Pubblicato in: Riflessioni personali

Prima gli altri

I sinottici si concludono con un richiamo di Gesù a lasciarci ammaestrare dal gesto di una vedova povera che versa nel tesoro del tempio tutto ciò che ha per vivere. Appena agli inizi della lettura del vangelo secondo Luca, è una vedova che si fa guida dei discepoli nella comprensione del mistero di Cristo, ed è proprio una vedova che Elia incontra sul suo cammino di profeta nel momento in cui ha bisogno di essere soccorso e aiutato. La parola con cui Elia sostiene la naturale generosità della vedova di Sarepta può sostenere anche noi: «Non temere; va’ a fare come hai detto» (1Re 17,13). Si potrebbe riprendere la parola di Elia e porla sulla bocca del Signore Gesù tanto da sentirci dire di non temere di far risplendere la nostra «luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Chi di noi non è stato catechizzato sulla necessità di compiere delle «opere buone» che hanno assunto, in molti casi, la forma del “fioretto”? La Parola di Dio che riceviamo quest’oggi attraverso le Scritture ci aiuta a dare alle «opere buone» il giusto peso che viene loro proprio dal contesto più ampio del Discorso della Montagna. Esso non è una sorta di consolazione per quanti sono sfortunati e un po’ “tontoloni”, ma è la proclamazione di ciò che il Vangelo vuole essere per chiunque si faccia discepolo di Cristo Signore. La consegna non ha molto di consolatorio e sembra piuttosto un invito a lasciarsi interpellare dalla vita fino a diventarne massimamente responsabili: «Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). La memoria della vedova di Sarepta ci aiuta a interpretare questa solenne consegna che ci viene fatta dal Signore nel modo più evangelico: «Quella andò e fece come aveva detto Elia» (1Re 17,15). Ciò significò fidarsi e affidarsi alla sua parola, non certo facile da accogliere visto che metteva in pericolo non solo la sua vita, ma anche quella del figlio: «Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te per tuo figlio» (1Re 17,13). Avere il coraggio di vivere secondo l’ordine imposto dal Vangelo significa così mettere «prima» ciò che garantisce la vita dell’altro, sperando e credendo che questa insurrezione interiore contro ogni forma di disperazione che ci rende egoisti possa creare delle impensate possibilità perché la vita trionfi, mentre la morte è costretta a indietreggiare. Nella vedova che incontriamo nella prima lettura ci viene da ammirare radicalmente una sana lucidità, che pure non cede al cinismo e all’egoismo: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo» (1Re 17,12). Sembra proprio che questa donna desideri per se stessa e per il proprio figlio una morte non disperata ma “sazia”: «la mangeremo e poi moriremo»! Forse è questo aspetto di lucidità non disperata che induce Elia a chiedere aiuto a questa donna e non a un’altra. Questa donna, la cui maternità e la cui compassione brillano come «luce», ha dentro di sé «il sale» che purifica e conserva la vita mettendola al sicuro da ogni possibile putrefazione.