
La parola profetica, nella liturgia di oggi, esordisce con un vero e proprio grido. Il Signore Dio domanda a Geremia di alzare la voce fino a turbare l’apparente quiete di Gerusalemme, per denunciare apertamente la situazione di vergogna e di contaminazione in cui il popolo si è venuto a trovare. Dopo aver mangiato i frutti della terra e aver gustato il fascino di una vita sicura e indipendente, Israele si è dimenticato di Dio e ha rivolto il suo cuore agli idoli. Geremia specifica che quello commesso da Israele è, in realtà, un duplice peccato, con cui non si corrompe soltanto il rapporto con Dio, ma si arriva a deturpare anche quello con se stessi: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Tra le due colpe di cui parla la parola profetica è persino difficile stabilire quale sia la più grave: se l’abbandono della sorgente d’acqua oppure la costruzione di recipienti incapaci di trattenerla. Il profeta illustra in modo lucido ed efficace la misteriosa realtà del peccato, che è sempre un volgere le spalle alla sorgente della vita per accarezzare il sogno di potersi incaricare personalmente del reperimento dei beni necessari all’esistenza. Il peccato è sempre una medaglia a due facce, dove da una parte c’è l’oblio di Dio, dall’altra l’affanno per una realizzazione autonoma della nostra vita. Il compito della profezia non è solo quello di dirci che, abbandonando Dio, la nostra vita si screpola, come succede alle labbra quando sono esposte al freddo. L’animo sensibile e profondo di Geremia sembra capace di accedere ai sentimenti di Dio e di poterli manifestare, quasi come se fossero mozioni d’affetto sperimentate in prima persona dal profeta stesso: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2,2). Ecco perché è necessaria al profeta — e a noi che lo ascoltiamo — la potenza di un grido, intriso di amore e di santa rabbia, per pronunciare un oracolo capace di favorire il processo di conversione e di ritorno all’alleanza. In Dio convivono due realtà che ai nostri occhi possono ancora sembrare inconciliabili: il ricordo del bene che si è manifestato nella nostra vita e la lucida consapevolezza del male di cui le nostre mani sono capaci. Essendo, tuttavia, «sacro al Signore», il cantiere aperto della nostra esistenza non cessa mai di essere ricordato e salvato con fedele amore. Va in questa stessa direzione il discorso in parabole di Gesù, per il quale i discepoli invocano qualche spiegazione. Il Signore Gesù non sente necessario motivare loro il suo ricorso al linguaggio figurato, ma precisa quale situazione contingente lo spinga a parlare così e non in un altro modo: «Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono» (Mt 13,13). Il cuore — grande — di Dio si adatta al cammino e alla situazione di ciascuno di noi. Ci raggiunge e ci incontra là dove stiamo camminando o nel posto in cui ci siamo arenati. Là dove i nostri occhi riescono a vedere, oppure là dove si sono ormai consegnati all’angoscia di una temibile oscurità. Forse questa capacità di rapportarsi in modo personalizzato, modulando con libertà e rispetto forma e contenuti, è proprio un tratto dell’amore divino, che accompagna i nostri passi senza mai forzarli, ma avendo fiducia che il nostro desiderio si possa sempre affinare e approfondire. Il Signore fa differenza, perché per lui ogni carne non è mai indifferente, ma sempre e solo qualcuno da amare. Per questo la luce del Regno arriva ad alcuni attraverso il velo della parabola, ad altri, invece, come una sfacciata dichiarazione di felicità: «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!» (Mt 13,16-17).