Pubblicato in: Riflessioni personali

La cupidigia: radice di tutti i peccati

L’odierna pagina evangelica è un testo (Lc 12,13-21) presente nel solo vangelo secondo Luca, che non ha paralleli negli altri Sinottici. E le tematiche affrontate, di rilevanza sociale, sono particolarmente care a Luca: il lavoro, il possesso di beni, il rapporto con il denaro. La narrazione lucana ci mostra Gesù mentre parla ai discepoli e a una numerosa folla (Lc 12,1). La richiesta di un anonimo che, di mezzo alla folla, gli chiede di farsi arbitro su una questione di eredità e la secca risposta negativa di Gesù, costituiscono la prima parte (12,13-15) della nostra pericope che poi, attraverso una frase di transizione con cui Gesù mette in guardia i suoi uditori dalla cupidigia (12,15), prosegue e si conclude con una parabola (12,16-20) seguita da un commento applicativo che ne trae la morale (12,21). La parabola ha al suo centro un “uomo ricco” (12,16) e “stolto” (12,20). Gesù rifiuta dunque di intervenire in una disputa tra fratelli per questioni di eredità (cf. 12,13-14). Di fronte al penoso e purtroppo ricorrente spettacolo delle divisioni profonde che attraversano le famiglie quando si prospetta di dividere un’eredità, Gesù si tira indietro e non si attribuisce compiti che nulla hanno a che fare con la missione che ha ricevuto dal Padre. L’obbedienza al Padre porta Gesù a non sentirsi legittimato a intervenire sempre, in ogni caso e su questioni di qualsiasi ordine e natura. “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (12,13). Ci si può chiedere che rapporto vi sia tra questo episodio e la successiva parabola. Credo che il legame si trovi in quella “morte” di cui si parla apertamente nella parabola (12,20), ma che è presente anche nel breve dialogo che apre la pericope e che verte su una questione di eredità. “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità” (12,13). Gesù si sottrae a questa richiesta e rifiuta di porsi come mediatore e giudice su questioni in cui si combattono, presumibilmente, piccole ingiustizie, interessi meschini, dissapori famigliari. Ora, l’eredità è uno dei modi con cui l’uomo tenta di addomesticare la morte, di farla rientrare nel mondo dei vivi. Noi trasmettiamo, lasciamo eredità (non solo di tipo economico) ad altri per far passare qualcosa della nostra vita in altri che vivranno dopo che noi saremo morti. E di fronte alla morte, come agli altri aspetti che costituiscono il lato mancante della vita, cioè il lato che fa sperimentare la vita come mancanza, come perdita, come vuoto: morte, appunto, colpa, malattia, Gesù non dà regole, non fornisce norme, non emana precetti o leggi, non si rifugia in soluzioni legali o giuridiche. Gesù invece ne fa l’occasione affinché l’uomo possa conoscere il proprio cuore, possa vedere qual è il suo ubi consistam, in che cosa pone il senso della sua vita e da che cosa la fa dipendere, e indica una soluzione nella via della relazione, la relazione con Dio e la relazione con gli altri uomini. Emblematico il finale della parabola: “ciò che hai accumulato di chi sarà?” (12,20). Perché la vita non dipende dai beni ma sta appesa alle relazioni, ad altri a cui ci leghiamo per amore. E ancora: “Così è di chi accumula per sé e non arricchisce davanti a Dio” (12,21): perché Dio è la fonte della vita e può richiedere questa notte stessa la tua vita. Di fronte alla domanda dello sconosciuto, la risposta di Gesù è pronta e indica un discernimento maturato da tempo nel profondo, e dunque sicuro di sé. Gesù guarda come dall’alto la domanda postagli e se ne estrania, la valuta estranea, forse suscitando lo stupore e la delusione nell’interlocutore. Qual è il luogo di discernimento di Gesù, il posto in cui si situa? Qual è questo luogo alto dove si fonda la sua libertà e la sua parresia? È il luogo che, in obbedienza e comunione con Dio, integra la morte, che assume la morte come occhio veritativo, come sguardo che illumina il reale e dà luce e senso alla vita. Mosè, su indicazione di Dio, salì sul monte Nebo e dall’alto vide la terra che sarebbe stata data in eredità non a lui ma ai figli d’Israele. Guardò la terra, per ordine di Dio, con lo sguardo di chi si prepara a morire. Sguardo non cinico né disperato, ma dolorosamente gioioso per i figli d’Israele e timorosamente affidato alla bocca di Dio, al suo ordine, al suo bacio (Dt 34). Al contrario, la visione con cui il diavolo cerca di sedurre Gesù conducendolo su un alto monte, gli mostra tutte le ricchezze e i regni del mondo promettendoglieli come “suoi”. È una visione ubriacante che dimentica e rimuove la morte, che illude di onnipotenza l’essere umano, e può arrivare ad assolutizzare il mondano sostituendolo a Dio. Gesù rigetta questa visione (Mt 4,8-10; Lc 4,5-8). Ma chi non la rigetta si ritrova preda della cupidigia, della bramosia, della voracità di possesso, della bulimia di chi vuole darsi vita accumulando beni, riempiendosi, cercando di colmarsi e anestetizzando il vuoto che dal lato mancante della vita preme verso il suo centro. Quel vuoto, infatti, è lo spazio della relazione e la condizione dell’amore. La risposta di Gesù al suo anonimo interlocutore risale dal piano esteriore delle dispute al piano interiore del cuore: egli mette in guardia tutti dalla cupidigia, dall’avidità, dalla brama di possedere. L’avidità proviene dal cuore (cf. Mc 7,22) ed è equiparabile all’idolatria (cf. Col 3,5). E la cupidigia che qui emerge a proposito di un’eredità famigliare è la stessa che ostacola l’ottenimento dell’eredità del Regno di Dio (cf. 1Cor 6,10; Ef 5,5). L’idolatria dà illusioni di vita, ma produce morte. La vita non consiste nei beni, dice Gesù. E nasce per noi la domanda: in che cosa consiste la vita? In che cosa facciamo consistere la nostra vita? “Ma che è mai la vostra vita?” chiede Giacomo ai ricchi che dicono “Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni”, mentre non sanno e non possono sapere “che cosa sarà domani” (Gc 4,13-14). La cupidigia, la logica dell’accumulo e del possesso sono una via che gli umani percorrono per scongiurare la morte: risposta fallimentare a un problema reale. Al problema radicale che la morte pone a ogni vita e a tutta la vita. E questo mettere le mani sul futuro viene rimproverato anche al ricco insensato della parabola che fra sé e sé dice di avere a disposizione molti anni illudendosi di poter padroneggiare il tempo. La cecità a cui la ricchezza dà origine è evidenziata nella figura del ricco stupido, letteralmente “senza intelligenza” (áphron: 12,20). Egli pensa di possedere anche ciò che per definizione è indisponibile: il tempo, il futuro, la vita. E il binomio ricchezza – stupidità è espresso in modo tale che il “pieno” della ricchezza sembra camuffare il desolante “vuoto”, la penosa carenza di intelligenza e di sapienza del ricco. La carenza di intelligenza diviene anche mancanza di relazioni e rifiuto di fraternità perché l’orizzonte interiore ed esistenziale del ricco è tutto assorbito dal proprio ego: egli “arricchisce per sé” (12,20) dimenticando Dio e i fratelli. Il peccato è sempre, ricorda Agostino, “ripiegamento del cuore su di sé”. Colpisce il fatto che la parabola che Gesù narra abbia un unico protagonista, almeno prima dell’intervento di Dio nel v. 20, e sia costituita da un monologo interiore dell’uomo che, già ricco, viene beneficiato ulteriormente da un raccolto particolarmente abbondante della sua campagna (12,16). Il dialogo con sé stesso è una forma letteraria con cui l’autore svela il carattere del protagonista e consente al lettore di entrare nell’animo del personaggio e di coglierne i movimenti interiori, i dubbi, le riflessioni e infine le decisioni a cui perviene e le basi su cui fonda tali decisioni. Interessante la successione tra la domanda “Che farò?” (12,17) e la risoluzione “Farò così” (12,18), che troviamo analoga nel monologo interiore dell’amministratore disonesto. Nella situazione critica in cui si viene a trovare, quest’ultimo si chiede “Che farò?” (Lc 16,3) e si risponde “So che cosa farò” (16,4). Il lettore si trova di fronte a una sorta di radiografia dell’anima del protagonista, segue il cammino dei suoi ragionamenti e può raffrontarli con i propri modi di pensare, di riflettere, di reagire alle situazioni della vita. Come in uno specchio egli può vedere riflessa la propria interiorità nella interiorità del personaggio che gli viene presentata “al lavoro”, e può passare alla riflessione sui propri modi di prendere decisioni e di agire. E così, il lettore si sente direttamente riguardato dalla parola e dalla domanda che Dio pone al termine della parabola. E l’insegnamento da trarre è quello della memoria della propria condizione di caducità e mortalità che anche la tradizione sapienziale veterotestamentaria ricorda a più riprese come necessaria per vivere con sapienza e umiltà e per sapersi rapportare con saggezza ai beni terreni (Sal 39,6-7; Sir 11,18-19). In effetti, l’avidità, la brama di ricchezza inganna l’uomo promettendogli di poter avere tutto, comprare e possedere tutto: “Tutto, infatti, obbedisce al denaro”, dice Qoelet (10,19). Tommaso d’Aquino dirà: “Con le ricchezze uno acquista la possibilità di commettere qualsiasi peccato e di soddisfare tutti i desideri peccaminosi: ecco in che modo la cupidigia è la radice di tutti i mali”. La memoria della morte è qui elemento che salva l’umanità stessa dell’uomo preservandola da illusioni dall’esito catastrofico.

Pubblicato in: Riflessioni personali

Non basta sentire…ma occorre ascoltare

«Al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù» (Mt 14,1). È questa notizia a scatenare, per così dire, la penna dell’evangelista e raccontare la morte del Battista, che ancora turba i sogni e la veglia del tiranno. Con questo stratagemma, l’evangelista Matteo trova il modo per dirci come la fama e le notizie che possono essere non solo abbondanti ma perfino circostanziate non fanno, spesso, la conversione. Dopo aver raccontato l’inaccoglienza riservata a Gesù nella sua Nazaret, ci viene ricordato che la parola e la presenza di Gesù rappresentano sin da subito una minaccia anche per i poteri religioso e politico, con la sua carica di libertà e di rinnovamento. Se l’atteggiamento degli abitanti di Nazaret è frutto dell’incapacità a credere per l’inabilità ad andare un poco oltre gli schemi già conosciuti, l’attenzione sospettosa di Erode è alimentata dalla paura… proprio come il suo omonimo che, per il terrore, fece assassinare dei bambini. Questo è già successo per Giovanni Battista, ucciso nel bel mezzo di una festa di «compleanno» (14,6), e ben presto accadrà anche per il Signore Gesù che, proprio meditando sulla fine cruenta del suo maestro, amico e parente, comincerà a preparare se stesso e i suoi discepoli agli eventi pasquali. Il senso e, per molti aspetti, i meccanismi di tutto ciò ci vengono spiegati nella prima lettura, ove ci viene raccontata la reazione del popolo e, soprattutto, dei sacerdoti alla predicazione profetica di Geremia: «Una condanna a morte merita quest’uomo, perché ha profetizzato contro questa città, come avete udito con i vostri orecchi!» (Ger 26,11). Pertanto, sentire con gli orecchi non è ancora il segno che ci si è aperti veramente a un messaggio! Si dice altrove che Erode ascoltava volentieri Giovanni, ma questo non significava, affatto, lasciarsi toccare realmente dalle sue parole. Quando le cose funzionano così, la morte del profeta diventa necessaria per non morire a se stessi e continuare nei propri comodi, dando a se stessi l’illusione di essere sensibili a discorsi più alti. Geremia non ha peli sulla lingua: «Migliorate dunque la vostra condotta…» (Ger 26,13). Il popolo si lascia toccare, per una volta, dalla forza con cui Geremia è disposto a dare la sua vita, ma non sarà così fino alla fine, non fu così per il Battista, non sarà così per il Signore Gesù… e come sarà per noi? Ogni profeta non fa che rivelare le zone d’ombra del nostro cuore e, così, viene fuori se e quanto desideriamo veramente aprirci alla luce.

Pubblicato in: Riflessioni personali

Tre parti, tre fratelli…come noi

Questa festa liturgica dalla scorso anno ha aggiunto al nome di Marta anche quello di Maria e di Lazzaro. La liturgia ci offre la possibilità di scegliere tra due testi evangelici per farci accompagnare e guidare. Un passo del lungo capitolo di Giovanni in cui il Signore Gesù richiama dalla morte l’amico Lazzaro, oppure il testo lucano altrettanto famoso della tensione di Marta con Maria circa l’attitudine più adeguata per accogliere il Signore nella propria casa. In ambedue i Vangeli, Marta viene presentata sulla scena a partire dalla sua relazione a un «fratello» (Gv 11,21) e a una «sorella» (Lc 10,39). Sia che si tratti del fratello Lazzaro che della sorella Maria, Marta sembra essere una donna interamente aperta e dedita alla relazione con gli altri, in un’attitudine non solo di cura e di protezione, ma pure di direzione. Tra Marta e il Signore Gesù sembra vi sia un’intesa profonda. Proprio questa intesa permette all’uno e all’altra di essere interamente veri nella relazione, senza timore alcuno di manifestarsi e persino di entrare in conflitto. Marta non ha paura di lamentarsi: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (Lc 10,40). E Gesù non si lascia intimidire, ma risponde “a tono”: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma…» (10,41). Persino davanti alla tomba ancora fresca di Lazzaro, Marta non ha peli sulla lingua: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,21). Gesù, nonostante la profonda commozione fino alle lacrime, non si sposta di un solo centimetro: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). Potremmo dire che Marta, sorella di Lazzaro e di Maria, si rivela essere sorella di Cristo attraverso questa sua capacità di mettersi quasi «alla pari» in una discepolanza non servile e adorante, ma intima e fattiva. 
La parola dell’apostolo Giovanni risuona come l’indicazione di una modalità di relazione in cui credere e da coltivare giorno dopo giorno: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito» (1Gv 4,12-13). La ricerca del volto di Dio e il desiderio di conoscere il suo mistero fa tutt’uno con la nostra volontà di vivere relazioni frontali in cui il conflitto invece di impoverire arricchisce e approfondisce la fraternità nella forma più raffinata, per così dire, della sorellanza. Ciò che era mancato tra l’uomo e la donna nel momento in cui il serpente si intromise nella loro relazione fino a minarne la fiducia, lo troviamo attivo tra Gesù e Marta. Ciò che fu disatteso nella relazione tra Caino e Abele in termini di capacità di confronto e di scontro, viene vissuto con semplice immediatezza tra Gesù e Marta. Possiamo dunque imparare da Lazzaro a essere discepoli abbandonati, da Maria a essere discepoli adoranti, ma da Marta possiamo imparare a essere discepoli sfrontati senza, per questo, essere meno capaci di ascolto e di conversione fino a professare la nostra fede pasquale: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Questi tre fratelli, che vanno giustamente festeggiati insieme sono le nostre tre parti concrete della nostra esistenza. Prendiamo esempio.

Pubblicato in: Riflessioni personali

Scegliere con naturalezza

Due immagini sembrano rincorrersi attraverso le letture che la Liturgia offre alla nostra meditazione come traccia per orientare il nostro cammino di conversione: il vasaio e i pescatori! Il vasaio viene colto dal profeta Geremia nel momento in cui è invitato dal Signore Dio a scendere nella sua «bottega» (Ger 18,3) proprio nell’atto delicato e grave di rifare un vaso che, «come capita» (18,4) può anche non venire bene e persino guastarsi, nell’atto stesso di essere completato. Non cogliamo nessuna agitazione né tantomeno rabbia! Semplicemente si dice che egli «riprovava di nuovo e ne faceva un altro come ai suoi occhi pareva giusto» (18,4). Allo stesso modo vediamo i pescatori che, dopo aver tirato a riva le reti, con grande calma «si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi» (Mt 13,48). Sia nel vasaio costretto a rifare un vaso, come nei pescatori che fanno la cernita dei pesci, possiamo ammirare non solo la calma, ma un senso di profonda naturalezza: è più che normale, anzi scontato, che un vaso possa venire male ed essere rifatto con la medesima argilla, così pure è assolutamente previsto che nella rete non si lascino pescare solo pesci buoni, ma pure quelli cattivi. L’operazione del rifacimento come quella della cernita fanno parte del lavoro e vanno vissuti con l’impegno richiesto per ogni fase di un qualsiasi lavoro, ma senza nessuna apprensione. Il Signore Dio non esita a rivelare a Geremia, forse un po’ troppo teso per il suo ministero profetico: «Forse non potrei agire con voi, casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele» (Ger 18,6). Parimenti il Signore Gesù sembra ricordare ai suoi discepoli di fare il proprio lavoro con dedizione, ma pure con grande semplicità: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni…» (13,49). Sembra che il Signore ci tenga a ricordare ai suoi discepoli che questo lavoro di cernita e di destinazione definitiva non è il loro compito, ma quello degli «angeli». A loro, alla Chiesa di sempre, spetta il compito di raccogliere, di gettare la rete nel mare che è il «mondo» lasciando che i pesci vi entrino dentro senza sentirsi in dovere di espellere quelli cattivi, quasi per paura che i buoni ne siano contaminati. Inoltre ai discepoli, alla Chiesa in ogni situazione concreta, spetta il compito di tirare la rete piena a riva… il resto compete agli «angeli», che è un modo delicato per dire che non compete a noi. Queste due parabole infondono una grande serenità! La domanda del Maestro viene posta anche a noi: «Avete compreso queste cose?» (13,51). E ancora una volta, il Signore Gesù usa una parabola per infonderci dedizione e serenità: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Ancora una volta possiamo immaginare quale calma animi questo gesto del padrone che mette ordine fra le sue cose non come un servo agitato e timoroso.

Pubblicato in: Riflessioni personali

Una caccia nuova ogni mattina

La parola che il Signore rivolge al profeta Geremia, in un momento che si potrebbe a ragione qualificare come depressivo, ci aiuta a entrare nella sfida che ci offre il Vangelo: «se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca» (Ger 15,19). Il Vangelo ci parla non più di seme, più o meno accolto dal terreno, e neppure di quel seme pericoloso che è la «zizzania». Ireneo di Lione commenta così: «Infatti è lui “il tesoro nascosto nel campo” cioè nel mondo (Mt 13,38). Tesoro nascosto nelle Scritture, perché veniva manifestato attraverso figure e parabole che, umanamente parlando, non potevano essere intese prima che le profezie fossero compiute, cioè prima della venuta del Signore. Perciò è stato detto al profeta Daniele: “Chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine” (Dn 12,4). Anche Geremia dice: “Alla fine dei giorni comprenderete tutto!” (Ger 22,20). Letta dai cristiani, la legge è un tesoro, un tempo nascosto in un campo, ma rivelato e spiegato dalla croce di Cristo; essa manifesta la sapienza di Dio, rivela i suoi disegni di salvezza per l’uomo, prefigura il Regno di Cristo, preannuncia la Buona Novella dell’eredità della Gerusalemme santa”. Nel caso del tesoro, è facile passarci sopra senza accorgersene, fino a che si mette a fuoco che c’è già una possibilità che rischia di sfuggire alla nostra attenzione. Nel caso della perla, vi è l’occhio clinico del collezionista che sa riconoscere, comparare e che pure porta nel cuore un desiderio che sembra aguzzare la vista. In ambedue i casi – fortuito o studiato – la cosa necessaria è di mettersi in movimento per acquisire il tesoro o la perla perché faccia parte integrante della nostra vita. L’imperativo è il medesimo in ambedue i casi: «poi va» (Mt 13,44) e ancora «va, vende» (13,45). L’evangelista Matteo non chiarisce se queste due parabole sono offerte solo ai discepoli oppure a tutta la folla, ma tutto fa pensare che si sia ancora «in casa». Se fosse così, allora queste parabole riguardano in modo più specifico il discepolo, chiamato a rendersi conto della preziosità del regno dei cieli e del fatto che il suo ingresso nella storia e nella vita, se è una sorpresa, nondimeno richiede che si sappia stimarne il valore e investire totalmente su di esso, concentrando nella sua ricerca tutte le proprie migliori energie. La caccia al «tesoro» ricomincia ogni mattina e, per riprendere le parole e l’esortazione del profeta Geremia, il grande compito è quello di saper distinguere ciò che è «prezioso» da ciò che, invece, è «vile». Tutto ciò è come una perla di grande valore, la cui preziosità è già sotto i nostri occhi e aspetta di essere riconosciuta, aspetta di essere desiderata, di essere cercata, di essere amata… ed è Lui, il Signore dentro di noi!

Pubblicato in: Riflessioni personali

Bene e male insieme…

L’inizio della prima lettura è particolarmente intenso: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale» (Gr 14,17). Le lacrime del profeta sembrano fare tutt’uno con le parole esplicative del Signore Gesù, che cerca di illustrare il significato “esoterico” della parabola della zizzania appena raccontata alla folla quando «entrò in casa» (Mt 13,36) e si soffermò con i soli discepoli a comprenderne meglio il significato. La parabola, nel modo in cui viene raccontata alla folla, in realtà è fonte di speranza e di fiducia: il padrone non sembra poi così allarmato dal fatto che nel campo cresca con il buon grano anche la zizzania. Si potrebbe persino dire che, al cospetto della folla, il Signore Gesù tenda a minimizzare i rischi e i pericoli collegati all’opera del «Maligno» (13,38). Non così con i suoi discepoli! La spiegazione offerta all’interno della casa sembra ben più grave: «la zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo» (Mt 13,38-39). La fine riservata a costoro non è certo indolore: «li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (13,42). Il Signore Gesù non tace la gravità della situazione di quanti sono all’origine di «scandali» e «commettono iniquità» (13,41). Eppure parla di questo solo con i suoi apostoli e all’interno della casa, lontano dalle orecchie della folla. In tal modo, prima ancora del contenuto del messaggio che è assai realista e per nulla qualunquista, c’è da parte del Signore Gesù la comunicazione di un metodo pastorale su cui siamo chiamati a meditare e a cui bisogna conformarsi radicalmente. Quella del Maestro non è una catechesi terroristica con cui semina nel cuore dei suoi ascoltatori il panico e quel terrore di Dio che, per quanto ci faccia star buoni, non necessariamente e non certo automaticamente ci fa essere più buoni. Alla folla, il Signore Gesù trasmette un messaggio tutto sommato sereno e non allarmista. Agli apostoli rivela anche quali possano essere gli effetti collaterali dell’opera del Maligno e li investe della responsabilità di conoscere in modo più circostanziato il meccanismo del male, in modo da essere in grado di arginarlo senza terrorizzare. L’ultima parola comunque è di grande speranza e assolutamente luminosa: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). L’ultimissima parola è un’esortazione all’intelligenza del cuore: «Chi ha orecchi, ascolti!». Le «lacrime» del Signore spegneranno il «fuoco» in cui la nostra parte di zizzania necessariamente deve ardere!

Pubblicato in: Riflessioni personali

Le reti dell’apostolo Giacomo

In un inno della Liturgia monastica per gli Apostoli si canta così: «Lo Spirito soffia su di voi, uomini che prendono il largo, gettate in noi l’amo del desiderio di Dio e rilanciate il nostro cammino». Parole adattissime all’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni, che il Vangelo di questa festa ci presenta in una luce almeno ambigua, per la richiesta maldestra di sua «madre» (Mt 20,20) che, nella tradizione della Chiesa, è legata al mare: dall’inizio a oltre la fine. È infatti in riva al «mare della Galilea» (Mc 1,16) che la sua storia di intimità con il Maestro comincia, ed è al cospetto dell’Oceano che la tradizione vuole sia conservata la sua tomba. Sappiamo dagli Atti che il desiderio di sua madre venne esaudito, poiché verso l’anno 44 Erode Agrippa «fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni» (At 12,2). La liturgia fa memoria di questo privilegio quando prega dicendo: «tu hai voluto che san Giacomo, primo fra gli apostoli, sacrificasse la vita per il vangelo» (Colletta). Ma come dimenticare la domanda postagli direttamente dal Signore Gesù al cospetto della madre intrigante: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». La risposta fu immediata e unanime: «Lo possiamo» (Mt 20,22). E così questi due apostoli-fratelli sono posti – dalla tradizione – agli estremi del tempo, nel dono della vita per Cristo e il suo vangelo: Giacomo per primo e Giovanni per ultimo, quasi a sigillo della partecipazione pasquale dell’intero gruppo degli apostoli: «a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale» (2Cor 4,11). L’apostolo Giacomo – che molto probabilmente non è mai uscito dai confini della sua terra – ha veramente gettato la rete della sua vita al largo. Quelle reti bucate che lui e il fratello «riassettavano» (Mt 4,21) sulla  barca, con il loro padre, sono diventate un cuore che si è lasciato sprofondare nel mare del mistero di Cristo, fino a portarlo pienamente come «un tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). Le conchiglie che i pellegrini portano con sé, come ricordo del loro pellegrinaggio a Campostela, sono la memoria di questo desiderio di immergersi nell’oceano del mistero pasquale di Cristo, portandosi sempre di più «al largo» (Lc 5,4) del suo amore. Ed è così che si compie la parola del salmo: «Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni» (Sal 125,6). Chiamato assieme a suo fratello, Giacomo non ha smesso di seguire il Signore insieme ad altri e, di questo pellegrinaggio infinito, la sua tomba si fa punto di riferimento. Nella vita di fede non si possono cercare privilegi, neppure quelli di una maggiore vicinanza al Signore e Maestro della nostra vita: questo tradirebbe infatti la stessa logica del discepolato che, per sua natura, è vissuto in comunione. Nessuno è soltanto uditore e nessuno è solo protagonista, ma si cammina insieme senza troppi programmi e in docilità crescente alla logica della strada. La parola di ciascuno, sottomessa all’ascesi del silenzio, entra in armonia e in contrappunto con la parola dell’altro. Come spiega stupendamente un autore contemporaneo: nessuno può pensare di credere veramente alla verità se pensa di esserne l’unico discepolo e garante spinoso e solitario. Così afferma: «La verità vive nell’amore ma si sottrae alla sua gelosia». Chi infatti – pur con le migliori intenzioni  – esclude l’altro, non fa che separarsi da una parte di se stesso poiché, come continua la citazione di cui sopra: «l’assoluto che si riceve è quello che si condivide» 

Pubblicato in: Riflessioni personali

Cercare ciò che ci manca

Le parole del Cantico dei Cantici ci introducono nella celebrazione di questa festa di Maria di Magdala. Nella sua vita possiamo contemplare il lungo cammino necessario per diventare discepoli: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia» (Ct 3,1). Per comprendere fino in fondo il testo del Vangelo della risurrezione secondo Giovanni, non possiamo dimenticare il fatto che, nella tradizione liturgica ebraica, il Cantico dei Cantici è uno dei “rotoli” consacrati a una festa. Il Cantico dei Cantici è il testo da leggere interamente nel giorno di Pasqua. Questo ci fa capire come nella memoria credente del discepolo amato questo testo, la cui stesura è attribuita a Salomone, abbia offerto le parole e le immagini per raccontare l’inenarrabile esperienza della risurrezione. Il Vangelo comincia proprio con l’immagine di un cercare appassionato di Maria per onorare il corpo dell’amato Signore: «Il primo giorno della settimana, si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20,1). Maria di Magdala, riconosciuta come «apostola degli apostoli» e «prima annunciatrice della risurrezione», diventa per ogni credente la memoria dell’essenza stessa della discepolanza: cercare sempre senza mai presumere di avere trovato una volta per sempre. Di fatto, sulla porta del sepolcro ormai spalancato dalla vita l’invito del Risorto è perentorio: «Non mi trattenere… ma va’…» (Gv 20,17). Potremmo rileggere le parole del Risorto anche in modo ancora più esigente: «Non ti trattenere…». Il mistero e la forza della risurrezione riportano la nostra umanità alla sua originale condizione di nomadi. Come dimenticare il dispiacere provato dall’Altissimo quando gli uomini si misero a costruire la famosa e inquietante «torre di Babele» (Gen 11). La tendenza a sedentarizzarsi conserva una nota di tentazione a sottrarsi alla fatica quotidiana di cercare, di lasciarsi destabilizzare, di farsi portare dal vento come i semi e come i profumi. Nel giardino della risurrezione il grande segno non è semplicemente la tomba vuota di morte, ma il fatto che la pietra ribaltata riempie di nuovo le strade, facendo correre una notizia che spalanca i cuori liberandoli dalla paura di incontrare e di annunciare: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Al mattino di Pasqua siamo invitati dal Risorto a prendere una decisione: «Voglio cercare l’amore…» (Ct 3,2). Se prendiamo questa decisione, allora si realizzerà per noi l’augurio dell’apostolo: «Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana» (2Cor 5,16). Questo perché, invece di seppellirci nella morte della speranza, avremo una voglia matta di «cose nuove» (5,17). Se gli occhi — come dicevano gli antichi — sono lo specchio dell’anima, le lacrime sono la manifestazione dei suoi imprevedibili moti, «lo sciogliersi del suo ghiaccio» (H. Hesse). Quando l’oceano dei nostri affetti fuoriesce attraverso il pianto, spesso ci troviamo immersi nel buio e nella desolazione di una notte profonda. Ma una notte che è giunta al suo cuore è una notte che volge ormai al suo termine. Questa è stata l’esperienza di Maria di Magdala, una delle donne che ha seguito e servito il Signore Gesù da quando era in Galilea fino alla sua salita a Gerusalemme (cf. Mc 15,41). Nelle parole di libertà e nei gesti d’amore del Maestro, Maria aveva finalmente incontrato qualcuno — e non più qualcosa — per cui piangere. A questa donna il Signore risorto non ha esitato ad affidare «il primo annunzio della gioia pasquale» (colletta) quando era «ancora buio» (Gv 20,1), prima dell’alba. Ma alla grandezza del dono corrisponde l’intensità della speranza, a causa della quale sul suo «letto, lungo la notte» (Ct 3,1), Maria non è stata proprio capace di rimanere. Si è alzata, ha fatto «il giro della città per le strade e per le piazze» con un solo, struggente desiderio: «voglio cercare l’amore dell’anima mia» (Ct 3,2). Il suo cuore non ha avuto paura di mettersi alla ricerca di ciò che le mancava, ha sfidato la notte con tutti i suoi terrori. Maria Maddalena si è recata «al sepolcro di mattino», prima dell’alba, nell’ora in cui la luce manca ancora, e proprio allora «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20,1). Il suo itinerario sofferto e appassionato si è compiuto attraverso le lacrime che, come un indispensabile collirio del cuore, hanno purificato la sua capacità di cogliere nella realtà le tracce del suo amato «Signore» (20,13). Il culmine drammatico del suo cammino di ostinata fiducia nell’amore del Padre, manifestato nella carne del Figlio, è avvenuto esattamente nel momento in cui «non sapeva» (20,14) di essere già giunta di fronte al suo desiderio profondo: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15). Tutto questo diventa per la Chiesa — per noi — un bellissimo vangelo. Nei momenti in cui abbiamo l’impressione di essere immersi in una interminabile oscurità, quando il peso della realtà ci pare insopportabile, solo la caparbietà e l’imprudenza dell’amore possono condurci all’incontro con il Signore risorto. La speranza della vita che non finisce fa breccia dentro di noi quando è ancora buio, quando le cose restano avvolte nella penombra, prive di senso e direzione. La gioia della risurrezione di Cristo è un’impalpabile felicità che non può mai essere afferrata — «Non mi trattenere» (20,17), dice il Risorto a Maria — ma sempre può e vuole rischiarare il nostro volto. Non è la soluzione a tutti i problemi di una vita che, in fondo, deve restare affidata anche alle nostre mani, eppure è forza nelle gambe e canto che fiorisce sulle labbra. La risurrezione del Signore Gesù, infatti, è un mistero che non può essere compreso. Il Risorto può essere incontrato e annunciato, ieri come oggi, oltre le lacrime: «Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,18).

Pubblicato in: Riflessioni personali

Da quale sorgente attingi?

La parola profetica, nella liturgia di oggi, esordisce con un vero e proprio grido. Il Signore Dio domanda a Geremia di alzare la voce fino a turbare l’apparente quiete di Gerusalemme, per denunciare apertamente la situazione di vergogna e di contaminazione in cui il popolo si è venuto a trovare. Dopo aver mangiato i frutti della terra e aver gustato il fascino di una vita sicura e indipendente, Israele si è dimenticato di Dio e ha rivolto il suo cuore agli idoli. Geremia specifica che quello commesso da Israele è, in realtà, un duplice peccato, con cui non si corrompe soltanto il rapporto con Dio, ma si arriva a deturpare anche quello con se stessi: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Tra le due colpe di cui parla la parola profetica è persino difficile stabilire quale sia la più grave: se l’abbandono della sorgente d’acqua oppure la costruzione di recipienti incapaci di trattenerla. Il profeta illustra in modo lucido ed efficace la misteriosa realtà del peccato, che è sempre un volgere le spalle alla sorgente della vita per accarezzare il sogno di potersi incaricare personalmente del reperimento dei beni necessari all’esistenza. Il peccato è sempre una medaglia a due facce, dove da una parte c’è l’oblio di Dio, dall’altra l’affanno per una realizzazione autonoma della nostra vita. Il compito della profezia non è solo quello di dirci che, abbandonando Dio, la nostra vita si screpola, come succede alle labbra quando sono esposte al freddo. L’animo sensibile e profondo di Geremia sembra capace di accedere ai sentimenti di Dio e di poterli manifestare, quasi come se fossero mozioni d’affetto sperimentate in prima persona dal profeta stesso: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2,2). Ecco perché è necessaria al profeta — e a noi che lo ascoltiamo — la potenza di un grido, intriso di amore e di santa rabbia, per pronunciare un oracolo capace di favorire il processo di conversione e di ritorno all’alleanza. In Dio convivono due realtà che ai nostri occhi possono ancora sembrare inconciliabili: il ricordo del bene che si è manifestato nella nostra vita e la lucida consapevolezza del male di cui le nostre mani sono capaci. Essendo, tuttavia, «sacro al Signore», il cantiere aperto della nostra esistenza non cessa mai di essere ricordato e salvato con fedele amore. Va in questa stessa direzione il discorso in parabole di Gesù, per il quale i discepoli invocano qualche spiegazione. Il Signore Gesù non sente necessario motivare loro il suo ricorso al linguaggio figurato, ma precisa quale situazione contingente lo spinga a parlare così e non in un altro modo: «Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono» (Mt 13,13). Il cuore — grande — di Dio si adatta al cammino e alla situazione di ciascuno di noi. Ci raggiunge e ci incontra là dove stiamo camminando o nel posto in cui ci siamo arenati. Là dove i nostri occhi riescono a vedere, oppure là dove si sono ormai consegnati all’angoscia di una temibile oscurità. Forse questa capacità di rapportarsi in modo personalizzato, modulando con libertà e rispetto forma e contenuti, è proprio un tratto dell’amore divino, che accompagna i nostri passi senza mai forzarli, ma avendo fiducia che il nostro desiderio si possa sempre affinare e approfondire. Il Signore fa differenza, perché per lui ogni carne non è mai indifferente, ma sempre e solo qualcuno da amare. Per questo la luce del Regno arriva ad alcuni attraverso il velo della parabola, ad altri, invece, come una sfacciata dichiarazione di felicità: «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!» (Mt 13,16-17).

Pubblicato in: Riflessioni personali

Essere terra pronta

Si comincia oggi la lettura liturgica del profeta Geremia in parallelo con le parabole del Signore Gesù, poste – quasi incastonate – nel cuore stesso del Vangelo secondo Matteo. La prima delle parabole che il Signore racconta alla folla, che «stava sulla spiaggia» (Mt 13,2) tutta intenta ad ascoltare la sua parola, comincia proprio così: «Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Mt 13,3). Questo inizio ci mette di fronte all’opera stessa di Dio nella vita dell’umanità: siamo davanti a lui e per lui una terra destinata – per sua stessa natura – ad accogliere il dono che – per sua natura – è Dio stesso. Questa immagine che mette in relazione il «seminatore» con i vari tipi di terreno, che accolgono come possono il seme sparso con abbondanza e prodigalità, sebbene ci faccia subito interrogare sul tipo di terreno che siamo, mai deve farci dimenticare di stupirci e ammirare il largo gesto di questo seminatore che «semina con larghezza» (2Cor 9,6) e che – misteriosamente e nonostante tutto – «con larghezza raccoglierà»! Cominciando la lettura di uno dei profeti più amati dal Signore Gesù e nel quale maggiormente si è identificato, possiamo dire che egli è icona di una «terra buona» (Mt 13,8) che sa accogliere il seme e sa far raccogliere il frutto. Ma non ci sfugga il fatto che dire «terra buona» non significa dire “terra già pronta”. In certo modo, lo stesso profeta ha bisogno di essere arato prima di essere realmente in-seminato con «la parola del Signore» (Ger 1,4). Infatti, davanti alla vocazione a profetare, ossia a mettere a disposizione la propria vita in tutta la sua interezza – Geremia dovrà rimanere “solo” per essere segno davanti al popolo – il «giovane» (1,6) non ha ritegno a recalcitrare e a stornare da sé l’appello. Il frutto della vita e della parola del profeta di «Anatot» (1,1) non lasciano dubbi sulla «terra buona» del suo cuore. Tuttavia, essere terra buona non significa non fare fatica ma, gradualmente, accettare che qualcosa di nuovo e di più grande di noi sia ospite della nostra esistenza, nutrendosi di tutte le nostre energie per germogliare, crescere e fruttificare. Ciò che, a ragione, sempre ci spaventa davanti all’intervento di Dio nella nostra vita è che il suo entrare in relazione con il nostro vissuto esige il dono della nostra vita: come per la terra così per noi, prima del frutto si tratta di lasciare assorbire energia e forza perché il seme segua il suo destino e possa compierlo fino in fondo… proprio come avviene nel seno di una madre che accoglie il viaggio verso la vita di una nuova creatura. Questa parabola del Signore non è solo la prima, ma è anche emblematica: si tratta, come per Geremia, di acconsentire a che qualcosa di diverso da noi entri in contatto profondo con noi stessi esigendo tutto noi stessi e portandoci oltre noi stessi. Davanti a un simile processo, segreto ma inarrestabile, non possiamo non temere. Ma, proprio al cuore del nostro sgomento, sempre – anche nei minimi appelli – ci raggiunge la parola del Signore: «Non avere paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Sì, il Signore è sempre con noi per proteggere il seme della sua presenza che «prima di formarti nel grembo materno» (1,5) ha posto dentro di noi come dono per tutti.