Pubblicato in: Riflessioni personali

Essere terra pronta

Si comincia oggi la lettura liturgica del profeta Geremia in parallelo con le parabole del Signore Gesù, poste – quasi incastonate – nel cuore stesso del Vangelo secondo Matteo. La prima delle parabole che il Signore racconta alla folla, che «stava sulla spiaggia» (Mt 13,2) tutta intenta ad ascoltare la sua parola, comincia proprio così: «Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Mt 13,3). Questo inizio ci mette di fronte all’opera stessa di Dio nella vita dell’umanità: siamo davanti a lui e per lui una terra destinata – per sua stessa natura – ad accogliere il dono che – per sua natura – è Dio stesso. Questa immagine che mette in relazione il «seminatore» con i vari tipi di terreno, che accolgono come possono il seme sparso con abbondanza e prodigalità, sebbene ci faccia subito interrogare sul tipo di terreno che siamo, mai deve farci dimenticare di stupirci e ammirare il largo gesto di questo seminatore che «semina con larghezza» (2Cor 9,6) e che – misteriosamente e nonostante tutto – «con larghezza raccoglierà»! Cominciando la lettura di uno dei profeti più amati dal Signore Gesù e nel quale maggiormente si è identificato, possiamo dire che egli è icona di una «terra buona» (Mt 13,8) che sa accogliere il seme e sa far raccogliere il frutto. Ma non ci sfugga il fatto che dire «terra buona» non significa dire “terra già pronta”. In certo modo, lo stesso profeta ha bisogno di essere arato prima di essere realmente in-seminato con «la parola del Signore» (Ger 1,4). Infatti, davanti alla vocazione a profetare, ossia a mettere a disposizione la propria vita in tutta la sua interezza – Geremia dovrà rimanere “solo” per essere segno davanti al popolo – il «giovane» (1,6) non ha ritegno a recalcitrare e a stornare da sé l’appello. Il frutto della vita e della parola del profeta di «Anatot» (1,1) non lasciano dubbi sulla «terra buona» del suo cuore. Tuttavia, essere terra buona non significa non fare fatica ma, gradualmente, accettare che qualcosa di nuovo e di più grande di noi sia ospite della nostra esistenza, nutrendosi di tutte le nostre energie per germogliare, crescere e fruttificare. Ciò che, a ragione, sempre ci spaventa davanti all’intervento di Dio nella nostra vita è che il suo entrare in relazione con il nostro vissuto esige il dono della nostra vita: come per la terra così per noi, prima del frutto si tratta di lasciare assorbire energia e forza perché il seme segua il suo destino e possa compierlo fino in fondo… proprio come avviene nel seno di una madre che accoglie il viaggio verso la vita di una nuova creatura. Questa parabola del Signore non è solo la prima, ma è anche emblematica: si tratta, come per Geremia, di acconsentire a che qualcosa di diverso da noi entri in contatto profondo con noi stessi esigendo tutto noi stessi e portandoci oltre noi stessi. Davanti a un simile processo, segreto ma inarrestabile, non possiamo non temere. Ma, proprio al cuore del nostro sgomento, sempre – anche nei minimi appelli – ci raggiunge la parola del Signore: «Non avere paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Sì, il Signore è sempre con noi per proteggere il seme della sua presenza che «prima di formarti nel grembo materno» (1,5) ha posto dentro di noi come dono per tutti.