Pubblicato in: Riflessioni personali

Una parola di vita

L’inizio della prima lettura è degno di una notizia che apparirebbe sui nostri cellulari aggiornati in tempo reale sugli eventi e avvenimenti del mondo intero: «In quei giorni Ezechia si ammalò mortalmente» (Is 38,1). Sembra essere un annuncio senza nessuna possibilità di cambiamento, eppure l’angoscia di Ezechia e la sua preghiera vengono accolte dal Signore: «Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io aggiungerò ai tuoi giorni quindici anni». Non solo, vi è pure un’aggiunta: «Libererò te e questa città dalla mano del re d’Assiria; proteggerò questa città» (38,5-6). L’immagine di un Dio che si fa toccare dalla concretezza della sofferenza, fino a farsi cambiare per dare una possibilità alla speranza, contrasta radicalmente con l’atteggiamento dei farisei i quali sono attaccati all’osservanza letterale e puntuale della Legge. In tal modo dimenticano che ogni parola e comando di Dio è per la vita e non per la morte, per un più di vita e non per la paralisi della libertà: «Ecco i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato» (Mt 12,2). Senza volerlo, i farisei – e non solo loro perché questo può capitare anche a noi – in realtà ragionano e reagiscono come il serpente nel giardino di Eden. Ragionano come l’Accusatore, sempre attento a evidenziare il fallo per spegnere la speranza e intaccare la fiducia trasformandola in sospetto mortale. Il Signore Gesù agisce e reagisce in modo completamente diverso e invece di riferirsi alla “giurisprudenza” evoca l’esperienza: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame?» (Mt 12,3). L’interpretazione di ogni comandamento e di ogni tradizione passa, per Gesù, dalla capacità di interagire con la vita e i suoi bisogni più semplici e concreti. Non si tratta certo di cedere a una controversia superficiale sull’interpretazione del sabato, scadendo in una sorta di ingenuità anti-rituale. Il Signore Gesù ha rispettato il sabato persino nel momento della sua morte, in attesa della risurrezione. Al contrario, con la sua libertà di osservanza, il Signore Gesù restituisce al “sabato” il suo significato originale e radicale di umanizzazione. Infatti, il riposo sabbatico esteso a tutti gli uomini e le donne, condiviso con gli animali ed esteso perfino alla terra, è un argine a ogni forma di schiavitù delle persone, degli altri essere viventi e persino delle cose. Il rispetto assoluto della dignità dell’altro passa per la relativizzazione del lavoro, attraverso quella sospensione che permette la presa di coscienza di vivere in relazione con Dio e con il mondo, tanto da non poter sacralizzare neppure l’opera delle proprie mani. Eppure, ogni desacralizzazione rischia di creare nuove sacche di sacralità che, spesso, diventa il modo in cui si esercita un potere che limita la libertà degli altri per accrescere la propria influenza e coltivare i propri privilegi. Il Signore Gesù spezza radicalmente questa catena di potere, per rimettere in circolo la possibilità di sperare di più, accettando di fare i conti con la vita, accettando di misurarsi con le situazioni e saperle leggere con quella sapienza che viene dalla tradizione, ma che non si identifica biecamente con le tradizioni. Ogni lettura sapiente dei comandamenti di Dio deve permettere la vita e non mortificarla «mortalmente» perché «il Figlio dell’uomo è signore del sabato» (Mt 12,8).