Pubblicato in: Riflessioni personali

Lo stile di Dio in Gesù

Ancora una volta, l’evangelista Matteo cita le Scritture, e in particolare il profeta Isaia, per annunciare nel Signore Gesù il compimento delle speranze e il coronamento dei sogni più belli e più veri della nostra umanità: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia» (Mt 12,18). Il servo del Signore di cui parla il profeta Isaia ripreso da Matteo non è ancora, nella composita citazione, il servo sofferente: è il servo discreto! A sua immagine e con i suoi inconfondibili tratti siamo chiamati a misurarci con chi opprime e con chi è oppresso. Proprio mentre «i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire» (12,14), il Signore «guarì tutti» (12,15). Il compimento della profezia si compie, per così dire, in due modi contrapposti: il proposito di eliminazione da parte dei notabili del popolo e l’estrema compassione del Messia atteso verso i più poveri del popolo. Laddove la delusione dei farisei diventa collera e proposito di eliminazione, l’esperienza dei poveri autentica la pretesa messianica del profeta di Nazaret. Gesù non si rivela nella gloria di un potenziamento delle istituzioni, ma nell’umiltà della condivisione della sofferenza al livello di quella parte del popolo che, col nostro linguaggio, definiremmo di «periferia». Per il Signore Gesù, portare a compimento le Scritture e le profezie non è una semplice questione di efficienza e di efficacia, ma, prima di tutto, è una questione di stile in cui rivela il cuore di Dio e l’attitudine propria di ogni discepolo: «Non contesterà né griderà… Non spezzerà… non spegnerà…» (Mt 12,19-20). I verbi al negativo usati dal profeta e ripresi dall’evangelista diventano espressione di quello stile delle beatitudini che consola i poveri e allarma i ricchi. Le parole del profeta Michea, che nella nostra memoria liturgica è particolarmente legato alla nascita del Salvatore nella «piccola» Betlemme, anticipano lo stile e la forza del figlio di Davide: «Guai a coloro che meditano l’iniquità e tramano il male sui loro giacigli» (Mi 2,1). Michea elenca in modo preciso quali sono le tendenze degli usurpatori: «Sono avidi» (2,2)! L’avidità non tocca solo le cose materiali, ma prima tutto si esprime nella ricerca spasmodica di «potere», per creare continuamente e in modo sempre più resistente sacche dorate di privilegi. Ogni volta che anche noi, nel nostro piccolo, siamo più preoccupati di ammassare benefici per il nostro interesse piuttosto che aprirci alla condivisione, il compimento delle promesse e delle profezie viene rallentato e, talora, persino radicalmente impedito. In realtà, il compimento è affidato alla nostra disponibilità a farci, come il Signore Gesù, mediazione di salvezza per coloro che incontriamo sul nostro cammino di umanità, senza mai accontentarci di mettere al sicuro le nostre prerogative e la nostra vita. Che non capiti anche a noi di dover intonare la triste canzone: «Siamo del tutto rovinati» (2,4). Cerchiamo di non dimenticare che la mancanza di compassione non può che rovinare la nostra umanità fino a deturparla.