
Questa festa liturgica dalla scorso anno ha aggiunto al nome di Marta anche quello di Maria e di Lazzaro. La liturgia ci offre la possibilità di scegliere tra due testi evangelici per farci accompagnare e guidare. Un passo del lungo capitolo di Giovanni in cui il Signore Gesù richiama dalla morte l’amico Lazzaro, oppure il testo lucano altrettanto famoso della tensione di Marta con Maria circa l’attitudine più adeguata per accogliere il Signore nella propria casa. In ambedue i Vangeli, Marta viene presentata sulla scena a partire dalla sua relazione a un «fratello» (Gv 11,21) e a una «sorella» (Lc 10,39). Sia che si tratti del fratello Lazzaro che della sorella Maria, Marta sembra essere una donna interamente aperta e dedita alla relazione con gli altri, in un’attitudine non solo di cura e di protezione, ma pure di direzione. Tra Marta e il Signore Gesù sembra vi sia un’intesa profonda. Proprio questa intesa permette all’uno e all’altra di essere interamente veri nella relazione, senza timore alcuno di manifestarsi e persino di entrare in conflitto. Marta non ha paura di lamentarsi: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (Lc 10,40). E Gesù non si lascia intimidire, ma risponde “a tono”: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma…» (10,41). Persino davanti alla tomba ancora fresca di Lazzaro, Marta non ha peli sulla lingua: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11,21). Gesù, nonostante la profonda commozione fino alle lacrime, non si sposta di un solo centimetro: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). Potremmo dire che Marta, sorella di Lazzaro e di Maria, si rivela essere sorella di Cristo attraverso questa sua capacità di mettersi quasi «alla pari» in una discepolanza non servile e adorante, ma intima e fattiva.
La parola dell’apostolo Giovanni risuona come l’indicazione di una modalità di relazione in cui credere e da coltivare giorno dopo giorno: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito» (1Gv 4,12-13). La ricerca del volto di Dio e il desiderio di conoscere il suo mistero fa tutt’uno con la nostra volontà di vivere relazioni frontali in cui il conflitto invece di impoverire arricchisce e approfondisce la fraternità nella forma più raffinata, per così dire, della sorellanza. Ciò che era mancato tra l’uomo e la donna nel momento in cui il serpente si intromise nella loro relazione fino a minarne la fiducia, lo troviamo attivo tra Gesù e Marta. Ciò che fu disatteso nella relazione tra Caino e Abele in termini di capacità di confronto e di scontro, viene vissuto con semplice immediatezza tra Gesù e Marta. Possiamo dunque imparare da Lazzaro a essere discepoli abbandonati, da Maria a essere discepoli adoranti, ma da Marta possiamo imparare a essere discepoli sfrontati senza, per questo, essere meno capaci di ascolto e di conversione fino a professare la nostra fede pasquale: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Questi tre fratelli, che vanno giustamente festeggiati insieme sono le nostre tre parti concrete della nostra esistenza. Prendiamo esempio.