesima risposta dei fratelli, che si sentono feriti da questa insistenza e reticenza dell’imam, risponde loro con le lacrime agli occhi: «Allora sarà così: uno dei fratelli riceverà il 95% dell’eredità, l’altro il 5% mentre il terzo non riceverà niente, perché così fa Dio»!

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

Rispondi